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Perché Mythos di Anthropic interessa ai servizi di intelligence



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Mythos di Anthropic apre una nuova fase nell’uso dell’intelligenza artificiale per cybersecurity, intelligence e sicurezza nazionale. L’obiettivo è accelerare l’individuazione di vulnerabilità, anticipare attacchi e ridefinire il rapporto tra analisti, infrastrutture digitali e competizione geopolitica

Pubblicato il 23 lug 2026

Antonio Teti

Responsabile Settore Sistemi Informativi di Ateneo, Innovazione Tecnologica e Sicurezza Informatica. Responsabile per la Transizione Digitale di Ateneo e Referente di Ateneo per la Cybersicurezza Docente di Fondamenti di Cybersecurity al Dipartimento di Economia Aziendale



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L’AI si sta rapidamente trasformando in un’infrastruttura critica della sicurezza nazionale. Mythos, il nuovo modello sviluppato da Anthropic e presentato con capacità avanzate per attività di cybersecurity, rappresenta probabilmente uno degli eventi più significativi degli ultimi anni nel settore della sicurezza digitale.

Mythos introduce una nuova categoria di strumenti nei quali l’intelligenza artificiale non svolge più soltanto una funzione di supporto all’analista umano, ma assume il ruolo di “agente operativo” capace di individuare vulnerabilità software, analizzare enormi basi di codice, simulare attacchi informatici, individuare configurazioni errate e contribuire attivamente alla difesa delle infrastrutture digitali. Questa evoluzione modifica radicalmente il rapporto tra uomo e macchina nella cybersecurity. E alle agenzie di intelligence interessa.

Mythos di Anthropic e la nuova categoria di strumenti IA

Per oltre trent’anni gli strumenti di sicurezza hanno operato prevalentemente secondo logiche deterministiche: antivirus basati su firme, sistemi IDS fondati su regole, firewall configurati manualmente, scanner di vulnerabilità costruiti su database di CVE già note.

Anche l’introduzione del machine learning nei sistemi di sicurezza aveva mantenuto un’impostazione relativamente tradizionale, limitandosi a migliorare il rilevamento di anomalie.

Con Mythos il paradigma cambia completamente, poiché, per la prima volta, un modello di frontiera viene progettato per comprendere il software quasi come farebbe un ricercatore di sicurezza esperto, ragionando sul codice, ricostruendo catene di attacco, ipotizzando scenari di sfruttamento e individuando vulnerabilità ancora sconosciute.

In funzione di quanto evidenziato, non è difficile comprendere perché questo abbia immediatamente attirato l’attenzione delle agenzie governative americane.

Il valore strategico delle vulnerabilità zero-day

La scoperta di vulnerabilità “zero-day” rappresenta infatti uno degli asset più preziosi nell’attuale competizione geopolitica.

Una vulnerabilità sconosciuta consente a chi la possiede di accedere clandestinamente a sistemi informatici strategici, raccogliere informazioni, compromettere infrastrutture critiche o predisporre operazioni di sabotaggio.

Tradizionalmente tali capacità erano appannaggio di gruppi estremamente specializzati appartenenti alle grandi agenzie di intelligence o a organizzazioni criminali particolarmente sofisticate.

Oggi, invece, l’intelligenza artificiale promette di automatizzare parte di questo processo, ed è in questo il vero elemento rivoluzionario.

L’IA entra nel dominio della sicurezza nazionale

Negli Stati Uniti la cybersecurity è ormai considerata una componente essenziale della sicurezza nazionale, e gli attacchi contro infrastrutture energetiche, reti sanitarie, sistemi finanziari, aziende della difesa e pubbliche amministrazioni dimostrano quotidianamente come il cyberspazio sia diventato un dominio operativo al pari di terra, mare, aria e spazio.

In questo contesto l’intelligenza artificiale non costituisce più soltanto una tecnologia abilitante, ma una vera capacità strategica.

Anthropic ha sviluppato Mythos partendo da una considerazione semplice ma estremamente significativa: gli attaccanti stanno già utilizzando modelli di IA sempre più sofisticati per accelerare le proprie attività offensive.

Limitarsi a impiegare l’intelligenza artificiale come semplice assistente conversazionale significherebbe lasciare ai criminali e agli attori statuali ostili un vantaggio crescente.

Occorreva quindi costruire sistemi capaci di difendere il software con la stessa velocità con cui altri sistemi possono tentare di comprometterlo.

Ed è esattamente da questa esigenza nasce l’intero progetto Mythos.

Il modello è stato progettato per analizzare enormi quantità di codice sorgente, comprendere la logica delle applicazioni, individuare pattern di vulnerabilità e suggerire possibili mitigazioni, operando con una velocità irraggiungibile per qualsiasi team umano.

L’obiettivo non consiste semplicemente nel trovare errori di programmazione, ma nel ridurre drasticamente il tempo necessario per individuare punti deboli all’interno delle infrastrutture digitali prima che possano essere sfruttati da soggetti ostili.

Questa filosofia rappresenta un cambio di paradigma, poiché per decenni la cybersecurity ha operato secondo una logica reattiva: prima l’attacco, poi la correzione. Mythos tenta invece di anticipare l’attaccante. Ed è proprio questa capacità predittiva che rende il modello particolarmente interessante anche per il mondo dell’intelligence.

Perché Mythos interessa ai servizi di intelligence

Ogni servizio di intelligence moderno basa parte delle proprie attività sulla raccolta di informazioni provenienti dal dominio digitale. La GEOINT, la SIGINT, la SOCMINT, la VIRTUAL HUMINT, la Cyber Intelligence e le operazioni offensive dipendono dalla capacità di comprendere sistemi informatici estremamente complessi.

Tradizionalmente queste attività richiedevano mesi di lavoro da parte di ricercatori altamente qualificati, per produrre “intelligence reports” di varia natura.

L’intelligenza artificiale promette di comprimere enormemente questi tempi.

Un modello come Mythos può analizzare migliaia di repository software, individuare configurazioni vulnerabili, correlare informazioni provenienti da differenti progetti open source e suggerire possibili vettori di attacco con una rapidità senza precedenti.

Naturalmente ciò non significa che l’IA sostituirà gli analisti, al contrario, la vera rivoluzione consiste nell’aumentarne le capacità dell’analista, che non dovrà più dedicare settimane all’analisi preliminare del codice, ma potrà concentrarsi sull’interpretazione strategica dei risultati prodotti dall’intelligenza artificiale.

È la stessa trasformazione già osservata in altri settori dell’intelligence, come nel caso dell’OSINT che utilizza sistemi automatici per raccogliere informazioni, della GEOINT che impiega algoritmi per analizzare immagini satellitari e la SOCMINT che ricorre al machine learning per monitorare i social network.

La cyber intelligence sta ora entrando nella stessa fase evolutiva. Mythos rappresenta uno dei primi esempi concreti di questa trasformazione.

Dalla sicurezza informatica alla competizione geopolitica

La vera domanda, tuttavia, non riguarda esclusivamente le capacità tecnologiche del modello, ma interessa la geopolitica.

Chi controllerà questi sistemi?

Chi avrà accesso ai modelli più avanzati?

Quali Stati riusciranno a integrarli nelle proprie strutture di difesa?

L’intelligenza artificiale sta rapidamente assumendo lo stesso valore strategico che nel secolo scorso apparteneva all’energia nucleare, ai satelliti, ai sistemi di navigazione o alle tecnologie stealth.

Non sorprende quindi che il governo statunitense abbia mostrato particolare attenzione nei confronti della distribuzione di Mythos.

Limitare temporaneamente l’accesso ai modelli più sofisticati significa, in sostanza, evitare che capacità estremamente sensibili possano essere immediatamente utilizzate da soggetti ostili, organizzazioni criminali o Stati avversari.

È una dinamica destinata a ripetersi sempre più frequentemente.

L’IA di frontiera non rappresenta più soltanto un prodotto commerciale, sta diventando un elemento della competizione strategica internazionale.

Per questa ragione il dibattito su Mythos supera ampiamente i confini della cybersecurity e coinvolge direttamente la sicurezza nazionale, l’intelligence, la politica industriale e la governance tecnologica.

È in questo scenario che assume particolare rilievo il dibattito, oggi molto acceso negli Stati Uniti, sulla capacità della comunità di intelligence americana di affrontare questa nuova fase storica.

Il nodo istituzionale e l’avvertimento dei Five Eyes

A tal proposito assume particolare rilevanza il dibattito sviluppatosi negli Stati Uniti nelle ultime settimane che mostra come il vero problema non sia soltanto tecnologico, ma soprattutto istituzionale.

Riguarda il recente avvertimento pubblico dell’alleanza Five Eyes — composta da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda — secondo cui i modelli frontier di nuova generazione potrebbero rendere possibili cyberattacchi su larga scala nell’arco di mesi, non di anni.

Per molto tempo le agenzie di intelligence hanno operato assumendo che l’evoluzione delle minacce fosse relativamente graduale.

Le capacità offensive aumentavano, ma con tempi sufficientemente lunghi da consentire aggiornamenti tecnologici, modifiche normative e adeguamenti organizzativi.

L’intelligenza artificiale ha rotto questa dinamica e la velocità con cui un modello può apprendere, analizzare milioni di righe di codice e individuare nuove vulnerabilità riduce drasticamente il tempo disponibile per la difesa.

La finestra tra scoperta della vulnerabilità, sviluppo dell’exploit e attacco operativo tende ad avvicinarsi sempre di più allo zero.

Di conseguenza, quanto evidenziato pone il Governo degli Stati Uniti al centro di una fase estremamente delicata, nella quale convergono tre fenomeni destinati a rafforzarsi reciprocamente:

la crescita esponenziale delle capacità offensive dell’intelligenza artificiale;

l’indebolimento di alcuni strumenti fondamentali della comunità di intelligence;

una crescente instabilità decisionale nella governance della sicurezza nazionale.

Se presi singolarmente, questi elementi sarebbero già motivo di attenzione, considerati insieme delineano invece uno scenario completamente nuovo.

Mythos e il caso NSA

In questo quadro assume particolare rilievo il programma Project Glasswing, attraverso il quale Anthropic ha collaborato con partner pubblici e privati per utilizzare Mythos nell’individuazione preventiva di vulnerabilità software.

Secondo Anthropic, il modello ha identificato migliaia di vulnerabilità zero-day in sistemi operativi, browser e software critici, dimostrando una capacità di ragionamento sul codice che fino a pochi anni fa era considerata esclusiva dei migliori ricercatori di sicurezza.

Le indiscrezioni emerse negli Stati Uniti indicano inoltre che versioni di Mythos siano state testate anche su sistemi governativi classificati, contribuendo all’identificazione di debolezze che sarebbero state successivamente corrette.

È importante sottolineare che tali test non hanno comportato un attacco reale ai sistemi, bensì un’attività di valutazione difensiva condotta in ambiente controllato.

Il dato strategico, tuttavia, è evidente.

Se un modello di IA riesce a individuare in poche ore vulnerabilità che potrebbero richiedere settimane o mesi di analisi umana, l’intero paradigma della sicurezza cambia.

La superiorità tecnologica non dipenderà più soltanto dal numero degli analisti disponibili, ma dalla qualità degli agenti intelligenti utilizzati per assisterli.

È proprio questo elemento ad aver generato tensioni tra Anthropic e il governo americano.

Va evidenziato che l’amministrazione statunitense ha imposto limitazioni che hanno portato al ritiro temporaneo di Mythos anche da alcuni utilizzatori governativi, inclusi analisti della National Security Agency (NSA), mentre erano in corso attività di valutazione delle sue capacità.

In ciò si evince la difficoltà del Governo di Washington nel conciliare sicurezza, politica industriale e gestione dei modelli di frontiera.

Al di là delle dinamiche politiche, emerge una questione destinata a ripresentarsi con sempre maggiore frequenza.

Chi decide quando un modello è troppo potente per essere distribuito?

Chi stabilisce quali organizzazioni possano utilizzarlo?

Quale equilibrio deve esistere tra innovazione tecnologica, sicurezza nazionale e competitività economica?

Sono domande che accompagneranno inevitabilmente tutta la prossima fase dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

La Section 702 del FISA

Altro tema di rilevante interesse riguarda la “Section 702” del Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA). Questa disposizione costituisce uno degli strumenti fondamentali attraverso i quali gli Stati Uniti raccolgono informazioni su soggetti stranieri situati all’estero. Nel corso degli anni è diventata uno dei pilastri della SIGINT americana, consentendo l’acquisizione di grandi quantità di dati utilizzati per contrastare terrorismo, spionaggio, proliferazione e minacce cyber.

Come riportato da alcuni media statunitensi, il mancato rinnovo della Section 702 rischia di ridurre la capacità della comunità di intelligence di individuare tempestivamente attori ostili proprio mentre la complessità delle minacce aumenta a causa dell’IA.

Va osservato che il dibattito è tutt’altro che univoco. Altri osservatori hanno evidenziato come alcuni aspetti operativi della raccolta informativa possano continuare in virtù delle autorizzazioni già rilasciate dalla corte competente, sostenendo che il quadro sia più articolato di quanto appaia nel dibattito politico.

In ogni caso, il punto centrale rimane invariato.

L’intelligenza artificiale aumenta enormemente la velocità con cui possono essere pianificati, preparati e condotti attacchi informatici.

Se parallelamente diminuiscono gli strumenti di raccolta informativa preventiva, il rischio strategico cresce inevitabilmente.

La nuova corsa agli armamenti cognitivi

Per molti aspetti stiamo assistendo alla nascita di una nuova corsa agli armamenti.

Non si tratta più soltanto di sviluppare malware sofisticati o capacità offensive tradizionali. La competizione riguarda la disponibilità di modelli capaci di comprendere il software meglio degli esseri umani, di analizzare milioni di eventi contemporaneamente e di assistere gli analisti nella formulazione di ipotesi operative.

In altre parole, la superiorità strategica non dipenderà soltanto dalla quantità di informazioni raccolte, ma dalla capacità di trasformarle rapidamente in conoscenza utilizzabile. È questo il passaggio che rende Mythos un punto di svolta.

L’intelligenza artificiale non è più un semplice moltiplicatore di efficienza. Sta diventando il nuovo motore della superiorità informativa.

Ed è proprio questa prospettiva che impone una riflessione anche all’Europa e all’Italia, chiamate a ripensare il ruolo delle proprie agenzie di cybersicurezza, delle infrastrutture critiche e della comunità di intelligence in un contesto nel quale gli agenti intelligenti diventeranno parte integrante del ciclo operativo della sicurezza nazionale.

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