Intelligence e tecnologie

Servizi segreti e politica, la lezione” della Cia sul fattore “umano” nel digitale

Nell’era del digitale, l’aspetto dei Servizi Segreti è sempre più decisivo anche sotto un punto di vista diplomatico e di tecniche umane. La figura della spia va dunque ripensata in un’ottica di integrazione tra le facoltà umane e tecnologiche. Ecco perché l’ingerenza politica può portare a parzialità e minare la democrazia

Pubblicato il 22 Gen 2021

Marco Santarelli

Chairman of the Research Committee IC2 Lab - Intelligence and Complexity Adjunct Professor Security by Design Expert in Network Analysis and Intelligence Chair Critical Infrastructures Conference

satelliti spia commerciali -

Sono ore decisive che faranno da spartiacque per un Conte bis o un nuovo governo. Se da una parte c’è il nodo sull’approvazione del nuovo Recovery Plan, dall’altro c’è in ballo la più “sanguinosa” delega sui Servizi Segreti e sulla composizione della nuova struttura di governo.

Quindi, da un lato abbiamo il progetto approvato Next generation EU, conosciuto come Recovery Fund o, come dicono tanti, “Piano per la ripresa e la resilienza”, da utilizzare per il rilancio del Paese nel triennio 2021-2023 con i Recovery bond, titoli di Stato europei, che servono per i Piani nazionali di riforme, ovvero il Recovery Plan.

Dall’altro, la scelta accurata sui Servizi Segreti su cui aleggiano ancora dubbi e perplessità per via di un’ingerenza inverosimile della politica su tale argomento.

Andiamo a vedere come, sotto input americano, l’aspetto dei Servizi Segreti sia sempre più decisivo e fondamentale anche sotto un punto di vista diplomatico e di tecniche umane.

La nomina del nuovo direttore della CIA

È notizia di qualche giorno fa che il neoeletto Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato chi sarà il nuovo direttore della CIA, il diplomatico di carriera William Joseph Burns. In merito alla sua nomina, il Presidente Biden ha affermato: Burns “condivide la mia profonda convinzione che l’intelligence debba essere apolitica e che i professionisti dell’intelligence dedicati al servizio della nostra nazione meritino la nostra gratitudine e rispetto”. Se confermato, sarebbe il primo capo della Cia proveniente dal dipartimento di Stato.

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Burns ha un curriculum di tutto rispetto: 64 anni, una laurea in storia presso La Salle University e una in relazioni internazionali presso il St John’s College, a Oxford, è stato ambasciatore in Giordania (1998-2001), assistente segretario per il Vicino Oriente (2001-2005), ambasciatore in Russia (2005-2008). Per 33 anni al Dipartimento di Stato sotto presidenti repubblicani e democratici, è diventato vicesegretario di Stato nel 2011, durante la presidenza di Barack Obama, fino alle dimissioni del 2014 per passare alla direzione del think tank di affari internazionali di Washington Carnegie Endowment of International Peace. Tra le onorificenze ricevute dagli altri governi, il nostro Presidente Sergio Mattarella lo ha nominato Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana il 13 gennaio 2017.

Diplomazia e ritorno alle spie umane

Dalla scelta di questa figura cruciale, come abbiamo visto un eccellente diplomatico, “il migliore diplomatico della sua generazione”, come lo ha definito David Ignatius sul Washington Post e dalle ricadute sul nostro sistema Paese, è importante sottolineare la necessità sia di avere figure che siano impegnate non solo nella parte strettamente politica, dove di solito ci sono scaramucce tra partiti, ma anche nella parte di relazioni e soprattutto in quella inerente argomenti molto delicati come lo sviluppo tecnologico, la nascita cruciale del 5G e il conseguente rapporto tra potenze. In tal senso gli USA sembrano prendere una posizione netta, che è quella di raccontare il mondo non più attraverso gli occhi propri, gestiti a oltranza secondo solo degli interessi specifici, come dimostrava la presidenza Trump, ma di vederli anche attraverso gli occhi di chi normalmente fa dell’azione diplomatica un topic centrale per lo sviluppo del Paese. In questo pertugio, che unisce sia le reali esigenze delle imprese che quelle dello Stato, c’è bisogno di persone che sappiano avere relazioni e sappiano fare le “spie” non solo attraverso la tecnologia come si dice troppo spesso, ma anche attraverso contatti nazionali e internazionali nell’ambito della sicurezza.

Human-in-the-loop, una resistenza culturale?

In tal senso, da uno studio di Fabio Vanorio e Francesco D’Arrigo per l’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli” intitolato “Intelligence hyper-loop, su come la considerazione del concetto “human-in-the-loop” sia vitale per la rivoluzione digitale dello spionaggio”, emerge una visione un po’ contrastante rispetto a quanto invece la nomina di Burns ci dimostra ed è anche di ciò che vorremmo parlare in questo articolo.

L’elemento umano con questa nomina vuole essere sempre più centrale per la gestione dell’elemento tecnologico. Non si rischia assolutamente di essere anacronistici. Infatti, partendo proprio dallo studio, di per sé eccellente, si evince che lo scopo della ricerca è “di indagare scientificamente sul ruolo che gli esseri umani possono svolgere nel promuovere o ostacolare il progresso tecnologico della Comunità Intelligence”. La Comunità Intelligence viene chiamata anche “National Security Enterprise” (NSE), inteso come un insieme di agenzie e processi che collaborano per uno scopo o visione comune. Da qui parte il concetto di “Human-In-The-Loop” che fa riferimento al rapporto Uomo-Macchina, i due aspetti principali alla base della crescita tecnologica di un sistema.

L’Uomo è fondamentale nel favorire questa crescita in ogni ambito, così come nella costruzione delle sei fasi dell’Intelligence Loop, o Ciclo Intelligence, costituito da indirizzi di ricerca, pianificazione e direzione, raccolta, trattamento ed elaborazione, analisi e produzione, e disseminazione.

Il coinvolgimento dell’Uomo è importante proprio perché sa catalogare e studiare l’evoluzione specifica dell’AI e del Machine Learning applicate alle indagini. Anche se lo studio Vanorio-D’Arrigo segnala uno scricchiolio nel ruolo dell’essere umano nell’Intelligence Loop, in quanto se un processo organizzativo non funziona, la tecnologia più innovativa non può fare a meno di risentirne, l’elemento umano sa gestire i processi dell’Intelligence Loop. Sa anche prevedere i principi alla base dell’AI (5G, Machine Learning, Big Data). Il problema principale, ad esempio nelle indagini asimmetriche, è che molte volte non c’è il sufficiente contributo tra uomo e macchina. Si dovrebbe invece dare sempre più importanza alla branca dell’intelligence costituita da fonti umane e dall’interazione interpersonale.

In tal senso, con il progresso della tecnologia, la fonte umana non verrà depotenziata, ma si adeguerà. In tale direzione fondamentale è la Virtual Humint: l’insieme del lato umano della Humint e di quello virtuale del Socmint, ossia la Social Media Intelligence. La Virtual Humint, disciplina che si occupa maggiormente della creazione di identità virtuali in rete, soprattutto nelle piattaforme social, al contrario di quanto si possa pensare, riporta l’Uomo alla sua centralità nell’analisi e nella raccolta delle informazioni, andando a colmare così i vuoti che per forza di cose vengono lasciati dalla tecnologia. Uomo-Macchina possono funzionare senza che necessariamente la macchina, nel corso della sua evoluzione, sostituisca l’uomo.

Da questo “potenziamento” tecnologico sono derivate due scuole di pensiero. La prima è quella dei Big Data, che analizza i dati in maniera quantitativa attraverso l’uso di software di analisi di alta tecnologia, ma mancanti del “fattore umano” che fornisce quel dettaglio in più spesso fondamentale per la svolta di un’indagine. Questi software rappresentano un impegno di spesa, tempo di formazione del personale e gestione non indifferenti.

La seconda scuola di pensiero, che invece fa un’analisi qualitativa delle informazioni, è la cosiddetta Analyst Human Centric. Lo dice il nome stesso: l’analista umano è al centro dell’attività di indagine e i software sono marginali.

Per capire meglio la differenza di approccio tra i due metodi basta pensare alla lotta al terrorismo: con i big data si ottiene una visione complessiva e statistica degli eventi, mentre attraverso la Virtual Humint, l’analisi è svolta in maniera verticale e andando a fondo agli eventi partendo dagli specifici aspetti delle informazioni presenti nel cyberspazio e cercando anche nuovi spunti. Basti pensare alla grande attività svolta da Bellingcat, il sito di giornalismo inglese che con strumenti di open source gratuiti e i suoi giornalisti analisti, è riuscito a scovare gruppi terroristici dell’ISIS provenienti dal confine turco, un reparto speciale dell’ISIS, il Katibat al-Battar, a scoprire chi fossero i due agenti russi accusati di avere avvelenato Sergei Skripal e geolocalizzato i sicari dei narcos nello stato messicano di Chihuahua. Ricordiamo poi la campagna di propaganda dell’ISIS, CyberJihad, che recluta sempre più i suoi adepti attraverso i social network, quindi utilizzando il cyberspazio, lo stesso cyberspazio, in cui la Virtual Humint sa benissimo come muoversi, con lo stesso approccio metodologico che la Humint mette in pratica nel mondo reale.

Politica o diplomazia per i servizi segreti?

Nella catena organizzativa e dell’approccio umano all’intelligence, la tutela della sicurezza nazionale rischia spesso di finire in secondo piano per colpa di più piccoli obiettivi individuali di membri del governo, del parlamento o di altre élite politiche, e si ha la cosiddetta “politicizzazione dell’Intelligence”, o a causa di una cattiva diplomazia. La NSE, di cui si parlava prima, ad esempio, spesso preferisce i dispositivi di sorveglianza per la raccolta dei dati all’uomo per evitare di incorrere in pregiudizi e disinformazione: il dispositivo scatta fotografie e quindi rende qualcosa di tangibile rispetto a una fonte umana clandestina. In questo modo però la politicizzazione ricade sulle scelte operative, dando maggiore spazio alle fonti tecniche e dimenticando l’importanza delle relazioni tra le persone, anche con estrazioni culturali diverse, nella raccolta e nello studio delle informazioni. In tal senso si perde quello che viene normalmente chiamato il contesto su cui si manifestano determinate azioni.

Ecco l’importanza della nomina della CIA. Le spie umane saranno sempre più “diplomatiche” nel vero senso del termine. 

Oggi come in passato, devono essere invisibili, ma la differenza rispetto ad allora è che oggi, oltre agli agenti, devono dar conto anche alle macchine, in più con la diffusione dei social network, è sempre più insidioso lavorare sotto falsa identità o sotto copertura per via di possibili intercettazioni in ambito di controspionaggio. Quindi la loro invisibilità va gestita in base ai rapporti che ogni spia si riesce a creare all’interno di un sistema di empatia con situazioni di Paesi diversi e va ripensata non attraverso una legge del taglione o di out out, ma assolutamente in una legge di integrazione tra le facoltà umane e quelle tecnologiche. Qui risiede anche il fatto che entrare con la politica troppo sui servizi segreti può portare ad una parzialità che andrà a minare la democrazia di ogni paese.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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