Tiktok e non solo

Ue, comincia il processo al sistema marcio dei social



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La Commissione europea contesta a TikTok violazioni del Digital Services Act per un design ritenuto dipendente, sistemi di raccomandazione aggressivi e tutele inadeguate per i minori. Ma dietro il “processo a TikTok” emerge un vero processo al sistema dei social, fondato sulla cattura di tempo e attenzione degli utenti

Pubblicato il 10 feb 2026

Guido Scorza

Autorità Garante Privacy



TikTok UE

La notizia è nota e non ha destato alcuna sorpresa negli addetti ai lavori: lo scorso 6 febbraio la Commissione europea “ha constatato, in via preliminare, che TikTok ha violato il Digital Services Act per il suo design che crea dipendenza. Ciò include funzionalità come scorrimento infinito, riproduzione automatica, notifiche push e il suo sistema di raccomandazione altamente personalizzato”.

È, letteralmente, quanto riferito dalla stessa Commissione nel proprio comunicato che, più avanti, fa riferimento anche alla circostanza che la società avrebbe violato le regole europee anche sottovalutando taluni rischi ai quali, invece, i propri servizi esporrebbero gli utenti, non adottando idonee misure per la loro mitigazione, rendendo disponibili soluzioni di parental control a protezione dei più piccoli non effettivamente alla portata dei genitori spesso non dotati di un adeguato livello di alfabetizzazione digitale e lasciando usare il servizio anche a utenti troppo piccoli.

TikTok e Digital Services Act: il giro di boa del procedimento europeo

Siamo a un giro di boa, anche se l’epilogo è ancora lontano, nel procedimento iniziato nel febbraio del 2024, due anni fa, all’indomani dell’applicabilità delle nuove regole europee sulla fornitura dei servizi digitali.

È – come era prevedibile – un j’accuse durissimo: aver immolato la salute, la sicurezza, i diritti e le libertà degli utenti – a cominciare dai più piccoli – sull’altare del profitto, giocando a conquistarsi, in maniera scorretta e poco prudente, il loro tempo e la loro attenzione, ovvero i beni giuridico-economici di maggior valore nella dimensione digitale, quelli attraverso i quali, i fornitori dei servizi come TikTok, accumulano dati personali dai quali estraggono conoscenza da rivendere sul mercato pubblicitario.

Che oggi la Commissione la veda così e, appunto, ritenga preliminarmente accertato un comportamento illecito di TikTok, naturalmente, ai sensi delle nuove regole europee, non significa che sia davvero così.

TikTok ora dovrà difendersi e potrà convincere la stessa Commissione che la tesi accusatoria è infondata e di aver, al contrario, rispettato le regole.

Il diritto, specie quando si tratta di prime applicazioni di regole nuove a fattispecie tanto complesse e quando in gioco ci sono interessi tanto importanti come la salute, la sicurezza, la tutela dei bambini e le libertà fondamentali, non è materia da scommesse ma, se lo fosse, probabilmente, in questo caso, i bookmakers punterebbero tutto su un’ampia conferma dell’ipotesi accusatoria, con poche concessioni alla difesa di TikTok.

Anche perché, in fondo, le accuse che la Commissione muove a TikTok, ancorché basate su regole diverse, sono, nella sostanza, le stesse dalle quali la società – per la verità in buona compagnia di tutti i suoi principali concorrenti – è, ormai da un po’, chiamata a difendersi davanti a Giudici e Autorità di mezzo mondo.

Dal processo UE a TikTok e Digital Services Act al processo al sistema

C’è, però, una questione che trascende l’epilogo del procedimento nei confronti di TikTok, quale che sarà.

Se si leggono le contestazioni che la Commissione muove a TikTok, infatti, ci vuole poco a rendersi conto che sono le stesse che potrebbero, agevolmente, esser mosse all’indirizzo della più parte dei suoi concorrenti.

Insomma, l’impressione – e, forse, più dell’impressione – è che sul banco degli imputati, almeno sul piano dei principi, non ci sia solo TikTok ma un intero sistema.

E gli indizi, gli indici sintomatici, i principi di prova a supporto di questa conclusione sono tanti e concordanti.

La dipendenza degli utenti, tanto per cominciare, che la Commissione rimprovera a TikTok di aver scientemente voluto creare attraverso il design della propria interfaccia è quella stessa dipendenza in nome della quale, negli Stati Uniti, è appena iniziato un giudizio che, non a caso, ha visto salire sul banco degli imputati, assieme a TikTok, anche Meta, per Facebook e Instagram, Google per YouTube e Snap per Snapchat.

TikTok, peraltro, è stata l’unica, sin qui, a scegliere di scendere il prima possibile da quel banco, firmando una transazione.

E, d’altra parte, gli espedienti di design che secondo la Commissione determinerebbero dipendenza, sono, oggettivamente, comuni alla totalità dei social.

Scroll infinito, mare senza orizzonte e cattura dell’attenzione

Basti pensare al c.d. scroll infinito che determina l’impossibilità di arrivare in fondo alla pagina come se in mare si provasse a far rotta verso l’orizzonte scoprendo che quella linea è, sostanzialmente, inarrivabile.

Ormai è così dappertutto, nei social e fuori dai social.

Con poche eccezioni il tempo in cui le pagine web finivano ed era necessario compiere un’azione in più per accedere a ulteriori contenuti appartiene alla storia del web, in alcuni ambiti addirittura la preistoria.

E lo stesso può dirsi per il c.d. autoplay, la funzione che fa sì che finito un video che si è scelto di guardare ne inizi, immediatamente dopo, un altro.

C’erano una volta le videocassette da inserire nel videoregistratore, guardarle fino in fondo, sfilarle e inserirne un’altra se si voleva guardare un altro film, poi sono arrivati i dvd, quindi la TV on demand, nella quale bisognava scegliere, uno per uno, i programmi da guardare, poi è arrivato YouTube e, all’inizio, era la stessa cosa: si sceglieva un video, lo si guardava sino in fondo e, quindi, se ne doveva scegliere un altro e cliccare di nuovo su play.

Ma non è più così da tanto: l’industria ha, infatti, capito che alla fine di ogni video c’era una percentuale di utenti che desisteva e non ne sceglieva un altro.

Attenzione, tempo, visualizzazioni perdute e, quindi, milioni di dollari in fumo solo per aver lasciato agli utenti il tempo della scelta, la libertà di decidere.

È nato così l’autoplay – forse non servirebbe neppure un procedimento per stabilirlo – esattamente al fine di limitare, condizionare, manipolare la libertà degli utenti, grandi e piccoli.

TikTok e Digital Services Act tra tutela dei minori e fallimento del parental control

Ma lo stesso genere di riflessione vale per le altre contestazioni che la Commissione muove a TikTok: gli strumenti di parental control che non funzionano o, almeno, funzionano molto meno di quanto non si racconti perché presuppongono una consapevolezza delle dinamiche digitali che la più parte dei genitori degli utenti più piccoli semplicemente non ha e l’incertezza che regna sovrana a proposito dell’età degli utenti di piattaforme che si dichiarano riservate a chi ha almeno tredici anni ma, poi, sono affollate da bambini molto più piccoli che, semplicemente, hanno dichiarato di esser più grandi pur di non perdersi un giro di giostra.

E, d’altra parte, ancora una volta, nessuna sorpresa: le disposizioni del Digital Services Act che la Commissione europea contesta a TikTok di aver violato sono state pensate e dettate dopo aver osservato le patologie dell’ecosistema digitale, patologie che vanno in scena da anni in maniera diffusa, con poche eccezioni capaci solo di confermare la regola.

Quali scenari apre il caso TikTok e Digital Services Act per l’ecosistema digitale

A questo punto la domanda è: e ora? Che succederà?

“In questa fase, la Commissione ritiene che TikTok debba modificare la struttura di base del suo servizio. Ad esempio, disabilitando le principali caratteristiche che creano dipendenza come lo “scorrimento infinito” nel tempo, attuando efficaci “interruzioni temporali dello schermo”, anche durante la notte, e adattando il suo sistema di raccomandazione”, scrive la Commissione nel comunicato con il quale ha annunciato le sue prime conclusioni nel caso TikTok.

Ma se deve modificarle TikTok, devono modificarle tutti, nessuno escluso e, d’altra parte, tanto esige, ormai da anni, il Digital Services Act e, per la verità, anche prima, tanto avrebbero preteso regole meno puntuali e precise ma non diverse.

Che farà TikTok ma, soprattutto, cosa faranno gli altri?

Attenderanno la decisione definitiva o correranno ai ripari prima?

Se lo facessero che accadrebbe di un modello di business che si regge in buona misura proprio su questo genere di espedienti?

L’improvvisa contrazione del tempo di attenzione degli utenti sarebbe sostenibile?

Se non lo facessero, d’altra parte, resterebbero tutti egualmente esposti a decine, forse centinaia di procedimenti anche a livello nazionale, tanto per ottenere la cessazione di certe condotte verosimilmente illecite come sostiene la Commissione, sebbene, per ora, formalmente, nei soli confronti di TikTok, tanto per ottenere il risarcimento dei danni che, gli stessi comportamenti, hanno, verosimilmente, arrecato a centinaia di milioni di utenti in tutta Europa, a cominciare dai più piccoli.

Dal processo a TikTok al processo al sistema dell’attenzione

Quello che sta andando in scena a Bruxelles, insomma, si scrive “Processo a TikTok”, ma si legge “Processo al sistema”, proprio come i primi processi per i danni da fumo o per danni da inquinamento ambientale.

Tutto sta per cambiare o, almeno, tutto – o quasi tutto – dovrebbe cambiare.

Giusto così, naturalmente.

E, però, bisogna vigilare e scongiurare il rischio – sfortunatamente ineliminabile – che cambi in peggio perché che un’intera industria che scommette tutto sulla cattura del nostro tempo e della nostra attenzione perda pelo e vizio tutto d’un colpo è bello da sperare ma difficile da credere.

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