Il Cyber Resilience Act segna un punto di non ritorno per il modo in cui le aziende italiane concepiscono la sicurezza digitale: non più una funzione tecnica confinata ai reparti IT, ma un requisito strutturale che accompagna ogni prodotto digitale dalla progettazione fino al termine del suo ciclo di vita. Con le prime scadenze già fissate per il 2026, il regolamento europeo impone un cambio di passo che riguarda supply chain, governance e responsabilità verso il mercato.
Indice degli argomenti
Il Cyber Resilience Act ridefinisce il perimetro della cybersecurity
Per anni, la cybersecurity è stata considerata un tema esclusivamente “interno” alle aziende: una questione tecnica, legata alla protezione di infrastrutture, dati e sistemi. Il Regolamento Europeo Cyber Resilience Act (CRA) cambia radicalmente questo punto di vista. Con la nuova normativa, la cybersecurity diventa una caratteristica intrinseca del prodotto digitale, uscendo dal dominio delle sole strutture tecniche.
In sostanza, questo passaggio implica che tutti i prodotti digitali, come ad esempio software, dispositivi e soluzioni digitali non possono più essere realizzati senza integrare la cybersecurity fin dalle prime fasi della loro progettazione e, conseguentemente, i produttori devono garantirne il mantenimento nel tempo, lungo tutto il ciclo di vita.
Non si tratta di un semplice adeguamento normativo, ma di un vero e proprio cambio di paradigma che incide direttamente su innovazione, supply chain e responsabilità verso il mercato, introducendo di fatto un “bollino CE” per la cybersecurity dei prodotti digitali. A partire da dicembre 2027, infatti, l’immissione sul mercato europeo di prodotti con elementi digitali sarà subordinata alla conformità ai requisiti di sicurezza del regolamento; inoltre, ciascun prodotto dovrà essere corredato da una Dichiarazione UE di conformità, necessaria per poter apporre legalmente la marcatura CE. Vi sono però già importanti scadenze nel 2026, in quanto a partire da settembre le aziende dovranno segnalare le vulnerabilità sfruttate e gli incidenti gravi alle autorità competenti.
Dalla sicurezza IT alla sicurezza di prodotto
Il CRA introduce un concetto semplice ma rivoluzionario: la cybersecurity diventa un prerequisito per l’accesso al mercato.
Non si tratta più di proteggere sistemi aziendali o di gestire incidenti. Le imprese devono essere in grado di dimostrare che i propri prodotti digitali sono stati progettati, sviluppati e mantenuti in maniera da garantirne la cybersecurity. E devono farlo in modo continuativo, anche dopo la loro immissione sul mercato.
Per molte aziende italiane, questo rappresenta una rivoluzione culturale, secondo il quale la cybersecurity non è più un elemento aggiuntivo del prodotto, ma diventa un suo elemento strutturale.
Come si stanno muovendo le aziende italiane
Nel mercato italiano, il Cyber Resilience Act ha già iniziato a produrre effetti concreti, anche se con livelli di maturità molto diversi. L’entrata in vigore del regolamento impone alle aziende una trasformazione profonda dei processi di sviluppo, gestione e governo della supply chain.
Il perimetro esteso dei prodotti digitali
Il primo elemento che le aziende stanno affrontando è l’ampiezza del perimetro di applicazione della normativa relativamente ai propri contesti specifici, spesso con un gap significativo tra l’aspettativa di pochi prodotti impattati e la realtà di un perimetro ben più ampio. Il CRA, infatti, non si limita ai prodotti hardware o alle soluzioni direttamente commercializzate, ma si basa su un concetto più ampio di “prodotto messo a disposizione sul mercato”. Ciò include anche software, applicativi e siti web e app utilizzati a supporto di attività commerciali distribuiti a clienti, partner o altri soggetti della catena del valore, e persino soluzioni non direttamente monetizzate ma funzionali all’erogazione di servizi. Ne sono un esempio concreto i siti web o le app messi a disposizione dall’azienda nei confronti della propria rete commerciale per supportare le attività di vendita o di assistenza post-vendita.
Il risultato è un perimetro esteso, che sta rendendo la fase di identificazione dei propri prodotti digitali il primo scoglio di rilievo nell’adempimento normativo. Infatti, ogni azienda non deve limitarsi a censire i propri prodotti in senso propriamente stretto, ma deve reinterpretare il proprio patrimonio digitale alla luce di una definizione che abbraccia ambiti nuovi e non consueti.
La governance della supply chain e il ruolo dell’SBOM
Le realtà che già hanno intrapreso tale percorso, si stanno poi confrontando con la necessità di evolvere i modelli organizzativi e tecnici, in modo da integrare la sicurezza nel ciclo di vita del prodotto, definendo processi di Secure Development Lifecycle e introducendo controlli di sicurezza in tutte le fasi di progettazione, sviluppo, realizzazione e mantenimento. Per i prodotti già disponibili sul mercato invece, le aziende stanno implementando una gestione strutturata delle vulnerabilità, basata su monitoraggio continuo, processi di patching e remediation e gestione della comunicazione verso i soggetti terzi, come clienti e partner.
La fase immediatamente successiva è focalizzata sulla governance della supply chain digitale: le organizzazioni devono mappare fornitori (attività che per i soggetti NIS2 è già un obbligo regolamentare) e componenti tecnologiche, integrare requisiti di cybersecurity nei contratti e attivare meccanismi di monitoraggio continuo nel tempo. In questo contesto riveste un ruolo particolarmente rilevante il c.d. Software Bill Of Materials (SBOM), ossia l’elenco delle componenti digitali che costituiscono il prodotto, che deve diventare il punto centrale per la gestione del rischio di cybersecurirty, integrandosi nei processi di progettazione, sviluppo e gestione.
Assessment e gap analysis: la strada delle aziende più strutturate
Dal nostro ruolo di osservatori, possiamo notare come le aziende più strutturate stiano avviando attività di assessment e gap analysis per valutare il proprio livello di aderenza ai requisiti del CRA, dalle quali derivano le evoluzioni necessarie nei processi di sviluppo, con l’introduzione di pratiche di secure development lifecycle e una maggiore attenzione alla gestione delle vulnerabilità. Queste iniziative si innestano spesso su programmi di compliance già esistenti, come DORA, NIS2 o ISO 27001, che però spesso non sono pienamente integrati in una visione unitaria orientata al prodotto.
L’invito è quello di ragionare sui propri prodotti digitali seguendo la stessa logica adottata dai vendor di prodotti tecnologici, considerando il proprio business come costituito non solo dai prodotti/servizi tradizionali, ma anche dai prodotti digitali che generano valore (direttamente o indirettamente).
Le difficoltà reali: quali sono gli angoli ciechi?
Il primo punto che mette in difficoltà le aziende riguarda la definizione stessa di prodotto digitale ai sensi della normativa. In molti contesti, software sviluppati internamente o soluzioni utilizzate all’interno della catena del valore non sono mai stati trattati come elementi soggetti a requisiti regolatori. Questo genera un livello di incertezza significativo già nella fase iniziale.
Il secondo elemento di rilievo è la richiesta di integrazione della cybersecurity nei prodotti tecnologici, in quanto spesso a livello organizzativo la cybersecurity è gestita da funzioni interne diverse da quelle che si occupano del mercato.
Il terzo elemento di preoccupazione è la gestione delle vulnerabilità nel tempo. Il CRA introduce una responsabilità continuativa: intercettare, valutare e correggere le vulnerabilità anche dopo la distribuzione del prodotto e per molte organizzazioni, queste capability devono ancora essere costruite.
Il quarto elemento di difficoltà è legato al preparare le strutture preposte al rispetto degli obblighi di segnalazione delle vulnerabilità sfruttate e degli incidenti gravi, qualora non fossero già strutturate, che richiedono tempi di reazione rapidi e coordinamento tra funzioni tecniche, legali e di compliance. In particolare, il Cyber Resilience Act richiede ai produttori di implementare processi di monitoraggio continuo delle vulnerabilità e degli incidenti lungo tutto il ciclo di vita del prodotto digitale, garantendo una gestione tempestiva degli eventi di sicurezza.
A queste sfide si aggiunge un elemento particolarmente delicato: l’assenza, ad oggi, di standard tecnici e schemi di certificazione pienamente definiti. Il CRA, infatti, chiarisce cosa deve essere garantito, ma non definisce ancora in modo completo come raggiungere l’obiettivo in maniera sistematica. Gli standard armonizzati e i criteri tecnici sono in fase di sviluppo e la lista degli enti di certificazione che effettueranno l’analisi della conformità dei prodotti critici immessi nel mercato non è stata ancora pubblicata.
Per le aziende, questo crea una situazione di incertezza operativa in quanto è necessario avviare rapidamente il percorso di adeguamento, ma senza avere ancora tutti i riferimenti definitivi su cui costruirlo.
In questo contesto, molte organizzazioni stanno adottando un approccio pragmatico, facendo leva su standard e framework già disponibili – come ISO o linee guida ENISA – utilizzati come riferimento per interpretare e strutturare i requisiti del CRA in modo operativo.
Si tratta di una soluzione necessariamente transitoria, ma efficace per avviare il percorso.
Un banco di prova per il mercato
Il Cyber Resilience Act rappresenta, per il mercato, molto più di un obbligo normativo.
Le aziende che riusciranno a integrare velocemente ed efficacemente la sicurezza nei processi di sviluppo e nella gestione del prodotto potranno trasformare la compliance in un elemento distintivo, aumentando qualità, affidabilità e fiducia nel mercato.
Quelle che continueranno ad affrontarla in modo frammentato rischiano invece di trovarsi a rincorrere le scadenze, con impatti diretti non solo sulla conformità, ma anche sulla capacità di competere.
Il tema, quindi, non è se essere compliant, ma come arrivare prima degli altri per trasformare una normativa in un vantaggio competitivo.












Partecipa alla community