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Direttore responsabile Alessandro Longo

BILANCIO DEL PNSD

Piano nazionale scuola digitale, i punti deboli escono a fine anno

di Gabriele Benassi, Usr Emilia Romagna

23 Giu 2017

23 giugno 2017

Siamo nel momento più delicato dello sviluppo del PNSD, in cui sono da consolidare le buone conquiste e da sviluppare e far crescere le nuove. Ma per realizzare quanto rimasto in sospeso e per una gestione più oculata e strategica dei PON sono necessari più ascolto e più consapevolezza

Si è chiuso un altro anno scolastico. Se l’avvio del piano nazionale scuola digitale è stato senza alcun dubbio una novità di grande impatto per le proposte organiche e innovative, in questo secondo anno si è perso molto dello smalto iniziale e i fili di sviluppo del PNSD sembrano essersi arrovellati in troppe burocrazie e incongruenze, sicuramente in importanti ritardi da parte del ministero.

La complessità della scuola italiana, che si muove in un equilibrio schizofrenico fra sussidiarietà e centralismo, autonomia e vincoli burocratici, ha certamente contribuito a questa fase di difficoltà. Difficile fare un bilancio oggettivo. Ad oggi manca ancora un’analisi della realtà, un monitoraggio capillare, un osservatorio che produca dati e valutazioni conseguenti per cui la mia valutazione rimane legata ad un’analisi empirica parziale e non di sistema.

Tuttavia non è difficile individuare alcune criticità fin troppo palesi: non sono stati ancora erogati i famosi 1000 euro annuali per l’azione degli animatori digitali; non sono ancora state individuate ufficialmente dal ministero le linee operative per lo sviluppo del byod; non sono ancora state individuate ufficialmente dal ministero le linee operative riguardanti le autoproduzioni, i contenuti sostitutivi ed integrativi; non sono stati rivisti i curricoli di tecnologia nella scuola secondaria di 1 grado; non sono stati ancora abbozzati i curricoli digitali. Certamente il PNSD è di tale portata che era prevedibile un certo ritardo nello sviluppo delle 35 azioni. Non sono questi ritardi rispetto al cronoprogramma ben definito nel documento a creare quei malumori nelle scuole che stanno incrinando quell’entusiasmo e quella voglia di innovazione che era nata con la proposta del piano. Sembrano emergere problematiche più profonde e di sistema.

Innanzitutto l’utilizzo massiccio e frenetico dei bandi PON e MIUR sta ingolfando le scuole sia in fase di progettazione che di gestione. Scuole lasciate sempre troppo da sole, senza alcuno sportello provinciale, regionale o nazionale di supporto e tutoraggio[1], sempre più frequentemente con segreterie con personale insufficiente e con dirigenti in reggenza. Il problema non è solo la frequenza dei bandi, ma anche l’inattendibilità dei tempi di approvazione dei progetti e di erogazione dei finanziamenti legati ai bandi stessi[2]. Questo porta gli istituti a progettare e pianificare di continuo, spesso a vuoto, coinvolgendo associazioni, territori, enti, fornitori in azioni scollegate fra loro e poco organiche. Delle due l’una: o si progetta a caso solo per concorrere a finanziamenti, scopiazzando piani preconfezionati e generici o si progetta in modo coerente e strutturale in un’ottica di sviluppo e miglioramento dell’offerta formativa degli istituti. Anche gli ultimi bandi sull’asse 1 prevedono soldi, tanti soldi, da spendere in attività extracurricolari ma è palese che potranno caratterizzare solo episodicamente l’offerta formativa delle scuole che avranno i finanziamenti, senza garantire replicabilità e sostenibilità della maggior parte delle azioni finanziate, una volta terminate le risorse.

In secondo luogo, il PNSD si sta portando avanti senza alcun coinvolgimento fattivo delle strutture intermedie del ministero sul territorio, appoggiandosi solo sull’autonomia di alcune scuole spesso non in rete fra loro e nemmeno in collegamento. E’ ancora possibile una azione di sistema diversa, anche differente territorialmente secondo le specifiche delle zone e comunque concordata con le regioni? E’ ancora possibile organizzare la formazione stessa secondo criteri meno rigidi, con albi dei formatori e non con graduatorie, con piattaforme meno vincolanti e centralizzate, dando maggiore autonomia di gestione o coordinamento alle reti di ambito? La realtà è che le nostre scuole sono ormai autonome solo quando devono prendersi delle responsabilità, ma non hanno quasi mai in mano l’autonomia organizzativa e gestionale legata alle responsabilità che si sono assunte. Questa non è nemmeno più a capo degli uffici periferici del ministero e si assiste spesso allo scarico delle responsabilità che ha il risultato di rallentare o bloccare lo sviluppo di qualsiasi percorso di innovazione o che tenti semplicemente di modificare lo status quo, in una continua confusione sul “chi fa che cosa.” Nella recente gestione di alcuni PON, per esempio, le procedure e le indicazioni operative sono spesso in fieri e vengono fissate o cambiate anche a lavori avviati, in una totale confusione per gli attori che stanno sviluppando le azioni progettuali.

Nonostante queste evidenti difficoltà, sarebbe un errore liquidare il PNSD come esperienza chiusa e non positiva. Ad oggi rimane una delle azioni più significative e organiche proposte dal Miur ed è riuscito in soli due anni a portare avanti alcune azioni fondamentali: lo Spid, al quale i docenti stanno gradualmente abituandosi; la cultura dell’atelier e dei fablab a scuola; i carrelli mobili con dispositivi misti; le nuove metodologie costruttiviste e il loro rapporto con le tecnologie; il coding, le piattaforme di condivisione, la formazione.

E’ innegabile che grandi progressi anche di tipo culturale siano stati fatti da un numero considerevole di docenti nelle scuole italiane e che il numero di docenti competenti in tecnologie applicate alla didattica stia gradualmente aumentando.

Siamo davvero nel momento più delicato dello sviluppo del piano, quello in cui sono da consolidare le buone conquiste e sono da sviluppare e far crescere le nuove. Speriamo che si arrivi alla realizzazione di quanto rimasto in sospeso e ad una gestione più oculata e strategica dei PON. Basterebbe più ascolto e più consapevolezza della realtà delle scuole per capirlo. Magari cominciando proprio dall’applicazione dell’azione 33 con l’osservatorio per la scuola digitale.

[1] se si esclude INDIRE, solo per gli aspetti tecnici della piattaforma GPU

[2] Per esempio, non si sa ancora l’esito del bando “inclusione sociale e lotta al disagio” Avviso 10862 del 16 settembre 2016 e delle “biblioteche innovative” DM 6 Maggio 2016 prot. n 299

  • paolo

    Altri punti deboli :
    1) la definizione di tempi di svolgimento dei corsi troppo brevi che coincidono con altre attività scolastiche obbligatorie
    2) la non implementazione dei corsi nell’ambito di un piano pluriennale dell’offerta formativa
    3) in alcuni casi (forse tanti) il non rispetto del taglio pratico. Nel mio caso (corso per il team innovazione) i tutor utilizzati solo per il foglio firme
    4) corsi con contenuti non organici ma semplicemente informativi con taglio superficiale
    4) contenuti non inerenti il tipo di scuola. Non si é data la possibilità ai docenti di scegliere i corsi più adatti alle esigenze della scuola

  • MRC

    Oltre a quelli già individuati dall’analisi proposta, credo che un ulteriore punto di debolezza sia, nel caso degli istituti di istruzione secondaria superiore, la contrazione dell’organico dei tecnici di laboratorio. Nella secondaria di secondo grado per accedere ai laboratori è necessaria la presenza di un tecnico, ma la loro persistenza nell’organico è essenzialmente legata alle ore curriculari, pertanto se si ha una contrazione di tali ore (ad esempio se diminuiscono gli alunni), si “perdono” i tecnici ed i laboratori diventano virtualmente inesistenti, con un enorme spreco delle risorse disponibili. Come si può portare aventi un discorso di innovazione digitale senza poter accedere, con i colleghi e i ragazzi, agli ambienti digitali? Credo che la presenza in organico dei tecnici di laboratorio, di tutte le tipologie di laboratorio, debba essere legata non alle ore dei programmi ministeriali ma al numero di laboratori effettivamente esistenti negli istituti; solo in questo modo potrà essere garantita l’effettiva fruibilità degli stessi e portare avanti quella didattica laboratoriale così essenziale per l’innovazione.

  • Emiliano Stravecchi

    Qualche spunto lo potete trovare qui dentro nella penultima risposta di Piacentini https://www.youtube.com/watch?v=8j9U54m5Shk

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