Telechirurgia con il 5G: primi successi, ma serve ancora prudenza - Agenda Digitale

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Telechirurgia con il 5G: primi successi, ma serve ancora prudenza

È davvero sufficiente la disponibilità di una tecnologia (anche quando innovativa, all’avanguardia, superveloce) per rendere fruibile una prestazione sanitaria? O forse bisognerebbe condurre studi (clinici) che ne verifichino la fattibilità, bontà e l’applicazione? Il punto della situazione

29 Set 2021
Eugenio Santoro

Responsabile del laboratorio di informatica medica, Dip. di Salute Pubblica IRCCS, Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”

In ambito medico-sanitario, si guarda con molto interesse all’applicazione della tecnologia 5G, che nel campo promette in futuro una vera e propria rivoluzione.

Si parla, infatti, molto di telemedicina, telemonitoraggio, teleassistenza, ma quando la prestazione deve essere effettuata in tempo reale, le cose si complicano. Prendiamo certi tipi di interventi chirurgici. Se non si hanno a disposizione canali comunicazione, autostrade dell’informazione e strutture di supporto davvero potenti, si rischia di poter gestire al meglio le prestazioni che si intendono eseguire o i loro possibili effetti collaterali. Sono sufficienti ritardi dell’ordine anche di pochi secondi o poche frazioni di secondi per compromettere il lavoro fatto a distanza.

Telechirurgia, le operazioni “a distanza” saranno la norma? Ostacoli e prospettive

Ed è qui che entra in gioco il 5G: ma davvero basta rendere disponibile una rete di ultima generazione per ottenere quello che, ad esempio, veniva descritto in uno spot del 2019, quando un noto cardiochirurgo è stato scelto per lanciare la nuova rete internet mobile basata sulla tecnologia 5G? Nello spot viene mostrato mentre lo interpellano i medici impegnati in un’operazione e lui può intervenire a distanza sfruttando la connessione. Quello spot, agli occhi dei non addetti ai lavori, era lì a dimostrare che un intervento a distanza si può fare, anzi, che era già stato fatto.

Ma è così? È tutto così semplice quindi? È sufficiente mettere a disposizione un’infrastruttura di quel genere per riuscire nell’intervento? In altre parole, è sufficiente la disponibilità della tecnologia (anche quando innovativa, all’avanguardia, superveloce) per rendere fruibile una prestazione sanitaria. O forse bisognerebbe condurre studi (clinici) che ne verifichino la fattibilità, bontà e l’applicazione?

Lo studio su 5G per telechirurgia

Queste sono le domande che si sono posti alcuni ricercatori oftalmologi in uno studio recentemente pubblicato su Jama Ophtalmology che aveva l’obiettivo di valutare la fattibilità della fotocoagulazione laser eseguita a distanza, in tempo reale, attraverso il supporto della tecnologia 5G come trattamento (basato sulla telemedicina) per la retinopatia diabetica.

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Si tratta di uno studio prospettico che ha coinvolto uno specialista della retina del Peking Union Medical College Hospital di Pechino, in Cina, il quale ha eseguito (tra ottobre 2019 e luglio 2020) la fotocoagulazione laser retinica a distanza su 6 pazienti (per un totale di 9 occhi) con retinopatia diabetica (proliferativa o grave non proliferativa) reclutati in un ospedale situato a 1200 km da Pechino.

Attraverso una piattaforma di teleoftalmologia che ha utilizzato un sistema di videoconferenza per il teleconsulto, i pazienti sono stati visitati e, successivamente, sottoposti a un intervento che è stato eseguito attraverso l’impiego di un sistema laser e di una piattaforma per il controllo da remoto, entrambi collegati tramite la rete 5G. Lo studio ha valutato la prognosi dei pazienti e soprattutto la velocità di trasmissione della terapia laser a distanza.

I risultati

Dal punto di vista clinico, tutti gli interventi sono stati eseguiti con successo e non si sono verificati eventi avversi durante la fotocoagulazione. Quattro partecipanti (7 occhi) non hanno sperimentato cambiamenti significativi nell’acuità visiva durante un periodo di follow-up di 1 mese. Due occhi in 1 paziente hanno reso necessaria una fotocoagulazione panretinica aggiuntiva a causa della presenza di neo-vascolarizzazione persistente 1 mese dopo la prima procedura di fotocoagulazione laser a distanza.

Dal punto di vista tecnico, le operazioni di tele-fotocoagulazione retinica sono state eseguite su tutti gli occhi senza alcun ritardo evidente (20 millisecondi di tempo medio di latenza della rete) durante il trattamento e senza che le immagini perdessero in qualità. Inoltre, non è stata osservata alcuna perdita di segnale significativa, né alcuna prova di buffering dell’immagine o pixellizzazione.

Lo studio è uno dei primi a valutare l’affidabilità di interventi di questa natura che sono basati sulla tecnologia 5G. Sempre più studi di questo genere sono necessari per fornire prove a supporto della bontà di questo genere di soluzioni. Questi studi, sebbene preziosi nel fornire informazioni sulla fattibilità di questi interventi, dovrebbero tuttavia essere seguiti da altri studi. Come gli stessi autori segnalano, sono necessari ulteriori studi per confrontare questo approccio con l’attuale terapia standard al fine di determinare se l’acuità visiva o gli esiti di sicurezza differiscono. Infatti, questo studio (e studi simili) non può escludere che si verifichino complicanze comuni (seppur moderate) fino a quando non siano state valutate diverse centinaia di partecipanti. E’ quindi necessario condurre studi clinici randomizzati per convalidare ed espandere questi risultati, per misurarne la sicurezza e valutarne l’efficacia rispetto alle usuali procedure per ottenere oggi gli stessi risultati.

Una volta condotti questi studi e una volta dimostrato che interventi di questo genere possono essere condotti anche a distanza attraverso la tecnologia 5G senza che sicurezza ed efficacia siano messe in dubbio, occorrerà, al fine di estenderne l’applicazione, poterne incentivare l’uso portando la rete 5G dove serve, investendo denari per la creazione di una rete nazionale da usarsi per la telemedicina, adottando soluzioni per migliorare l’accesso a queste tecnologie.

Conclusioni

Non possiamo permetterci che accada quanto accaduto a Theranos, la startup che prometteva di rivoluzionare i test sanitari, la cui fondatrice, Elizabeth Holmes, è in questi giorni sotto processo per avere frodato investitori e pubblico con lo sviluppo (e la vendita) di strumenti tecnologici sofisticati (almeno all’apparenza) in grado di eseguire test diagnostici ovunque – supermercati, farmacie, centri commerciali – con una sola goccia di sangue.

Strumenti che, evidentemente, nonostante le continue richieste da parte della comunità scientifica a vedere i dati di efficacia pubblicati su riviste medica peer-reviewed e una prima autorizzazione alla vendita da parte della Food and Drug Administration, non sono mai stati messi seriamente sotto la lente di ingrandimento con specifici studi (indipendenti) capaci di misurarne affidabilità, sicurezza, efficacia.

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