Readiness 2030

Droni low-cost e laser ad alta potenza: come cambia la difesa aerea in Europa



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La proliferazione di droni low-cost ha trasformato la difesa aerea tattica europea. Il framework Readiness 2030 punta su sistemi anti-drone a strati, integrando sensori, C2 e armi a energia diretta per rendere la neutralizzazione scalabile, sostenibile e certificabile per infrastrutture critiche dual-use

Pubblicato il 2 mar 2026

Vincenzo E. M. Giardino

Financial Advisor & Venture Capitalist



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droni (1) droni e AI droni navali; sistema anti-droni europeo Graph Neural Networks




I sistemi anti-drone sono una priorità strategica per la difesa europea. La rapida diffusione di droni commerciali a basso costo, impiegati in configurazioni tattiche sempre più sofisticate, ha imposto una revisione profonda delle architetture di protezione aerea, accelerando l’integrazione di tecnologie che fino a pochi anni fa erano confinate alla ricerca avanzata.

La nuova logica della saturazione: sciami, costi e difesa a strati

La proliferazione di UAS low-cost ha introdotto una nuova logica operativa: la saturazione attraverso sciami, decoy e attacchi multi-asse. Questo fenomeno sta ribaltando l’economia della difesa aerea tattica. Non si tratta più solo di probabilità d’ingaggio, ma di sostenibilità del costo-per-intercetto e disponibilità di munizionamento.

In questo scenario la tesi è netta: l’Europa deve industrializzare una difesa anti-drone a strati, dove il “cervello” è l’integrazione C2 e la “mano” combina effettori non cinetici (EW, spoofing) e cinetici, con i sistemi ad energia diretta come cerniera per rendere il modello scalabile.

Coerentemente con Readiness 2030, l’obiettivo non è sommare tecnologie, ma trasformare soluzioni frammentate in una capability certificabile e replicabile per basi, porti, aeroporti e infrastrutture critiche dual-use, senza bruciare risorse su ingaggi economicamente irrazionali.

Dalla policy alla capability: perché Readiness 2030 spinge su anti-drone e DEW

Il White Paper for European Defence – Readiness 2030 e il piano ReArm Europe indicano tra le priorità i droni avanzati e le tecnologie anti-drone, includendo laser ad alta energia e nuovi effettori.

La combinazione SAFE (prestiti) ed EDF (R&S cooperativa) conta perché finanzia l’intera catena: sensoristica, fusione dati, networking, cyber-resilienza e standardizzazione, ossia ciò che rende la difesa anti-UAS integrabile nelle architetture alleate e acquistabile in modo congiunto. Il vincolo è anche regolatorio: molte componenti sono dual-use, ricadono in controlli export e requisiti di compliance e cybersecurity, e quindi impattano supply chain, certificazione e tempi di delivery.

In sintesi, Readiness 2030 richiede un “sistema di sistemi” difendibile anche sul piano legale e cyber, non una piattaforma isolata. Un segnale aggiuntivo di maturazione è la spinta al procurement comune: NCIA ha lanciato nel 2025 procedure di procurement C-UAS multi-categoria (on-the-move, transportable, static) per 3,1 milioni di euro, mentre a fine 2025 ha avviato il programma UNITE-BRAVE NATO per cooperazione con l’Ucraina su tecnologie C-UAS e ISR, con obiettivo di accelerare acquisizioni e standard di interoperabilità tra Alleati.

Un modello operativo “detect–decide–defeat” per ribaltare la cost curve

Il framework che sta emergendo è una kill chain compressa, governata da tre KPI: tempo di rilevamento/identificazione, costo medio di neutralizzazione, resilienza in saturazione. Nel sensing servono radar per bersagli lenti e piccoli, EO/IR e RF detection per scovare link e profili anomali, oltre ad algoritmi di classificazione che riducano i falsi positivi vicino a infrastrutture e in ambiente urbano.

Lo strato decisionale è il vero moltiplicatore: un C2 che correla tracce e assegna l’effettore “più economico sufficiente” in base a regole d’ingaggio e vincoli di safety (anche rispetto allo spazio aereo civile). Lo strato effettori deve restare plurale: EW/jamming è efficace ma non universale; l’intercettazione cinetica resta necessaria; i sistemi ad energia diretta (laser e radiofrequenza/microonde) abilitano la gestione di volumi elevati riducendo la dipendenza da scorte missilistiche.

La conseguenza è industriale: standard di interfaccia, cataloghi interoperabili e un ciclo di test continuo che validi performance e sicurezza in scenari realistici.

Cosa sta funzionando in Europa: test NATO e progressi su laser e radiofrequenza

Le esercitazioni stanno diventando il luogo dove la tecnologia si trasforma in requisito. REPMUS 2024 in Portogallo ha incluso test di sistemi C-UAV e ha esplicitato il tema economico dell’ingaggio, indicando un futuro mix che combina EW e, progressivamente, armi a energia diretta. Nell’estate 2025 Baltic Trust 25 in Lettonia, organizzata con il supporto della NATO Communications and Information Agency, ha riunito unità e industria per provare nuove tecnologie e l’intera kill chain dalla detection all’engagement.

DragonFire, HELMA-P e le joint venture: i programmi nazionali a confronto

Sul fronte DEW, in Regno Unito DragonFire ha effettuato nel gennaio 2024 il primo firing ad alta potenza contro bersagli aerei e nel novembre 2025 è stato assegnato un contratto da 316 milioni di sterline per forniture alla Royal Navy dal 2027, con MBDA UK, QinetiQ e Leonardo.

Il sistema sarà installato su cacciatorpediniere Type 45 con primi fit previsti per il 2027, cinque anni prima del calendario originario. In Francia, CILAS ha dichiarato l’impiego del laser HELMA-P per protezione anti-drone durante i Giochi di Parigi 2024 e l’ordine di ulteriori sistemi.

In Germania, Rheinmetall e MBDA hanno comunicato nel 2025 risultati di prova con oltre 100 live-firing trials su un dimostratore navale e all’inizio del 2026 la costituzione di una joint venture per sistemi laser navali.

Cooperazione transfrontaliera e armi a radiofrequenza: la logica del costo marginale

Il panorama europeo si sta rapidamente strutturando. Oltre ai sistemi nazionali, emergono iniziative di cooperazione industriale transfrontaliera, con joint venture e consorzi che combinano expertise complementari su laser, radar e C2, accelerando il time-to-market e riducendo duplicazioni nei programmi di sviluppo.

In parallelo, il MoD britannico ha annunciato a fine 2024 il primo test di un’arma a radiofrequenza per contrastare sciami, evidenziandone la logica di costo marginale molto basso. Il messaggio comune è chiaro: le DEW non “sostituiscono” l’anti-drone, ma risolvono il problema della scala quando l’attacco punta sulla quantità.

Implicazioni per l’Italia: protezione dual-use e posizionamento industriale

Per l’Italia la priorità è proteggere nodi logistici e infrastrutture critiche con soluzioni coerenti con Readiness 2030 e integrabili, evitando acquisizioni isolate. In parallelo, va costruito un posizionamento industriale lungo le componenti dove esiste vantaggio comparato: sensori, effettori RF, integrazione C2, cybersecurity, test & evaluation. Leonardo, ad esempio, propone sistemi Counter-UAS basati su sensori elettro-ottici e tecnologie RF, ed è parte della filiera DragonFire.

Anche la dimensione “market access” è concreta: nel novembre 2025 l’Italia ha promosso presso la NATO un Industry Day dedicato a droni e counter-drone con la partecipazione di aziende e start-up nazionali.

La traiettoria operativa è quindi triplice: architetture C-UAS modulari e standardizzate per ridurre costi e tempi di integrazione; un ciclo continuo di test per rincorrere l’evoluzione delle minacce; una filiera export-compliant che affronti proattivamente vincoli dual-use e cyber. Se governata con standard, interoperabilità e procurement rapido, la difesa anti-drone e laser diventa per l’Italia non solo un requisito di sicurezza, ma una leva industriale nel perimetro Readiness 2030.

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