La salute mentale rappresenta da sempre uno degli ambiti più delicati e complessi dell’assistenza sanitaria, in cui la qualità della relazione, dell’ascolto e della presenza professionale costituisce il nucleo stesso della cura.
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Umanesimo digitale in psicologia: perché la relazione resta centrale
La pratica psicologica si fonda infatti su un incontro che è, prima di tutto, umano: uno spazio protetto in cui il paziente può riconoscere e dare forma al proprio vissuto emotivo e in cui il professionista esercita competenze cliniche, riflessive ed etiche al servizio del benessere psicologico. Negli ultimi anni la trasformazione digitale ha profondamente modificato le modalità di presa in carico, introducendo nuove forme di contatto e di supporto tra professionisti e utenti e ridefinendo, in parte, il modello clinico tradizionale.
Come la telepsicologia rende la presa in carico più accessibile
Accanto agli interventi in presenza, oggi è possibile accedere a percorsi di sostegno psicologico attraverso piattaforme di telehealth, applicazioni e programmi di monitoraggio del benessere. L’introduzione di strumenti digitali ha reso la presa in carico più flessibile e continuativa, grazie a servizi di videoseduta, di messaggistica protetta e a protocolli di intervento strutturati per l’erogazione a distanza.
Parallelamente, l’uso di strumenti digitali di monitoraggio favorisce una maggiore partecipazione attiva dell’utente al percorso terapeutico e offre al professionista informazioni utili a una comprensione più accurata del quadro clinico. Ciò apre anche a un modello di cura più partecipativo e co-creato, in cui terapeuta e paziente formalizzano in modo più strutturato obiettivi e strategie di intervento, valorizzando l’autonomia e il senso di agency dell’utente. Questa evoluzione comporta tuttavia una riconsiderazione del setting terapeutico, chiamato a ridefinire spazi, confini e modalità relazionali in un ambiente mediato dalla tecnologia, senza compromettere la qualità dell’alleanza terapeutica e la centralità della relazione di cura.
La digitalizzazione ha inoltre contribuito a ridurre le barriere geografiche, economiche e sociali che tradizionalmente possono ostacolare l’accesso ai servizi psicologici, facilitando l’inclusione di persone che risiedono in aree lontane dai centri specializzati o che presentano difficoltà logistiche e di mobilità. In questa cornice, la tecnologia può diventare un supporto alla continuità della cura, a condizione di non indebolire la dimensione relazionale che fonda l’efficacia clinica.
L’elemento decisivo resta la qualità della presenza: anche a distanza, il setting deve preservare ascolto, fiducia e protezione, evitando che lo strumento tecnico si trasformi in un filtro che impoverisce la comunicazione emotiva. L’integrazione matura, quindi, non riguarda solo i canali di contatto, ma la capacità di mantenere alleanza terapeutica e confini chiari in un contesto mediato.
Dalla pandemia ai modelli ordinari: la spinta del digitale nella salute mentale
La pandemia da COVID-19 ha accelerato l’uso di piattaforme digitali e app per garantire la continuità terapeutica anche nei periodi di isolamento segnando, come osserva la Commissione Europea[1], un punto di svolta che ha ristrutturato tempi, modalità e continuità della presa in carico psicologica. Questa spinta motivata dalla circostanza emergenziale non si è rivelata un fenomeno temporaneo: ha permesso al settore di sperimentare su larga scala strumenti digitali che, una volta superata la fase critica, sono stati progressivamente incorporati nei modelli ordinari di erogazione dei servizi.
È in questo contesto che l’integrazione tra psicologia e tecnologie digitali sta generando nuove modalità di prevenzione, valutazione e intervento nel campo della salute mentale, con un impatto significativo sull’organizzazione dei servizi e sulle strategie di presa in carico. Piattaforme online, applicazioni mobili e sistemi di intelligenza artificiale promuovono una nuova cultura della cura, dove la tecnologia sostiene la continuità terapeutica e l’autonomia dell’utente, rendendo i servizi di salute mentale più flessibili e personalizzati.
Divario digitale e inclusione: chi beneficia davvero delle nuove opportunità
Questa trasformazione, pur ricca di potenzialità, non produce automaticamente benefici per tutti: il modo in cui viene implementata determina infatti chi può accedere alle nuove opportunità e chi rischia di restarne ai margini. Affinché tali opportunità si traducano in un reale ampliamento dell’accesso risulta necessario considerare anche il divario digitale: differenze nell’accesso alle risorse, nelle competenze tecnologiche e nell’alfabetizzazione digitale rischiano di generare nuove disuguaglianze.
Una digitalizzazione etica dovrebbe, quindi, includere strategie di inclusione che sostengano anche le persone meno esperte o con risorse limitate, evitando che l’innovazione diventi un ulteriore fattore di esclusione. In altre parole, la tecnologia amplia l’accesso solo se viene progettata e accompagnata con attenzione ai contesti reali di vita.
Dati e monitoraggio: personalizzare senza sostituire il giudizio clinico
Elemento chiave di questa trasformazione riguarda il ruolo dei dati: le piattaforme digitali consentono oggi di raccogliere informazioni in modo sistematico su umore, sonno, stress e comportamento, integrando nel lavoro clinico indicatori quantitativi che supportano la valutazione psicologica e arricchiscono l’osservazione clinica con una dimensione longitudinale. Questo rende possibile calibrare l’intervento terapeutico sul ritmo e sui bisogni della persona, ad esempio attraverso la fruizione di esercizi, materiali psicoeducativi e indicazioni di follow-up che sostengono la continuità del lavoro tra una seduta e l’altra.
Questa personalizzazione non sostituisce il giudizio clinico, ma ne amplifica la portata, rendendo più fluido e accessibile il processo di cura. Accanto a tali sviluppi, diventa sempre più cruciale la costruzione di una vera e propria competenza digitale clinica: un insieme di abilità tecniche, critiche e relazionali che permette ai professionisti di integrare gli strumenti digitali nel setting senza snaturare la qualità della presenza e della comprensione del vissuto soggettivo.
Resta però fondamentale garantire sicurezza, trasparenza e tutela della privacy, condizioni indispensabili per preservare la fiducia nel rapporto terapeutico e prevenire l’uso improprio delle informazioni sensibili.
Intelligenza artificiale nella salute mentale: supporto, prevenzione e nuovi scenari
L’intelligenza artificiale (IA) rappresenta la frontiera più avanzata di questa evoluzione, aprendo scenari innovativi ma complessi nel campo della psicologia clinica. Chatbot e assistenti virtuali, sviluppati in numerosi progetti di e-mental health, offrono spazi di ascolto e orientamento immediato, favorendo la prevenzione e la precoce individuazione dei bisogni psicologici, soprattutto in contesti dove l’accesso ai servizi è limitato.
Parallelamente, l’uso di algoritmi di machine learning consente di analizzare grandi quantità di dati clinici e comportamentali, individuando pattern associati a disturbi dell’umore, ansia o stress, con l’obiettivo di supportare il processo diagnostico e l’individuazione di interventi mirati. Integrate nei servizi di salute mentale, queste tecnologie possono ampliare l’accesso e rafforzare la continuità della cura, consentendo un monitoraggio costante anche tra una seduta e l’altra, senza sostituire la figura del terapeuta ma affiancandola.
La dimensione digitale diviene così non soltanto uno spazio tecnico, ma anche simbolico: modifica le forme della presenza, della comunicazione della vulnerabilità e della costruzione della fiducia. Comprendere questa dimensione diventa parte integrante della progettazione di interventi realmente sensibili alla complessità dell’esperienza psicologica.
Etica, regole e rischi: quando l’IA deve restare sotto controllo umano
Accanto alle opportunità emergono, tuttavia, importanti sfide etiche e cliniche, che richiedono una riflessione critica interdisciplinare. L’AI Act (2024)[2], un regolamento dell’Unione Europea che definisce requisiti rigorosi per i sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, comprese le applicazioni in ambito sanitario, stabilisce criteri di sicurezza, trasparenza e supervisione umana a tutela dei diritti fondamentali e della dignità della persona.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nelle linee guida Ethics and Governance of Artificial Intelligence for Health[3], richiama la necessità di garantire controllo umano, responsabilità e verificabilità nell’uso dell’IA applicata alla salute. In psicologia, il rischio è che la relazione terapeutica venga ridotta a un’interazione automatizzata, con la perdita della componente empatica e simbolica che ne costituisce l’essenza.
Inoltre, bias nei dataset o scarsa rappresentatività culturale possono generare distorsioni, compromettendo l’affidabilità dei modelli predittivi e la correttezza delle valutazioni cliniche. Diviene quindi necessario potenziare una governance etica che definisca ruoli, limiti e procedure di validazione clinica, garantendo che la logica dell’efficienza non prevalga sulla comprensione del vissuto umano e sulla centralità della persona.
Umanesimo digitale in psicologia: tecnologia come estensione della cura
Da queste premesse nasce il concetto di “umanesimo digitale”[4], un paradigma emergente che invita a ripensare il rapporto tra esseri umani e tecnologie intelligenti non in termini di sostituzione, ma di integrazione reciproca. Esso propone una visione della digitalizzazione che non si limita all’adozione di strumenti innovativi, ma che considera il valore epistemologico e relazionale dell’incontro terapeutico come elemento irrinunciabile.
La tecnologia deve essere concepita come un’estensione della capacità umana di comprendere e accompagnare, non come un suo sostituto[5]. In questa prospettiva, la figura del professionista della salute mentale potrebbe diventare mediatore tra persona e macchina: interpreta i dati, ne assicura l’uso corretto e tutela la complessità dell’esperienza soggettiva, riconoscendo la singolarità di ogni storia personale.
Verso una cura più accessibile e rispettosa della complessità umana
Il futuro della salute mentale richiede un’integrazione matura tra scienza, tecnologia e umanità. La digitalizzazione può ampliare l’accesso e personalizzare gli interventi, ma la vera innovazione risiede nel mantenere la mente al centro, riconoscendo nella relazione terapeutica – empatica, consapevole e responsabile – il cuore pulsante di ogni processo di cura.
Se guidata da questi principi, la tecnologia potrà diventare una risorsa etica e intelligente al servizio del benessere psicologico di tutti. Il compito che ci attende è orientare la trasformazione digitale verso una cura più accessibile, personalizzata e rispettosa della complessità umana: una sfida culturale prima ancora che tecnologica, che richiede visione, sensibilità e un rinnovato impegno etico. Se sapremo abitarla con consapevolezza, l’innovazione potrà tradursi in un progresso autenticamente umano.
Note
[1] https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2021/690548/EPRS_BRI%282021%29690548_EN.pdf
[2] Aboy M, Minssen T, Vayena E. Navigating the EU AI Act: implications for regulated digital medical products. Npj Digital Medicine. 2024;7(1). doi:10.1038/s41746-024-01232-3
[3] https://www.who.int/publications/i/item/9789240029200?utm
[4] Prem, E. (2024). Principles of digital humanism: A critical post-humanist view. Journal of Responsible Technology, 17, 100075.
[5] Díaz de la Cruz, C., Fernández Fernández, J. L., & Villegas-Galaviz, C. (2025). Model of ethical analysis of digital technologies: towards true digital humanism. AI & SOCIETY, 1-12.













