Immaginate una donna a cui è appena stato diagnosticato un tumore al seno. Davanti a sé ha più strade chirurgiche possibili, ciascuna con un esito estetico diverso, e una domanda che nessun referto può sciogliere: come mi vedrò, dopo?
Per anni quella domanda è rimasta sospesa tra le parole del chirurgo e l’immaginazione della paziente — un vuoto riempito di ansia, di fraintendimenti, a volte di rimpianto.
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CINDERELLA e l’intelligenza artificiale in sanità
Oggi un progetto europeo prova a darle una risposta visibile, e nel farlo dice qualcosa di importante su cosa l’intelligenza artificiale può essere, in sanità, quando è progettata per i destinatari finali.
Si chiama CINDERELLA, è finanziato dall’Unione Europea nel programma Horizon Europe, e mette a punto un’applicazione basata sull’AI capace di simulare, prima dell’intervento, l’esito estetico probabile delle diverse opzioni terapeutiche.
Il tumore al seno è la neoplasia più diagnosticata al mondo, con circa 2,3 milioni di nuovi casi l’anno, e nella maggioranza dei casi comporta un trattamento chirurgico: una platea enorme di donne che, a parità di efficacia clinica, possono andare incontro a risultati estetici molto diversi.
CINDERELLA non è un sistema che decide al posto del medico, né che diagnostica al posto del clinico. È uno strumento che fa una cosa più semplice e, a ben vedere, più rivoluzionaria: permette alla paziente di vedere, e quindi di scegliere con consapevolezza. Un impatto sociale enorme generato da una decisione consapevolmente condivisa.
Il progetto coinvolge cinque centri clinici europei — tra cui, in Italia, l’Ospedale San Raffaele — e affida al CERGAS Bocconi (Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale) la valutazione del suo impatto economico, organizzativo e ambientale.
Proprio alla Bocconi, ho partecipato alla tavola rotonda dedicata a come l’AI passa dalla ricerca al mercato, e ho avuto modo di osservare da vicino la distanza che separa una buona idea dalla sua diffusione reale.
Rappresentavo la voce dell’industria attorno ad un tavolo dove sedevano le altre fondamentali voci: clinica, policy, venture capital e accademia. Tutte convergevano su un paradosso: inventare e produrre un’innovazione che funziona è ormai diventata la parte facile; portarla, in modo sostenibile e su scala, dentro i sistemi sanitari è la parte davvero ardua, almeno in Europa.
È da quella conversazione che nasce questa riflessione.
Il valore non è tecnico, è relazionale
Partiamo dall’essenziale, perché è ciò che più spesso si dimentica. Il valore di CINDERELLA non sta nella performance dell’algoritmo, sta nella relazione che abilita. La medicina chiama “decisione condivisa” quel momento in cui paziente e clinico costruiscono insieme la scelta terapeutica; e conosce bene il peso del “rimpianto decisionale”, la sensazione, a posteriori, di non aver compreso davvero ciò a cui si stava andando incontro. Mettere una persona nelle condizioni di vedere, capire e partecipare non è un gesto di cortesia: è parte della cura, e ne determina la qualità percepita, l’aderenza, il benessere psicologico che segue l’intervento.
È qui che l’intelligenza artificiale mostra il suo volto migliore. Non sostituisce il giudizio del medico: lo nutre di informazione. Non raffredda la relazione di cura: la riscalda, restituendo alla paziente un ruolo attivo invece che passivo. È la differenza, più volte da me sottolineata, tra “+AI” e “AI+”: tra una tecnologia sopra i processi esistenti e una tecnologia che riprogetta i processi a partire dai bisogni di operatori e pazienti.
CINDERELLA appartiene senza dubbio alla seconda famiglia. Non aggiunge intelligenza al percorso di cura: restituisce protagonismo a chi quel percorso lo attraversa sulla propria pelle. È, alla lettera, curare e non solo calcolare.
Ma attenzione a liquidare tutto questo come sola “umanità di cura”. Una paziente che ha compreso e scelto è una paziente più soddisfatta, più aderente al percorso, meno esposta a contenziosi e a richieste di revisione: il benessere relazionale si traduce, molto concretamente, in esiti migliori e in risorse impiegate meglio.
Non a caso il CERGAS non misura soltanto se l’applicazione funziona, ma il suo impatto economico, organizzativo e perfino ambientale: perché il valore di una tecnologia sanitaria, oggi, si gioca su tutte queste dimensioni insieme. È questa la maturità che ci serve: valutare l’intelligenza artificiale per il valore che genera lungo l’intero percorso di cura.
Dalla singola scelta al sistema che non scala
E qui la storia, da intima, diventa sistemica. Perché se un’applicazione così — utile, umana, già sperimentata in più Paesi, nata con fondi pubblici europei — rischia comunque di non arrivare (o arrivare tardi a livello globale…) al letto della paziente, allora il problema non è più clinico e non è più tecnologico ma strutturale.
Perché l’Europa, su questo terreno, ha un talento e un limite speculari. Il talento è enorme: sappiamo finanziare e produrre ricerca d’eccellenza. Abbiamo istituzioni accademiche di primo piano — la stessa Bocconi, i grandi IRCCS, gli ospedali universitari — e una pipeline di talenti che il mondo ci invidia, capace di generare progetti come questo con regolarità.
Il limite è altrettanto evidente: non sappiamo portare quella ricerca “al ballo”. Tra il prototipo che funziona e la soluzione adottata, rimborsata e scalata, si apre una valle che pochissime innovazioni attraversano.
I numeri lo confermano senza sconti. Una fotografia recente del CERGAS Bocconi sulle organizzazioni sanitarie lombarde — tra le più mature d’Italia — mostra che il 57% non ha ancora adottato alcuna applicazione di intelligenza artificiale in ambito clinico.
E dove l’adozione c’è, è quasi sempre spinta dall’iniziativa di singoli clinici o reparti. Il risultato è un’innovazione a macchia di leopardo: tante esperienze pilota, pochissime che diventano pratica diffusa, perché nessuno le ha pensate, fin dall’inizio, per scalare.
Le ragioni di quella valle non sono misteriose, e quasi mai tecnologiche. Mancano percorsi di rimborso pensati per soluzioni che non sono né un farmaco né un macchinario; mancano logiche di acquisto capaci di valutare un servizio digitale che apprende e si aggiorna nel tempo, invece di un prodotto che si compra una volta e resta uguale a sé stesso; manca, spesso, la figura organizzativa che si assuma la responsabilità di accompagnare l’innovazione dentro i processi, oltre la fase pilota. Sono nodi di metodo e di governo, non di software. E finché resteranno irrisolti, il talento che li produce continuerà a sbattere contro un muro che non ha costruito.
Ricerca europea e innovazione sanitaria
Il Rapporto Draghi sulla competitività europea lo scrive senza giri di parole: l’Europa non riesce a trasformare l’innovazione in commercializzazione, e le imprese che vogliono crescere trovano ostacoli a ogni passaggio. I numeri confermano. Negli Stati Uniti la Food and Drug Administration ha già autorizzato oltre 1.450 dispositivi medici basati sull’intelligenza artificiale; in Cina l’agenzia regolatoria — la NMPA — è passata da 9 approvazioni nel 2020 a 45 nel solo 2024, grazie a corsie accelerate che accorciano di mesi i tempi di revisione. Mentre noi finanziamo l’eccellenza e regolamentiamo con cura, non abbiamo ancora la stessa velocità a percorrere la valle tra il laboratorio e la corsia.
Come approfondito altrove serve sicuramente dare priorità non alla velocità del go-to-market ma all’impatto organizzativo di queste innovazioni nel mondo reale per coglierne il potenziale.
Ma in un mondo altamente connesso questo ritardo ha diversi costi e conseguenze negative come vedremo più avanti.
Eppure qualcuno il ponte prova a costruirlo, e vale la pena guardarlo. Il Policlinico Gemelli, per valorizzare la propria ricerca, ha dato vita a una società dedicata — Gemelli Digital Medicine and Health — con il mandato esplicito di trasformare i progetti in soluzioni capaci di reggere il mercato. È esattamente ciò che intendo quando parlo di ponte: tra ricerca e cura non c’è un collegamento già pronto da percorrere, c’è una struttura da costruire deliberatamente, con visione, governance e un modello economico sostenibile.
In tutto questo, CINDERELLA non è l’imputato: è la prova che la materia prima europea è eccellente. Sul banco degli imputati c’è semmai il sistema che ne rallenta la valorizzazione, un sistema di cui faccio parte anch’io, da operatore dell’industria, e che osservo da dentro, non dall’alto di un giudizio comodo.
L’urgenza, e ciò che rischiamo di perdere
È qui che avverto un’urgenza, e non la nascondo. Mentre l’Europa procede in ordine sparso, frammentata in ventisette sistemi sanitari che dialogano ancora troppo poco tra loro, i due sistemi più forti del pianeta — Stati Uniti e Cina — corrono con una logica di sovranità: dati, infrastrutture e capitali concentrati, e una determinazione esplicita a costruire in casa la propria autonomia tecnologica.
Noi continuiamo a misurarci con orizzonti regolatori che maturano lentamente — lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari dispiegherà i suoi obblighi solo verso la fine del decennio — mentre altrove si costruisce già, oggi. Il rischio è netto: restare il continente che pubblica gli studi mentre altri ne incassano l’impatto.
L’auspicio, allora, è semplice da enunciare e difficile da realizzare: i sistemi sanitari europei devono collaborare, davvero, per diffondere le buone pratiche e scalare insieme ciò che funziona. Una soluzione validata a Milano, a Lisbona o a Heidelberg non dovrebbe ripartire da zero ogni volta che attraversa un confine. Collaborare, in concreto, significa poche cose ma decisive: standard che permettano a dati e soluzioni di parlarsi tra Paesi, criteri di valutazione condivisi che evitino di rivalidare da capo ciò che altrove ha già dato prova, meccanismi che riconoscano in un sistema il valore dimostrato in un altro. La cooperazione tra sistemi non è un esercizio diplomatico: è la versione “di sistema” del costruire-non-comprare, l’unico modo perché il valore prodotto in un punto diventi cura in tutti gli altri.
C’è poi un costo, in questa frammentazione, che misuriamo troppo poco e che mi preoccupa più di ogni altro: perdiamo i nostri migliori. I talenti che la nostra pipeline forma con cura finiscono spesso per emigrare là dove vedono i propri progetti realizzarsi più in fretta, dove tra l’idea e l’applicazione non si spalanca una valle ma si apre un sentiero. Formiamo eccellenze e, di fatto, le regaliamo a chi ha saputo costruire il ponte prima di noi. È un paradosso doloroso, e apre un tema più ampio — quello di una possibile emigrazione sanitaria, di competenze e domani forse di pazienti in cerca di ciò che a casa non trovano — che merita un discorso a sé, e al quale tornerò.
Una sola logica, due scale
Torno, per chiudere, alla donna dell’inizio. L’intelligenza artificiale di CINDERELLA le restituisce una scelta: la rende di nuovo soggetto della propria cura, e non oggetto di una decisione presa altrove. È, a ben vedere, esattamente ciò che l’Europa dovrebbe fare con la propria ricerca: smettere di subirne la dispersione e tornare soggetto del proprio valore. La logica è la stessa, alle due scale — quella di una paziente e quella di un continente.
L’AI in sanità non si compra, si costruisce: connettendo il lavoro delle persone e rendendo la cura più umana. Vale per una donna davanti a una scelta. Vale, con la stessa forza, per un continente davanti al proprio futuro.














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