Nel quinto giorno di guerra in Iran, il prezzo del Brent è salito a 84 dollari al barile. Il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam è sopra i 54 euro (anche se in lieve calo rispetto a ieri quando si era impennato a valori che non si vedevano dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina nel 2022). Il prezzo del GLN, il gas liquefatto che importiamo per abbandonare il gas russo sanzionato, è balzato nel quarto giorno di guerra di quasi il 50%.
Questo è l’effetto della “chiusura” di fatto dello Stretto di Hormuz (il traffico marittimo è crollato del 90%), decisione presa dall’Iran per colpire l’economia petrolifera della regione del Golfo, dopo che sono salite a prezzi insostenibili le richieste delle polizze assicurative per le petroliere che transitano da lì.
Il caro-energia in Europa, ma soprattutto in Italia, è proporzionale al grado di dipendenza da importazione dei fossili del nostro Paese. L’intervento del governo Meloni sulle bollette è già anacronistico e francamente inutile.
“Mentre ogni giorno ci svegliamo con notizie di guerra ci sono effetti collaterali che ci colpiscono direttamente e ancora una volta – come già per l’aggressione russa all’ucraina – quello più eclatante è ciò che sta avvenendo nel mercato dell’energia con l’esplosione (mai metafora guerresca fu più appropriata) dei prezzi del gas e del petrolio che si trasferiranno su bollette e rifornimenti che peseranno come macigni nelle tasche dei cittadini e sui conti delle imprese”, commenta ad AgendaDigitale.eu Francesco Ferrante, Presidente di Kyoto Club mentre si sta recando alla Key Energy 2026 per parlare della necessitrà di abbandonare i fossili e passare alle rinnovabili, come già chiede il merecato.
Ecco perché accelerare la transizione energetica alle rinnovabili è ancora più urgente.
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Guerra in Iran e scenario energetico: inflazione a rischio rialzo
La tensione resta alta, anche perché dallo Stretto passano le forniture energetiche di Cina e India, ma anche il 33% dei fertilizzanti usati in agricoltura (quelli che sostituiscono i fertilizzanti russi sanzionati), dunque c’è da attendersi l’aumento dei prezzi nella filiera agro-alimentare.
Tutti fattori che faranno rialzare la testa all’inflazione, se la guerra israelo-statunitense contro l’Iran durerà più delle 4-5 settimane, inizialmente previste dall’amministrazione Trump per ottenere i fumosi obiettivi che si è prefissato (fra i qusli è prontamente scomparso il regime change, voluto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu).
Il rischio più temuto dai mercati è il blocco delle catene di approvvigionamento, la cui interruzione fu la tragedia principale durante il lockdown nella prima fase della pandemia da Covid-19. Ma per ora le supply chain tengono, nonostante le difficoltà.
L’Unione europea acquista il gas soprattutto da Stati Uniti e Norvegia, ma a preoccupare è l’aumento dei prezzi dei beni energetici che potrebbe impattare sull’inflazione e dunque sulla crescita economica, già asfittica a causa della crisi dell’automotive e della mancanza di campioni tecnologici e innovativi protagonisti della sovranità digitale europea.
Dal Qatar l’Italia importa il 45% del gas naturale liquefatto e ora, sospesa la produzione decisa da Qatar Energy in seguito agli attacchi iraniani sugli impianti, potrebbero esserci problemi di rifornimento.
Al momento l’Italia ha lo stoccaggio più elevato d’Europa, avendo diversificato le fonti di approvvigionamento, grazie all’ottimo lavoro impostato dall’ex primo ministro Mario Draghi e dall’allora ministro Roberto Cingolani, ma una cosa è ormai certa. La lenta transizione alle rinnovabili non aiuta.
La guerra in Iran accelera la transizione alle rinnovabili
La transizione energetica verso le fonti rinnovabili è la priorità di Italia ed Europa, perché gli impatti del conflitto medio-orientale pesano già sulle tasche degli italiani.
In Italia, il prezzo della benzina e del gas è già in aumento di 6 centesimi di euro presso le pompe di benzina, ma anche le bollette avranno un rialzo.
Il prezzo del gas in aumento si ripercuote sull’elettricità, dal momento che l’Italia produce energia elettrica bruciando fossili, invece di ricavarla dal nucleare come la Francia, dall’eolico come la Germania o dal solare come la Spagna). In Italia si preannuncia una probabile stangata del 15% in più sulle bollette elettriche e del gas.
“Appare quindi davvero paradossale il dibattito italiano sul cosiddetto decreto bollette e in particolare su Ets“, spiega Ferrante: “Ormai è lampante che il caro-energia è direttamente proporzionale al grado di dipendenza da importazione dei fossili del nostro Paese. Del resto è sempre stato così, sono passati oltre 50 anni dalla crisi del petrolio che portò ai giorni dell’austerità. Ma la differenza rispetto ad allora che un’alternativa ce la avremmo a disposizione: le rinnovabili sono oggi competitive”.
Il sorpasso delle rinnovabili sui combustibili fossili
Secondo un’indagine di Ember, l’European Electricity Review 2026, la costante crescita di eolico e fotovoltaico (l’anno scorso hanno totalizzato insieme il 30% della generazione elettrica) ha permesso lo storico sorpasso delle rinnovabili sui fossili in Europa in 14 su 27 Paesi.
Abbia superato per la prima volta la produzione delle fonti climalteranti che generano CO2.
Appare sempre più urgente l’esigenza di non perdere la rotta del Green Deal, seppur ridimensionato, per assicurare un futuro stabile e resiliente all’Unione Europea, senza più eccessiva dipendenza da Paesi in guerra o sotto sanzioni o che possono esercitare minacce di interruzioni di forniture (anche per i “capricci” di Donal Trump che, per esempio, vorrebbe conquistare la Groenlandia, strappandola alla Danimarca e che ha sferrato guerra congiunta all’Iran senza avvisare i Paesi Nato: l’unico Paese, avvertito da Netanyahu, è stata la Germania del cancelliere Merz).
In questa situazione diventano ancora più cruciali i progressi e gli investimenti nell’installazione di impianti eolici e pannelli fotovoltaici per generare energia elettrican dalle fonti rinnovabili.
Inoltre, un parco auto dominate da ibride e soprattutto elettriche non subirebbe il ricatto dei rincari alle pompe di benzina.
“Le rinnovabili sono oggi competitive (anzi costano meno) con gas (e petrolio sui trasporti se avessimo corso di più su elettrificazione), ma invece qui governo Meloni e Confindustria strepitano contro Green deal ed Ets, con il risultato di rallentare la transizione e attaccare lo strumento che in questi anni ha concretamente aiutato a fare qualche passo nella decarbonizzazione dell’industria e stimolato innovazione“, mette in guardia Ferrante.
Decreto bollette già vecchio e inutile: la guerra in Iran obbliga a usare più rinnovabili
Come ha dichiarato l’ex direttore della Cia Leon Panetta, nell’amministrazione Clinton, “la verità è che Trump non sa cosa vuole in Iran”. E Teheran può far male all’economia globale, già sconquassata dai dazi di Trump e anche logorando la fiducia degli alleati dell’America, già maltrattati da questa amministrazione e disillusi dai continui strappi di Trump sul diritto internazionale.
In queste ore, in cui un missile balistico (a inizio guerra l’Iran deteneva 2500 missili e droni a medio raggio) è stato intercettato nel territorio Nato della Turchia – un errore, si dice, ma anche una sfida all’articolo 5 della Nato -, ci rendiamo conto che forse siamo già in guerra. L’escalation è evidente e soprattutto un colpo micidiale sarà inferto all’economia e alla supply chain delle risorse fossili.
L’esposizione della Ue agli shock geopolitici deriva dalla dipendenza europea (e soprattutto italiana) da combustibili fossili importati e da mercati volatili. Per proteggere la propria economia, rendendola resiliente a shock esterni in aumento nel nuovo disordine mondiale, l’Europa deve ridurre drasticamente la dipendenza da petrolio e Gln.
“Il decreto bollette del Governo Meloni – se verrà approvato nella forma che conosciamo oltre ad andare incontro a un’ovvia bocciatura della Ue – avrebbe solo il risultato di difendere la produzione di energia elettrica e di non promuovere efficienza e rinnovabili che invece sarebbero le uniche strade per darci un po’ più di sicurezza e non essere appesi alle guerre di Trump e Putin e alle turbolenze – chiamiamole così – dei Paesi produttori in medio oriente”, conclude Ferrante.














