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XR in sanità, il paradosso italiano: eccellenze cliniche senza sistema



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La realtà estesa in sanità non è più soltanto sperimentazione: in Europa entra nei protocolli clinici, nella formazione chirurgica e nella terapia immersiva. Il mercato cresce, ma in Italia manca ancora una strategia pubblica capace di trasformare ricerca e competenze in filiera scalabile

Pubblicato il 14 mag 2026

Luca Chiabrera

CEO di Techstar



sanità sul territorio università; realtà aumentata sanità
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Nel 2024, l’unità di neurochirurgia dell’Humanitas di Milano ha iniziato a integrare modelli tridimensionali derivati da imaging MRI nei propri protocolli preoperatori. I chirurghi esplorano la morfologia cerebrale del paziente in ambiente immersivo prima dell’intervento, identificando varianti anatomiche e criticità vascolari che la visione bidimensionale tradizionale tende a comprimere. Non è un progetto pilota finanziato da un bando europeo: è diventato parte del flusso di lavoro ordinario.

Questo è il punto in cui molte conversazioni sull’extended reality (XR) in sanità si inceppano: si continua a parlare di futuri, di potenziale, di sperimentazioni promettenti, mentre in alcune strutture europee la tecnologia ha già attraversato la soglia che separa il laboratorio dalla clinica. Il ritardo non è tecnologico, ma cognitivo e organizzativo.

Un mercato che cresce indipendentemente dall’attenzione che gli dedichiamo

Il mercato globale dell’XR applicata all’healthcare ha raggiunto i 6,3 miliardi di dollari nel 2023 e le proiezioni più accreditate, come quelle di Grand View Research e PwC Health Research Institute, indicano un valore superiore ai 35 miliardi entro il 2030, con un tasso di crescita annuo composto del 26%. Non si tratta di un segmento di nicchia alimentato dall’entusiasmo dei pionieri, ma di una curva di adozione che ha già superato la fase dell’early adoption e si sta consolidando in un’industria strutturata.

Circa tremila strutture sanitarie nel mondo utilizzano oggi tecnologie di extended reality in contesti operativi. Il 65% delle cinquanta facoltà di medicina più influenti a livello globale ha integrato simulatori di realtà virtuale nei propri curricula. Questi numeri non misurano interesse o intenzione: misurano l’utilizzo.

Cosa sta succedendo concretamente in Europa

Vale la pena guardare i casi con attenzione, perché la dispersione delle applicazioni è già ampia e riguarda ambiti clinici molto diversi tra loro.

In Italia, il Bambino Gesù di Roma ha implementato protocolli di distrazione cognitiva in realtà virtuale per i pazienti pediatrici sottoposti a procedure dolorose (medicazioni, prelievi, piccoli interventi ambulatoriali). I dati interni indicano una riduzione del dolore percepito del 40% rispetto al gruppo di controllo, con una diminuzione corrispondente del ricorso a sedativi leggeri. Il Politecnico di Milano, in collaborazione con l’Istituto Europeo di Oncologia, sta sviluppando sistemi di overlay in realtà aumentata per la chirurgia oncologica mammaria: i margini di resezione vengono visualizzati in sovrapposizione al campo operatorio in tempo reale, riducendo il rischio di margini positivi senza allungare i tempi chirurgici.

In Germania, la Charité di Berlino ha integrato ambienti VR nei processi di riabilitazione post-ictus, sfruttando i meccanismi di neuroplasticità per guidare il recupero motorio. I risultati pubblicati mostrano un miglioramento del 25% rispetto ai protocolli fisioterapici standard. A Barcellona, l’Hospital Clinic utilizza dispositivi di mixed reality per sovrapporre immagini ecografiche al campo visivo del clinico durante biopsie epatiche guidate. Nel Regno Unito, invece, l’NHS ha costruito un programma strutturato di formazione chirurgica in VR per ortopedia: la riduzione degli errori operativi nelle prime fasi di carriera documentata è del 40%, dato confermato anche da una revisione pubblicata sul New England Journal of Medicine nel 2023.

Due rivoluzioni distinte che tendiamo a confondere

È utile separare analiticamente ciò che l’XR sta modificando in sanità, perché i meccanismi e le implicazioni sono profondamente diversi.

Il primo ambito è la formazione: la curva di apprendimento della chirurgia è tradizionalmente lunga, costosa e problematica (sotto il profilo etico). I medici acquisiscono competenza operando su pazienti reali, il che significa che i pazienti nelle fasi iniziali di carriera di un chirurgo sono oggettivamente più esposti. I simulatori XR comprimono questa curva in modo misurabile: permettono di iterare su procedure rare, gestire scenari di emergenza e sviluppare coordinazione motoria senza variabili cliniche reali. Il dato del 30-40% di riduzione degli errori nelle prime fasi operative non è un’indicazione di miglioramento marginale, ma è un cambio strutturale nel modo in cui la competenza chirurgica viene acquisita e certificata.

Il secondo ambito riguarda direttamente il paziente. Uno studio dell’UCLA ha documentato una riduzione del 24% del dolore percepito in pazienti oncologici sottoposti a sessioni di terapia immersiva. Il programma Snow World, sviluppato dall’Università di Washington per i grandi ustionati, ha ottenuto una riduzione del 50% dell’intensità del dolore durante le medicazioni, una delle procedure più difficili da gestire farmacologicamente senza effetti collaterali significativi. Questi risultati spostano la conversazione: l’XR non è solo un’interfaccia più efficiente, ma un intervento terapeutico con evidenza clinica propria.

Le criticità che sarebbe sbagliato non nominare

Nessuna tecnologia con queste caratteristiche di discontinuità è priva di controindicazioni, e il settore ha tutto l’interesse a trattarle senza sconti.

Il primo problema è strutturale: il costo. I sistemi di extended reality professionali per uso clinico si collocano in una fascia compresa tra 20.000 e 200.000 euro per installazione. In un contesto di sanità pubblica che affronta pressioni di bilancio croniche, questo crea un rischio reale di biforcazione: innovazione accessibile alle strutture private e ai grandi hub, stagnazione tecnologica nelle realtà periferiche. Non è un’ipotesi teorica, è una dinamica che si osserva già.

Il secondo problema è clinico: circa il 20-40% degli utenti sperimenta forme di cybersickness (nausea, disorientamento, cefalea) e alcune categorie di pazienti, in particolare con epilessia fotosensibile, rappresentano controindicazioni assolute. Il digital divide generazionale limita ulteriormente l’applicabilità: la popolazione anziana, spesso quella con la maggiore complessità clinica, incontra barriere significative nell’utilizzo.

Il terzo problema, forse il meno dibattuto pubblicamente, riguarda i dati. I dispositivi XR raccolgono informazioni biometriche di straordinaria granularità: pattern di movimento oculare, risposte pupillari, micromovimenti del capo, sequenze gestuali. In ambito clinico, questi dati non sono semplicemente personali, bensì sono predittivi di condizioni neurologiche, stati cognitivi, profili comportamentali. Il GDPR fornisce una cornice, ma non risponde alle domande più rilevanti: chi possiede questi dati? Chi può analizzarli? In quale forma possono essere aggregati e ceduti? Servono framework etici specifici per il contesto sanitario, costruiti con la partecipazione attiva dei pazienti.

L’ultimo nodo è epistemologico: molti degli studi che circolano su XR e healthcare presentano campioni ridotti e metodologie eterogenee. La validazione clinica su larga scala attraverso trial randomizzati controllati è ancora limitata. Questo non squalifica i risultati esistenti, ma impone cautela nell’estendere le conclusioni a contesti diversi da quelli in cui sono state prodotte.

Il problema italiano è la mancanza di sistema

L’Italia dispone di strutture di ricerca e cliniche di livello assoluto: Humanitas, Bambino Gesù, Politecnico di Milano, IEO sono solo alcuni degli interlocutori riconosciuti a livello europeo e mondiale. Quello che producono, in termini di sperimentazione, pubblicazioni e risultati clinici, regge il confronto con qualsiasi altro centro europeo e mondiale.

Il problema, infatti, non risiede qui, ma nelle strutture. In Italia, ospedali, università e aziende tecnologiche si incontrano troppo raramente e troppo tardi nel ciclo di sviluppo di una tecnologia. Il risultato, sistematico e documentato, è che le idee migliori vengono industrializzate altrove. Questa è una scelta politica che si misura in investimenti mancati, brevetti ceduti e talenti che emigrano.

Lo Stato, il grande assente

In questo contesto, la domanda più scomoda riguarda il ruolo del governo. E la risposta, guardando lo scenario con onestà, non è rassicurante.

Il PNRR ha destinato alla Missione Salute circa 15,6 miliardi di euro, di cui una quota significativa esplicitamente orientata alla digitalizzazione del Sistema Sanitario Nazionale. Sulla carta, un impegno rilevante. Nella realtà dell’implementazione, il quadro è più frammentato. Il Fascicolo Sanitario Elettronico, che dovrebbe essere il pilastro dell’interoperabilità digitale tra strutture sanitarie, ha registrato tassi di adozione disomogenei tra regioni al punto da rendere difficile parlare di sistema nazionale. Nel 2024, a distanza di anni dal lancio, molte regioni del Sud presentavano ancora un’adesione inferiore al 30% della popolazione assistita.

Il decreto sulla telemedicina del 2022 ha fissato un quadro normativo atteso da anni, ma la sua attuazione pratica è rimasta in larga parte affidata alle singole regioni, senza un coordinamento centrale efficace né un piano di finanziamento dedicato e vincolante. Non esiste, ad oggi, alcun programma ministeriale specifico che menzioni esplicitamente le tecnologie XR come strumento di innovazione clinica o formativa nel SSN. La realtà aumentata e la realtà virtuale non compaiono nei documenti strategici del Ministero della Salute come priorità di investimento identificata.

Il confronto con altri Paesi europei è impietoso. Il Regno Unito, ad esempio, ha stanziato fondi dedicati attraverso l’NHS Digital Transformation Programme con linee specifiche per simulatori XR nella formazione chirurgica. La Francia ha integrato la VR terapeutica nei LEA (i Livelli Essenziali di Assistenza) per alcune categorie di pazienti cronici. La Germania finanzia attraverso il Digitale-Versorgung-Gesetz applicazioni digitali in sanità, incluse quelle immersive, con un processo di validazione e rimborso strutturato. In Italia, nulla di paragonabile esiste o è in fase di costruzione visibile.

Questo significa che tutto ciò che accade di rilevante nel settore XR-healthcare in Italia, accade nonostante le politiche pubbliche e grazie a università, ospedali e aziende. Humanitas sperimenta con fondi propri e partnership internazionali; il Bambino Gesù attinge a finanziamenti europei e donazioni private; il Politecnico di Milano costruisce collaborazioni con l’industria perché la filiera pubblica di trasferimento tecnologico è lenta e sottofinanziata.

Il senso di tutto questo

C’è una tendenza, nel discorso sull’innovazione tecnologica, a separare il piano tecnico da quello politico come se fossero indipendenti. Ma non lo sono e il caso della sanità italiana lo dimostra con precisione. Ciò che manca non è la tecnologia, che è già disponibile, collaudata e accessibile. Non manca neanche la ricerca: l’Italia produce risultati clinici che reggono il confronto europeo. Manca la capacità di sistema di trasformare queste risorse in una filiera coerente, finanziata e scalabile.

Detto questo, sarebbe sbagliato leggere il quadro solo in chiave di deficit. Il fatto che Humanitas, Bambino Gesù, Politecnico di Milano e IEO abbiano raggiunto risultati rilevanti in assenza di un quadro politico favorevole dice qualcosa di importante sul potenziale sottostante: in Italia esiste una massa critica di competenze, strutture e volontà che aspetta condizioni migliori per esprimersi su scala.

Il mercato XR in sanità crescerà, in Italia come altrove, indipendentemente dalle scelte di policy: la pressione demografica, la carenza di personale sanitario e i costi crescenti del sistema pubblico rendono l’innovazione tecnologica una necessità strutturale. La domanda è se l’Italia parteciperà a questa crescita come protagonista o come mercato di sbocco per tecnologie sviluppate altrove.

La risposta dipende in parte da scelte politiche che ancora non sono state fatte, ma anche dalla capacità dell’ecosistema privato di costruire dal basso quella filiera che la politica non ha ancora saputo costruire dall’alto. È un percorso più lento e più faticoso, ma è anche l’unico che abbia mai funzionato davvero in Italia.

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