work-life balance

Smart worker, l’identikit di Doxa e Polimi

41 anni, uomo, investe sulla propria carriera, è soddisfatto del work-life balance ed entusiasta del proprio lavoro. Sono queste le principali caratteristiche che accomunano i 250mila lavoratori che in Italia stanno sperimentando una forma di lavoro agile. «Cresce in particolare la componente di dirigenti che si ritagliano spazi e tempi diversi dall’ordinario», rileva Guido Argieri, Telco & Media Director di Doxa

Pubblicato il 13 Gen 2017

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L’identikit dello smart worker che emerge dalla ricerca Doxa, realizzata in occasione del Convegno dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, smentisce l’idea che il lavoro agile piaccia soprattutto ai giovani, sia pensato per loro o per l’altra categoria sotto i riflettori, le donne.

In Italia l’età media dei 250mila smart worker, con autonomia spazio-temporale nel proprio lavoro pur essendo dipendenti, è di 41 anni e per il 69% sono uomini. In pratica, sono soprattutto i dipendenti già in azienda a trasformare il proprio lavoro in agile con la possibilità di lavorare meglio, di liberare energie e, alla fine, di essere più produttivi. La survey è stata svolta su oltre 1.000 aziende con più di 10 addetti: impiegati, quadri e manager.

Gli smart worker sono cresciuti del 40% dal 2013 al 2016, passando dal 5% al 7% della popolazione aziendale. «Cresce in particolare la componente di dirigenti che si ritagliano spazi e tempi diversi dall’ordinario, con un’ora di lavoro in più al giorno», rileva Guido Argieri, Telco & Media Director, Doxa.

L’approccio al lavoro vede un forte allineamento al management: gli smart worker guardano al futuro, investono sulla propria carriera (41% versus 16% dei lavoratori tradizionali) e crescono più degli altri (29% versus 11%). Anche alla voce work-life balance le percentuali raddoppiano: sono soddisfatti dell’organizzazione del tempo tra vita privata e lavoro il 35% degli smart worker contro il 15% del resto della popolazione aziendale e il bilanciamento delle rispettive esigenze avviene per il 29% contro il 15%. L’entusiasmo per il proprio lavoro è al 46% rispetto al 20% dei dipendenti tradizionali e l’orgoglio è al 43% contro il 23% degli altri.

Come si comportano gli smart worker, quali soft skill manageriali mettono in campo?

Rispetto al “senso di comunità” (stimolo alla interazione e collaborazione continua) l’altruismo (fornire il supporto che viene richiesto) è al 46% rispetto al 39% degli altri dipendendi e l'”Organizational Intelligence” (conoscere i referenti interni sui vari temi) è al 43% contro il 29%. Rispetto all’Empowerment, poi, come visione di medio termine sugli obiettivi, gli smart worker sono più proattivi degli altri (50% versus 36%) nell’assumersi qualche responsabilità in più rispetto ai compiti dati. Alla voce flessibilità, la loro capacità di resilienza è al 42% contro il 32% degli altri, come pure la capacità di integrazione tra lavoro e vita privata è al 42% contro il 40%. Infine, nell’area “virtuality” la capacità di fare knowledge networking e virtual communication, ossia sapere scegliere gli strumenti giusti, digitali e collaborativi, per capitalizzare e condividere la conoscenza, sono rispettivamente al 35% contro il 25% e a 41% contro il 31%. «Ed è proprio su quest’area che gli smart worker intendono investire per essere ancora più efficaci nel gestire in autonomia la conoscenza, in un ambiente che sia comunque di collaborazione e condivisione», conclude Fiorella Crespi, direttore dell’Osservatorio Smart Working.

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