Una microspia da poche decine di euro può causare danni milionari alle aziende, permettendo a competitor e agenti di intelligence di ascoltare segreti industriali da qualsiasi parte del mondo. Con, potenzialmente, ripercussioni anche sul sistema Paese se l’impresa appartiene a un settore critico. Non c’è niente di avventuroso: un dispositivo GSM si compra sui principali e-commerce e arriva in giornata a casa, perché in Italia “c’è un paradosso normativo, per cui è lecito acquistare le cimici ma è illegale usarle a danno altrui”, spiega ad AgendaDigitale.eu Sabrina Apollaro, titolare di Selavio, impresa piemontese che si occupa di bonifiche.
Non si tratta di trame da film, basti pensare al caso di metà ottobre che ha coinvolto OpenAI e un dipendente infedele che, secondo le accuse, avrebbe installato un registratore in una sala riunioni. Lo spionaggio industriale è una realtà, soprattutto all’ombra delle minacce ibride. Potenzialmente, tutto potrebbe ascoltare o registrare: “In cavetti, carica batterie e prese elettriche possono essere installati dispositivi minuscoli ma molto efficaci. Un manager dovrebbe usare solo oggetti personali e non lasciarli mai incustoditi”, precisa l’esperta.
Persino i diffusori di profumo d’ambiente possono nascondere una micro telecamera. E oltre alla dimensione fisica, bisogna fare attenzione anche a quella cyber, coi software spia, e a quella umana: la protezione del patrimonio informativo dipende anche dai comportamenti quotidiani, perché spesso chi vuole sottrarre un segreto aziendale cerca prima di tutto la persona più facile da convincere, non il sistema più difficile da violare.
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Che cos’è lo spionaggio industriale
Lo spionaggio industriale è l’acquisizione illecita di informazioni riservate appartenenti a un’impresa con l’obiettivo di ottenere un vantaggio competitivo, economico o tecnologico. Può riguardare formule, progetti, processi produttivi, strategie commerciali, liste clienti, software, dati di ricerca o piani di investimento.
Differenza tra spionaggio e intelligence
A differenza dell’attività di intelligence, che utilizza fonti pubbliche e metodi leciti, lo spionaggio industriale ricorre a condotte illecite come accessi informatici non autorizzati, furto o copia di documenti, violazione di obblighi di riservatezza e sottrazione di file aziendali. Anche dipendenti, consulenti o partner possono diventare vettori della fuga di informazioni, volontariamente o attraverso tecniche di ingegneria sociale.
Come funzionano le microspie
Fino a vent’anni fa avere una microspia era qualcosa per pochi: “Era difficile trovare canali di approvvigionamento, se ne servivano soprattutto gli investigatori e le forze dell’ordine – racconta Apollaro -. Ora sul web sono ovunque. Un dispositivo GSM da trenta euro può causare danni molto ingenti a un’impresa. Grande come un dado da brodo, all’interno contiene uno slot per una sim card e ha due microfoni integrati. Si infila in una stanza e poi si telefona al numero della sim card: invece di squillare, il dispositivo apre il microfono e permette di ascoltare tutto”.
Per esempio, in questo modo una riunione che si tiene a Roma può così essere ascoltata da una persona che si trova a New York: “Un tempo erano in radiofrequenza, trasmettevano su un certo canale e in base alla potenza bisognava stare più o meno vicini alla sorgente, insomma serviva un operatore in prossimità. Ma con la tecnologia GSM questo limite è stato superato, basta una sim card e da qualsiasi parte del mondo si può ascoltare”, precisa Apollaro.
Poi ci sono i registratori: “Alcuni sono minuscoli. Una volta posizionato poi va recuperato e in differita si scaricano i dati e si ascolta quanto è stato detto. Certi modelli hanno anche l’attivazione vocale e possono registrare fino a seicento ore”. La microspia invece dura poche ore: “È dotata di una batteria piccolissima, consuma molto, copre quindi poche ore, anche se quelle professionali durano molto di più. Tuttavia, in pochi minuti è possibile nascondere la cimice un una presa elettrica alimentata e, a quel punto, potrebbe potenzialmente stare lì per sempre, finché la spina non viene staccata”, racconta l’esperta.
I rischi dello spionaggio industriale
Ogni azienda ha i suoi segreti, che vanno tutelati. Ma in Italia c’è poca consapevolezza al riguardo. Gli attori che spiano sono diversi: “Parlando di aziende di importanza strategica, come grandi realtà del settore della Difesa per esempio, sicuramente ci sono problemi legati all’inteligence di altri Stati – spiega Apollaro -. Più spesso, nelle industrie, soprattutto manifatturiere, sussiste il problema delle spie interne, persone che in parallelo mantengono i rapporti con competitor vendendo loro informazioni”.
Le best practice per tutelarsi dallo spionaggio industriale
Le aziende possono tutelarsi con alcuni passaggi pratici:
- Far firmare NDA – Non disclosure agreement, accordi di segretezza, al momento dell’assunzione;
- Quando si assume per un ruolo sensibile in un contesto critico una persona, per esempio un ingegnere che si dovrà occupare di delicati processi di ricerca e sviluppo, “alcune realtà fanno svolgere a investigatori attività di verifica, non solo documentale ma a volte anche facendo seguire il soggetto. Basta una settimana per capire abitudini e relazioni”, spiega Apollaro.
- Gli interventi tecnici devono essere programmati, controllati e monitorati: “Una delle situazioni più note per inserire una microspia è causare un guasto per poi far entrare in azienda un tecnico, che in realtà procede all’installazione della cimice”, spiega Apollaro. Non sempre un tecnico è davvero tale.
- Svolgere bonifiche periodiche degli ambienti in cui si prendono decisioni strategiche.
- I c-level devono diffondere consapevolezza rispetto ai rischi della divulgazione di informazioni riservate,
- importante la formazione relativamente agli strumenti connessi o AI based che si utilizzano a lavoro.
I manager con potere decisionale, come i CEO, possono adottare cautele particolari:
- Utilizzare dispositivi digitali propri e non lasciarli mai incustoditi;
- Non utilizzare oggetti come cavi, caricabatterie, chiavette usb altrui;
- Conoscere bene ogni elemento d’arredo presente nel proprio ufficio, in modo da rendersi conto se si nota un oggetto nuovo, anche apparentemente innocuo;
- Non parlare di argomenti riservati in ambienti aperti al pubblico o con familiari e conoscenti.
Spionaggio industriale: il quadro normativo
In Italia, il segreto industriale “è protetto dagli articoli 98 e 99 del Codice della proprietà industriale, ma solo se l’impresa dimostra di aver adottato misure ragionevolmente adeguate a mantenerlo riservato. Per questo la difesa dalla captazione non è un optional: è una condizione della tutela giuridica stessa”, spiega Fulvio Sarzana, avvocato e docente di diritto della cybersecurity presso l’Universita Lum di Bari.
Chi installa una microspia in un’azienda dunque “commette più illeciti insieme”. Sarzana spiega che, sul piano penale, si riscontrano:
- le interferenze illecite nella vita privata (articolo 615-bis codice penale) “quando la captazione avviene in sedi non aperte al pubblico”, commenta Sarzana,
- l’installazione di apparecchiature atte a intercettare comunicazioni (art. 617-bis c.p.)
- e, “se si violano le comunicazioni informatiche”, aggiunge Sarzana, si incappa in violazioni degli articoli 617-quater e 615-ter c.p. Quest’ultimo reato potrebbe, per esempio, essere contestato anche in caso di uso di spyware.
- Se poi “le informazioni vengono rivelate o usate, scatta la rivelazione di segreti scientifici o commerciali”, puniti dall’articolo 623 c.p., spiega l’avvocato Sarzana. L’avvocata Francesca Niola, relativamente a questo reato, precisa che, in particolare, “punisce la rivelazione o l’impiego a proprio o altrui profitto di segreti commerciali, nei casi previsti dalla norma. La disposizione contempla anche chi abbia acquisito abusivamente tali segreti e successivamente li riveli o li utilizzi, prevedendo un aumento di pena quando il fatto relativo ai segreti commerciali è commesso mediante strumenti informatici“.
Ma non è tutto, ci sono risvolti anche in ambito civile, prosegue l’avvocato Sarzana:
- l’acquisizione abusiva di un segreto è vietata dall’art. 99 c.p.i.
- se inoltre “c’è un concorrente dietro”, la fattispecie “integra concorrenza sleale” (art. 2598 n. 3 c.c.).
Dunque, “l’impresa può chiedere inibitoria, risarcimento e misure cautelari rapide, tra cui la descrizione e il sequestro, che permettono di cristallizzare la prova prima che sparisca”, conclude il legale.
Dipendenti e amministratori infedeli
Ci sono conseguenze legali anche per i dipendenti e amministratori infedeli. Come spiega l’avvocata Francesca Niola, “la divulgazione da parte di un dipendente può comportare la violazione dell’obbligo di fedeltà sancito dall’art. 2105 c.c., oltre a responsabilità disciplinari e risarcitorie. Se l’autore è un amministratore, possono assumere rilievo anche i doveri e le responsabilità connessi alla carica. Sul piano penale, in presenza dei relativi presupposti, possono trovare applicazione anche gli artt. 621 e 622 c.p., riguardanti rispettivamente la rivelazione del contenuto di documenti segreti e quella del segreto professionale”.
Segreto industriale e società quotate
Spiega Niola che un’importante precisazione “riguarda le società quotate perché quando le notizie divulgate costituiscono informazioni privilegiate, trova applicazione anche la disciplina europea sugli abusi di mercato, contenuta nel Regolamento (UE) n. 596/2014, insieme alle pertinenti disposizioni del Testo unico della finanza”.
L’importanza delle bonifiche periodiche in azienda
La complessità dell’ambito è elevata, come dimostra anche l’ampia varietà normativa per coprire diversi aspetti del tema. Certamente però, perché si possa ricorrere alla legge, bisogna innanzitutto accorgersi di quanto accade e non sempre è facile. Apollaro spiega che “il metodo migliore per stare tranquilli è svolgere bonifiche periodiche, ad esempio ogni tre mesi. Molti ci chiedono interventi d’urgenza quando trovano qualche dispositivo o si accorgono che è trapelata qualche informazione e non capiscono come, quindi si spaventano e chiedono un controllo. Non è sufficiente, bisogna agire di prevenzione”.
Anche per Sarzana la prevenzione si concretizza nelle bonifiche periodiche ambientali “di sale riunioni, uffici direzionali e sale server, a cura di operatori qualificati. Poi il controllo degli accessi, la gestione di visitatori, manutentori e imprese di pulizia, la limitazione dei dispositivi nelle riunioni sensibili, la classificazione delle informazioni e accordi di riservatezza con dipendenti e fornitori”. La legge ovviamente lo consente, ma “tutto va documentato, perché la documentazione è la prova delle misure adeguate. E se si trova un dispositivo, non va rimosso né manomesso: si preserva lo stato dei luoghi, si fa una denuncia e si affida l’analisi a un tecnico, per non compromettere la prova“.
Spionaggio industriale e fattore umano
Casi di spionaggio industriale possono cominciare da una relazione apparentemente innocua. Il fattore umano resta spesso il punto più vulnerabile dell’organizzazione. Anche sistemi informatici ben protetti possono essere aggirati se un dipendente, un consulente o un fornitore viene convinto a fornire informazioni, aprire un file, condividere credenziali o concedere accesso a dati riservati.
Social engineering
Questo è il principio alla base del social engineering, cioè l’insieme di tecniche che sfruttano fiducia, urgenza, curiosità, paura o senso di autorità per indurre una persona a compiere un’azione che normalmente eviterebbe. Un aggressore può fingersi un collega, un tecnico, un dirigente o un potenziale partner commerciale, costruendo una relazione credibile prima di chiedere informazioni sensibili.
Il ruolo dei deepfake
I deepfake rendono il social engineering più credibile e difficile da riconoscere. Grazie all’intelligenza artificiale, un attaccante può imitare voce, volto o modalità comunicative di un dirigente, collega o partner e usarle per convincere una persona a trasferire denaro, condividere credenziali o fornire informazioni riservate. Il rischio cresce quando la richiesta arriva attraverso una videochiamata, un messaggio vocale o un contenuto apparentemente autentico, perché l’identità visiva o sonora tende a generare fiducia. Per questo le aziende devono affiancare alla formazione procedure di verifica indipendenti, soprattutto per operazioni sensibili, evitando di considerare voce e immagine come prove sufficienti dell’identità.
Honey Trap
Lo spionaggio industriale può sfruttare anche relazioni personali e sentimentali costruite con finalità di raccolta di informazioni sensibili. Un’inchiesta del Times ha riportato allarmi negli Stati Uniti sull’impiego, attribuito soprattutto a Cina e Russia, di donne incaricate di avvicinare lavoratori della Silicon Valley, instaurare rapporti intimi e ottenere nel tempo informazioni sensibili sulle aziende tecnologiche. In alcuni casi descritti dal quotidiano, le relazioni sarebbero arrivate fino al matrimonio e alla creazione di una famiglia.
Il meccanismo rientra nelle cosiddette trappole al miele, una forma di social engineering che sfrutta fiducia, attrazione e legami affettivi invece di vulnerabilità informatiche. Il bersaglio può essere un ingegnere, un ricercatore o un dirigente con accesso a tecnologie, progetti o informazioni strategiche.
Il contesto rende il rischio particolarmente rilevante. Le autorità statunitensi documentano da anni tentativi di acquisire tecnologia e segreti industriali attraverso persone con accessi privilegiati. Nel gennaio 2026, per esempio, un ex ingegnere di Google è stato condannato per spionaggio economico e furto di segreti commerciali legati all’intelligenza artificiale a beneficio di soggetti collegati alla Cina.
Pillow talk
Il termine “pillow talk” indica le informazioni riservate che possono emergere durante conversazioni intime e informali. In una relazione sentimentale, le persone tendono ad abbassare le difese, raccontando problemi di lavoro, progetti, colleghi, viaggi o decisioni aziendali che normalmente non condividerebbero. Un interlocutore interessato può raccogliere questi dettagli nel tempo e ricostruire informazioni molto più sensibili di quanto sembri. Oppure, in modo inconsapevole, il partner o il confidente potrebbe rivelare all’esterno informazioni riservate, pur senza voler causare danni in modo volontario.
Il rischio non nasce necessariamente da una rivelazione clamorosa, ma dall’accumulo di piccoli elementi. Per questo la consapevolezza sulla riservatezza deve accompagnare i dipendenti anche fuori dall’ufficio, soprattutto quando gestiscono dati strategici.
Rischi e impatti dello spionaggio industriale
Gli effetti dello spionaggio industriale non si esauriscono nel danno subito dalla singola azienda. La sottrazione di tecnologie, know-how, progetti o strategie può ridurre il vantaggio competitivo di un’impresa, compromettere investimenti in ricerca e sviluppo e favorire concorrenti che non hanno sostenuto gli stessi costi e rischi dell’innovazione. In caso di realtà imprenditoriali attive in settori critici per lo Stato, le ripercussioni possono essere molto gravi e intaccare il funzionamento e la sicurezza stessi del sistema Paese.
Sul piano economico, questo fenomeno può tradursi in perdita di fatturato, riduzione degli investimenti, contenziosi e indebolimento della capacità innovativa. Nei settori strategici, il trasferimento illecito di conoscenze può incidere anche sugli equilibri tra Paesi, favorendo la crescita tecnologica di alcuni sistemi industriali a scapito di altri.
Le conseguenze possono raggiungere anche lavoratori e territori. Se un’impresa perde competitività, può ridurre la produzione, rinviare nuovi progetti o tagliare posti di lavoro. In ecosistemi industriali molto specializzati, il danno può propagarsi a fornitori, centri di ricerca e imprese dell’indotto.
Esiste infine un impatto sociale meno immediato ma altrettanto importante: la perdita di fiducia. Aziende e istituzioni possono diventare più riluttanti a condividere conoscenze, collaborare con partner esterni o partecipare a progetti comuni. Quando la paura della sottrazione di informazioni prevale sulla cooperazione, ne risentono la circolazione delle competenze, la ricerca e, in ultima analisi, la capacità complessiva di innovare.

































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