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Donne e tech, quanta fatica farsi strada in tutto il mondo: i dati italiani e il caso del Bhutan



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La scarsa diversità limita la visione e, nell’AI, rischia di trasformarsi in bias e stereotipi. In Italia il gap nell’ICT resta stabile, tra formazione e carriera, mentre progetti come quello avviato in Bhutan con il supporto delle Nazioni Unite mostrano possibili rimedi

Pubblicato il 6 mar 2026

Nicoletta Pisanu

Giornalista professionista, redazione AgendaDigitale.eu



donne e scienza (1); AI divario di genere sul lavoro; AI gender gap

La mancanza di accesso alla diversità porta a una visione parziale del mondo, che inevitabilmente impoverisce. Vale per le persone e anche per la tecnologia, soprattutto l’AI che si nutre di dati, i quali recano per forza l’impronta culturale in cui sono coltivati e rischiano quindi di riprodurre stereotipi di genere, bias, disuguaglianze. Al di là dell’impatto sociale, l’innovazione ha bisogno di varietà per evolvere e anche la differenza di genere è una risorsa preziosa. Eppure, nei settori tech c’è ancora uno sbilanciamento, con la presenza maschile nettamente più rilevante.

Per correre ai ripari, in tutto il mondo si avviano programmi pubblici e privati internazionali volti alla creazione di consapevolezza su questo fronte e all’individuare soluzioni per migliorare la situazione. Un caso interessante è quello del Bhutan, che in collaborazione con l’UNDP ha avviato nei mesi scorsi un programma volto a ridurre il digital divide nel settore pubblico.

Donne nell’ICT, la situazione italiana: i dati Anitec-Assinform

L’accesso femminile ai settori tecnologici è ancora inferiore a quello maschile anche in Italia, come spiega l’Osservatorio sulle Competenze Digitali 2025 che Anitec-Assinform ha realizzato insieme ad AICA e Assintel in collaborazione con Talents Venture: dal rapporto emerge che la partecipazione delle donne nei percorsi ICT resta ancora limitata sin dall’università: “Il digitale cresce grazie alle competenze e ai talenti. Rafforzare la partecipazione femminile nelle discipline STEM significa valorizzare una parte fondamentale di questo patrimonio, sempre più centrale per l’innovazione e lo sviluppo di tutti i settori”, spiega Letizia Pizzi, Direttrice generale di Anitec-Assinform.

Secondo l’Osservatorio, nel 2024 le donne hanno rappresentato il 35% dei laureati nei corsi ICT, iclusa informatica e discipline affini, mentre nei corsi ICT “in senso stretto” la quota scende al 23%. Si sono contate in tutto 22.344 laureate nei percorsi ICT, dato che rappresenta una crescita del 3% rispetto all’anno precedente, e 5.509 laureate nei corsi informatici più tecnici, dato che indica un aumento del 4%. Tuttavia, emerge che la quota femminile sul totale dei laureati ICT rimane di fatto stabile negli ultimi anni, segnalando un gender gap che persiste nel caratterizzare l’accesso alle discipline digitali.

Importante “continuare a creare opportunità che avvicinino sempre più ragazze alle tecnologie e alle competenze digitali. In questa direzione Anitec-Assinform è impegnata, insieme alle imprese associate e al mondo della formazione, a promuovere iniziative che contribuiscano a sviluppare competenze e a valorizzare il talento femminile”, aggiunge Pizzi.

Il nodo del soffitto di cristallo

Ma il problema non è limitato solo al percorso di studi o all’accesso al mondo del lavoro. Come spiega uno studio Deloitte, la questione riguarda anche permanenza nel settore e sviluppo professionale. Il tasso di occupazione femminile in Italia è pari al 53,7% (mentre è 71,2% quello maschile) ma è importante osservare questa percentuale con uno sguardo ampio, contemplando anche i ruoli ricoperti dalle donne nelle aziende e le opportunità di crescita professionale. Torna quindi il problema del “soffitto di cristallo”, cioè le barriere che le donne incontrano e che ostacolano la possibilità di raggiungere vertici apicali nelle loro carriere.

C’è poi il problema della mancanza, così come della mancata valorizzazione, delle competenze. In Italia, spiegano i dati Deloitte, solo il 44% delle donne ha conoscenze digitali di base e solo l’1,5% lavora come specialista nel settore ICT. In Italia si registra il più alto gap di “overqualification” in UE, con il 24,3% delle donne che svolgono un ruolo non coerente con il livello di istruzione di cui dispongono. La percentuale di uomini in questa condizione è solo del 16,7%.

Se l’AI aumenta il gender gap sul lavoro

E ci si chiede se la tecnologia impatti in qualche modo sulla discriminazione. Come emerge da un working paper pubblicato dal National Bureau of Economic Research, firmato dagli economisti del MIT e della Northwestern University Huben Liu, Dimitris Papanikolaou, Lawrence D.W. Schmidt e Bryan Seegmiller, per due secoli l’innovazione tecnologica ha favorito l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, perché ha ridotto il peso della forza fisica e valorizzato competenze cognitive, organizzative e relazionali. Con l’intelligenza artificiale, però, questo andamento rischia di invertirsi, dato che l’automazione colpisce sempre più anche attività cognitive e professioni qualificate dove la presenza femminile è maggiore, mentre può spostare la domanda verso lavori meno qualificati, meno retribuiti e spesso a prevalenza maschile.

Il punto centrale, va sottolineato, non è considerare questo scenario come inevitabile, ma capire che dipende da come l’AI viene progettata, misurata e governata: se resta ancorata a metriche ristrette di produttività e a dati storicamente distorti, può amplificare bias di genere e disuguaglianze già esistenti.

Quando l’AI amplifica la discriminazione di genere

Considerando infatti l’aspetto puramente tecnologico, poiché l’AI è progettata e addestrata dentro contesti storici e culturali segnati da squilibri di genere, è facile intuire come questa finisca spesso per riprodurre e amplificare discriminazioni contro le donne nel lavoro, nel credito, nella traduzione automatica, nei sistemi di raccomandazione e perfino nei modelli generativi, come mostrano vari episodi, diventati anche casi giudiziari.

Come fare

Il problema nasce sia dalla sotto rappresentazione femminile nei settori tecnologici sia da dataset e logiche decisionali distorti. Un framework normativo forte e la valorizzazione della protezione dei dati personali, oltre ad audit esterni, possono aiutare nel raggiungere una “parità algoritmica”.

Necessarie anche politiche più ampie della sola promozione delle STEM, capaci di riconoscere il valore di competenze diverse, accompagnare la formazione continua e inserire l’AI in un quadro regolatorio, educativo e culturale orientato all’equità.

Digital divide e gender gap: il caso del Bhutan

La consapevolezza su questi fronti cresce in diverse parti del mondo. Ed è interessante osservare i progetti che a livello internazionale vengono avviati in contesti sociali e culturali molto diversi da quello italiano. Ad esempio, in Bhutan la Royal Civil Service Commission e l’UNDP hanno avviato un percorso mirato per mettere le funzionarie pubbliche nelle condizioni di guidare una trasformazione digitale che non riproduca squilibri di genere. Il programma è stato battezzato Women Digital Champions, ha riunito trenta responsabili delle risorse umane provenienti da diverse agenzie governative per due giornate di formazione su competenze digitali, leadership e progettazione di servizi pubblici più accessibili e centrati sulle persone.

L’iniziativa si inserisce in una collaborazione più ampia tra governo e UNDP per accelerare l’innovazione nel settore pubblico, con l’obiettivo di colmare i divari di capacità e rendere l’amministrazione più pronta a ideare, implementare e mantenere servizi digitali efficaci. Il progetto ha avuto il sostegno del programma Inclusive and Future Smart, finanziato attraverso le Global Funding Windows dell’UNDP con contributi di Danimarca, Lussemburgo e Repubblica di Corea.

Lo sbilanciamento tra presenza femminile e maschile nei settori tech è evidente a livello anche nazionale, dalla quota ridotta di ricercatrici e specialiste in ambito AI fino alla rappresentanza limitata delle donne nelle categorie tecniche del pubblico impiego bhutanese. La formazione ha affrontato anche i temi di rischi e bias legati all’intelligenza artificiale, alla violenza di genere facilitata dalla tecnologia, spingendo le partecipanti a definire azioni per aumentare leadership e partecipazione femminile nei processi di innovazione digitale.

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