Internet non è più una novità da parecchio tempo e arrivati in questa sua fase di maturità, alle prese con le opportunità e le sfide che pone l’intelligenza artificiale in materia di esperienze online, appare interessante riflettere sull’impatto che la tecnologia ha avuto sulla percezione della privacy.
Indice degli argomenti
Internet, privacy e intelligenza artificiale: un rapporto in evoluzione
Con le rapide trasformazioni che sono avvenute negli ultimi 30 anni, è passato sottotraccia spesso come la correlazione di questo sentire degli utenti sia coinciso con l’introduzione di modelli di business innovativi che hanno rivoluzionato non solo il contesto digitale ma il modo di abitarlo e le abitudini di consumo al suo interno (Dutta, Segev, 1999; Afuah, Tucci, 2003).
Via via che gli internauti hanno cambiato strumenti e spazi online sono venuti meno alcuni capisaldi di quella che era stata la prima ondata di massa dell’informatica accessibile, soprattutto legata a web 1.0 e 2.0. Un esempio? Il termine di ricerca “open source” dal 2004 agli oltre vent’anni successivi è crollato in modo drastico tra le query di ricerca ospitate dal motore di ricerca Google (Dati Google Trend).
Da paura a moneta di scambio digitale
Ma come è possibile individuare l’origine di questo drastico cambiamento? Basta ripensare alla storia di Internet e alla sua diffusione per tracciare una rotta abbastanza precisa delle tappe che hanno determinato questa evoluzione nella percezione della propria individualità online da parte degli individui. La rete delle reti nasce nel 1969 da parte della Difesa degli Stati Uniti d’America con l’esperimento riuscito di mettere in dialogo fra loro dei computer delle università dello Utah, di Stanford, Santa Barbara e della California di Los Angeles, da lì per tutti gli anni ’70 si comincia a migliorare il sistema di trasferimento dati, arrivando a definire il protocollo TCP/IP (Abbate, 1994). Il solco era tracciato e se per tutti gli anni ’80 il concetto di intranet prende piede con esperimenti verso l’esterno come Fidonet, è a partire dal 1990, complice l’invenzione del WWW da parte di Tim Berners Lee, che le persone intravvedono l’opportunità di connettersi fra loro, o almeno di mettere in dialogo i propri computer (Bush, 1993; Berners Lee, Cailliau, Groff, Pollermann, 1992).
L’anonimato come forma di protezione: dalle BBS ai forum
Già, perché per tutti gli anni ’90 e tendenzialmente fino ai 2000 inoltrati, le macchine, complice l’utilizzo della rete telefonica esistente, potevano finalmente essere collegate in dialogo fra loro facilmente, in modo riconoscibile grazie al proprio indirizzo IP, ma le persone un po’ meno. Le prime interazioni, già a partire dagli ’70 attraverso le BBS (Bulletin Board Systems) prevedevano una sorta di pseudo anonimato, attraverso l’utilizzo di nickname, attività che è proseguita attraverso l’esperienza dei gruppi di discussione, il cui network più famoso è stato Usenet, fino ad arrivare ai forum (Satoh, 2008; Bechar-Israeli, 1995).
Questi ultimi sono stati un ulteriore spartiacque interessante, dato che dell’esperienza degli spazi di dialogo visti in precedenza aggiungevano al nickname la possibilità di avere un’immagine riconoscibile legata al nome utente: l’avatar (Coleman, 2011). In sintesi si continuava a ricalcare il modello di una fruizione di Internet concettualizzata attorno a due dimensioni scisse, quella di online e offline, la cui soluzione di continuità appariva ancora evidente, tanto da dover “schermarsi” per tutelare la vita reale (Zhou, Mou, He, Kim, 2021).
Se è gratis bellezza, allora prodotto sei tu
Questo atteggiamento verso il digitale, si ripercuoteva su vari aspetti, primo su tutto l’utilizzo di email private dai nomi fantasiosi pur di non usare il proprio nome e cognome, soluzione associata all’uso professionale e aziendale, ma anche all’interno dei primi social network di massa (Aleksiejuk, 2013).
MySpace e i primi social: ancora spazi semi-privati
Un esempio su tutti è MySpace di Microsoft, lanciato nel 2003, ha avuto una crescita importante diventando il social media più utilizzato al mondo fino al 2008, quando Facebook ne ha scalzato la leadership, relegandolo a un lento declino. Che peculiarità aveva questa piattaforma? Era ancora basata su una visione di Internet come spazio privato o semi-pubblico, dove non era necessario metterci la faccia o il nome, tanto che le pagine profilo si presentavano come altamente personalizzabili a livello di layout, colori e contenuti (Jones, Millermaier, Goya-Martinez, Schuler, 2008). Il grande cambiamento era alle porte però ed era già iniziato con la comparsa di Linkedin, dove si metteva in chiaro la propria immagine personale e i dati, ma con lo scopo di entrare in un ambiente professionale legato al mondo del lavoro (Isoda, Taji, 2017). Fra i primi a rompere questa visione è Friendster (2002), il prototipo dei social network moderni che avrà vita difficile nella gestione del successo per motivi tecnici e di modello di business, ma che sdogana l’utilizzo delle foto di sé per la costruzione di un’identità online e inizia a introdurre l’uso del proprio nome, se non anche del cognome (Seki, Nakamura, 2017).
Facebook e la fine della separazione tra online e offline
Il suo miglior allievo da questo punto di vista è stato Facebook, che dell’uso della propria identità reale ne ha fatto una bandiera e fornisce in modo diretto la possibilità di vivere Internet proprio attraverso una concreta rete sociale, con un continuum identitario da offline a online e viceversa. La promessa di questa piattaforma, nata come annuario digitale da parte di un ormai noto gruppo di studenti di Harvard, è basata proprio sulla sua potenzialità di metterci la faccia, ovvero ricostruire un’identità virtuale a partire dalla propria. Questa svolta, il cui hype iniziò a crescere vorticosamente a partire dal 2008, dopo quattro anni dalla sua fondazione, ha creato il definitivo punto di non ritorno tra online e offline, facendo venire meno le riserve e i dubbi di rendere pubblica la propria persona su Internet, con la possibilità di poter ricostruire, mantenere e ampliare la propria rete sociale online (Haimson, Hoffmann, 2016). Tutto bello e gratis in apparenza per l’utente, peccato che la moneta di scambio fosse proprio l’identità personale, chiaramente ricostruibile ma soprattutto interessi e comportamenti, iniziava così l’epoca del tracciamento a scopo di marketing e della profilazione per interessi all’interno dei social network, questo il modello di business che ha fatto scuola (Chen, 2016).
Lontano dagli occhi, lontano dalle paure
Certo, a ben guardare non questo non era il primo caso di cessione di dati personali in cambio di servizi digitali. Un esempio da questo punto di vista è stato per anni il download di software “gratuiti” in cambio della condivisione del proprio indirizzo email. Senza leggere spesso con attenzione le informative, gli utenti hanno ceduto con leggerezza un dato di contatto in cambio di una soluzione software, se nel tempo questa pratica è stata superata, anche grazie al modello del SaaS (software as a service) introducendo il concetto che anche un bene o servizio dematerializzato su Internet possa essere pagato per il suo utilizzo (Christl, 2008). La stessa leggerezza si è però palesata non tanto nell’accedere alle piattaforme di social network ma nell’usarle gratuitamente senza domandarsi criticamente che cosa si dia in cambio. Ora che anche questi spazi sono prodotti maturi e dato che spesso sono utilizzati come terreno di allenamento o di raccolta di informazioni per l’addestramento di tecnologie artificiali, è forse arrivato il momento di ragionare in modo critico su che cosa fanno le aziende dei dati che forniamo loro con l’utilizzo degli strumenti che ci offrono (Shukla, Bisht, Tiwari, Bashir, 2023).
Ecco che però il non vedere quanti dati produciamo ogni giorno con i nostri comportamenti e soprattutto dove questi dati vadano a finire, come vengano utilizzati e per che scopi, abbatte il livello di paura di utilizzi impropri. Il caso di Cambridge Analytica però non è così distante e, se ha fatto sapere al mondo che nelle piattaforme non solo è possibile raccogliere informazioni in modo truffaldino, ha dimostrato che anche l’utilizzo di questi ultimi può essere illecito o comunque non neutrale (Bruns, 2021). La parte più innovativa delle piattaforme e degli strumenti che usiamo tutti i giorni e di cui ormai non sappiamo più fare a meno, non è tanto l’aver sviluppato un business su di noi, ma piuttosto aver spostato l’attenzione sulla raccolta dati, limitandone la piena consapevolezza, in favore di un design funzionale e una serie di strumenti diventati imprescindibili per vivere online, dal browsing, alla messaggistica, alla creazione, fruizione e diffusione di contenuti (Krause, Horvitz, 2010). Insomma quello che non si percepisce, non può spaventare, soprattutto se la moneta di scambio è pratica, di intrattenimento o di tipo connettivo e comunicativo.
La necessità di una consapevolezza dell’agire online
Già all’inizio della diffusione di Internet si era iniziato a parlare della necessità di porre una maggiore attenzione alle implicazioni dell’essere connessi (DiMaggio, Hargittai, Neuman, Robinson, 2001), in Italia addirittura nel 2000 ne cantarono i Litfiba nel loro primo singolo dopo l’uscita del celebre vocalist Piero Pelù: in “Elettromacumba” il verso «Adesso c’è il nuovo cyber re, sorveglierà ogni tua connessione, non ti fidare mai cliccando dici chi sei, forse non sai che te sei nel suo file» sembrava essere premonitore di una situazione che oggi è molto più evidente di allora. L’economia del dato è infatti un concetto ormai assodato e se è diffuso che un prodotto o servizio web che non sia a pagamento ha come contropartita una raccolta dati, quello che non sempre è trasparente, non tanto a livello legale, ma comunicativo, è l’utilizzo che viene fatto di questa informazione e di quanto alcune piattaforme siano in grado di ricostruire una precisa fisionomia dell’identità di un utente (Purtova, van Maanen, 2024). Il tema non è criticare questo modello economico, di per sé legittimo, nel momento in cui un utente accetta un consenso informato, ma piuttosto valutare come da un’iniziale ritrosia, oggi si accetti con passività e forse un po’ troppa leggerezza la raccolta dei propri dati in cambio di servizi.
Infatti i benefici che forniscono le piattaforme che tutti noi usiamo quotidianamente, sembrano annullare le possibili ansie o minacce della condivisione del patrimonio informativo che produciamo ogni giorno e che via via si stratifica all’interno di database che non sappiamo bene dove siano e soprattutto chi vi ha accesso, per che motivo e con quali scopi. Un esempio pratico? All’iniziale indignazione per la comunicazione di Meta di usare gli utenti per l’addestramento dei propri motori di intelligenza artificiale, si è susseguita un’entusiastica adozione di questi strumenti messi a disposizione per arricchire l’esperienza online nelle piattaforme (Mathur, Vishnoi, Tripathi, Panjwani, 2026). Ecco che allora la domanda da porsi non è se sia giusto o sbagliato cedere qualcosa in cambio di valore, ma piuttosto di quanto poco valutiamo la nostra privacy e i conseguenti rischi nel trasferire informazioni a soggetti giuridici che auspichiamo essere sempre guidati dalla, legittima, logica del profitto e non del controllo e della manipolazione (Zuboff, 2015). La soluzione quindi non è abbandonare Internet e i suoi magnifici servizi, ma forse soffermarsi sull’approfondire le conseguenze e generare una consapevolezza delle proprie azioni online e delle loro implicazioni.
Bibliografia
Abbate, J. E. (1994). From ARPANET to Internet: A history of ARPA-sponsored computer networks, 1966-1988. University of Pennsylvania.
Afuah, A., & Tucci, C. L. (2003). Internet business models and strategies: Text and cases (Vol. 2, p. 384). New York: McGraw-Hill.
Aleksiejuk, K. (2013). Personal names on the internet: usernames as address terms. Language and society, 4, 187-198.
Bechar-Israeli, H. (1995). From to: Nicknames, play, and identity on Internet Relay Chat. Journal of computer-mediated communication, 1(2), JCMC127.
Berners‐Lee, T., Cailliau, R., Groff, J. F., & Pollermann, B. (1992). World‐Wide Web: the information universe. Internet Research, 2(1), 52-58.
Bruns, A. (2021). After the ‘APIcalypse’: Social media platforms and their fight against critical scholarly research. Disinformation and data lockdown on social platforms, 14-36.
Bush, R. (1993). FidoNet: technology, tools, and history. Communications of the ACM, 36(8), 31-35.
Chen, T. F. (2016). Developing a new revenue business model in social network: A case study of Facebook. Social Media and Networking: Concepts, Methodologies, Tools, and Applications, 2126-2150.
Christl, A. (2008). Free software and open source business models. In Open source approaches in spatial data handling (pp. 21-48). Berlin, Heidelberg: Springer Berlin Heidelberg.
Coleman, B. (2011). Hello avatar: rise of the networked generation. Mit Press.
DiMaggio, P., Hargittai, E., Neuman, W. R., & Robinson, J. P. (2001). Social implications of the Internet. Annual review of sociology, 27(1), 307-336.
Dutta, S., & Segev, A. (1999). Business transformation on the Internet. European Management Journal, 17(5), 466-476.
Haimson, O. L., & Hoffmann, A. L. (2016). Constructing and enforcing” authentic” identity online: Facebook, real names, and non-normative identities. First Monday.
Isoda, Y., & Taji, N. (2017). LinkedIn: The growth path of the world largest professional network. The Research Institute for Innovation Management, HOSEI UNIVERSITY.
Jones, S., Millermaier, S., Goya-Martinez, M., & Schuler, J. (2008). Whose space is MySpace? A content analysis of MySpace profiles. First monday.
Krause, A., & Horvitz, E. (2010). A utility-theoretic approach to privacy in online services. Journal of Artificial Intelligence Research, 39, 633-662.
Mathur, S., Vishnoi, S. K., Tripathi, A. P., & Panjwani, N. (2026). Meta AI features on users’ flow experience and acceptance in the beauty and cosmetics industry: moderating role of Meta AI literacy. Journal of Systems and Information Technology, 1-22.
Purtova, N., & van Maanen, G. (2024). Data as an economic good, data as a commons, and data governance. Law, Innovation and Technology, 16(1), 1-42.
Satoh, A. (2008). Constructing Group Identity through Narratives on BBS. Ide ntity in Te xt Interpre tat ion a Life, 111.
Seki, K., & Nakamura, M. (2017). The mechanism of collapse of the Friendster network: What can we learn from the core structure of Friendster?. Social Network Analysis and Mining, 7(1), 10.
Shukla, S., Bisht, K., Tiwari, K., & Bashir, S. (2023). Data Economy. In Data Economy in the Digital Age (pp. 1-17). Singapore: Springer Nature Singapore.
Zhou, F., Mou, J., He, M., & Kim, J. (2021). Nicknames as identity badges: How self-reflective nicknames can facilitate users’ online social interactions. Journal of Retailing and Consumer Services, 60, 102459.
Zuboff, S. (2015). Big other: Surveillance capitalism and the prospects of an information civilization. Journal of information technology, 30(1), 75-89.












