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Social e minori: le proposte italiane e i nodi giuridici aperti



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La tutela dei minori sui social esce dal solo perimetro della privacy e diventa una questione di salute pubblica e responsabilità delle piattaforme. Le proposte in campo puntano su limiti d’età, verifica anagrafica, design meno persuasivo ed educazione digitale

Pubblicato il 7 apr 2026

Marco Martorana

avvocato, studio legale Martorana, Presidente Assodata, DPO Certificato UNI 11697:2017



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Per quasi un ventennio, l’ordinamento giuridico italiano, al pari di quello europeo, ha osservato con un misto di speranza e inerzia l’espansione pervasiva delle piattaforme social, delegando ai colossi della Silicon Valley la definizione dei perimetri di sicurezza per i cittadini più giovani. La regolamentazione si era fermata all’articolo 8 del GDPR e alla sua declinazione interna tramite il D.Lgs. 101/2018, che fissava a 14 anni la soglia del consenso digitale.

Tuttavia, la primavera del 2026 segna il definitivo superamento di questo modello basato esclusivamente sulla protezione dei dati personali. La crisi sistemica che investe il benessere neuropsichico degli adolescenti – testimoniata da una letteratura scientifica ormai concorde sugli effetti deleteri della dipendenza da dopamina e della privazione del sonno indotta – ha trasformato la questione da un mero problema di privacy a un’emergenza di sanità pubblica e di ordine costituzionale.

Il legislatore italiano, attraverso un ventaglio di proposte che spaziano dal rigore anagrafico alla regolazione algoritmica, sta tentando di riscrivere il contratto sociale tra Stato, famiglia e Big Tech, ponendo al centro non più l’utente come consumatore di servizi, ma il minore come soggetto titolare di un diritto inalienabile allo sviluppo armonico della propria personalità, libero da condizionamenti tecnologici manipolatori.

La proposta Carfagna: il paradigma dell’incapacità legale d’agire nel cyberspazio

La proposta di legge che vede come prima firmataria l’onorevole Mara Carfagna si configura come l’intervento più netto sotto il profilo della distinzione anagrafica, mirando a una vera e propria demarcazione tra infanzia e adolescenza digitale. Il testo propone l’introduzione di un divieto assoluto di accesso e iscrizione a qualsiasi piattaforma di social networking per i minori di 13 anni.

Giuridicamente, questa scelta non va letta come una limitazione punitiva della libertà, bensì come il riconoscimento di una specifica “incapacità naturale” del preadolescente di fronte ai meccanismi di pressione psicologica e ai rischi della rete. La proposta Carfagna si spinge oltre, disciplinando la fascia 13-15 anni attraverso un regime di autorizzazione parentale rafforzata che non può più risolversi in un semplice clic su una casella di spunta.

Il nucleo della proposta risiede nell’obbligo per i gestori di implementare sistemi di verifica dell’identità tramite strumenti di identità digitale certificata, come lo SPID o la Carta d’Identità Elettronica (CIE), ponendo fine all’era delle false date di nascita. Sul piano della responsabilità civile, questa impostazione trasforma l’omesso controllo del provider in una violazione di un obbligo di protezione specifico, equiparabile alla somministrazione di sostanze vietate a un minore, introducendo sanzioni pecuniarie di natura deterrente che possono scalare fino a percentuali significative del fatturato globale dell’azienda inadempiente.

L’approccio Nicita-Basso e la regolazione del “design persuasivo”

In una prospettiva complementare e tecnicamente molto avanzata si muove la proposta di legge a firma dei senatori Antonio Nicita e Francesco Basso. Questo testo affronta la questione dal punto di vista dell’architettura informatica, recependo le più recenti preoccupazioni del diritto internazionale sui cosiddetti “Dark Patterns“. L’iniziativa Nicita-Basso non si limita a stabilire chi può entrare nella “piazza digitale”, ma impone regole ferree su come questa piazza debba essere costruita.

Il focus è sulla “progettazione sicura” (Safety by Design): la legge prevede l’obbligo per le piattaforme di disattivare per impostazione predefinita le funzionalità progettate per massimizzare in modo compulsivo il tempo di permanenza degli under 18. Tra queste, la proposta cita esplicitamente lo scorrimento infinito (infinite scroll), la riproduzione automatica (autoplay) e le notifiche push intrusive durante le ore notturne, identificate come fattori scatenanti di disturbi del sonno e dell’attenzione.

Sotto il profilo del diritto dell’informazione, la proposta Nicita-Basso è rivoluzionaria perché richiede una trasparenza senza precedenti sugli algoritmi di raccomandazione: i gestori dovrebbero fornire spiegazioni comprensibili sulle ragioni per cui determinati contenuti vengono mostrati a un minore, permettendo all’utente adolescente (o al suo tutore) di optare per versioni del servizio non personalizzate algoritmicamente, neutralizzando così l’effetto “bolla” e la polarizzazione informativa.

La sintesi Madia-Mennuni: la “Maggiore età digitale” e il dovere di protezione dei gestori

Un esperimento giuridico di grande rilievo è rappresentato dalla proposta di legge trasversale Madia-Mennuni, che tenta di armonizzare le diverse sensibilità politiche attorno al concetto di “Maggiore Età Digitale” fissata a 16 anni. Questo testo si distingue per la volontà di creare un percorso di autonomia vigilata, dove la protezione non si traduce in esclusione.

La proposta introduce l’obbligo per i social network di integrare strumenti di controllo parentale nativi che siano semplici, efficaci e interoperabili, permettendo ai genitori di stabilire limiti temporali e filtri di contenuto senza dover ricorrere ad applicazioni terze spesso invasive della privacy. Un aspetto cruciale della proposta Madia-Mennuni è il rafforzamento della tutela contro il cyberbullismo e l’esposizione a contenuti autolesionistici o disturbanti. Il testo prevede che, in presenza di segnalazioni riguardanti minori, le piattaforme debbano agire con procedure di “urgenza assoluta“, garantendo la rimozione o l’oscuramento del contenuto entro un termine massimo di 24 ore. La mancata osservanza di questi tempi comporterebbe una responsabilità solidale del gestore per i danni cagionati.

Questa impostazione giuridica sposta l’asse dal mero “not-and-take-down” del Digital Services Act verso un obbligo di vigilanza attiva più stringente quando è in gioco l’integrità psichica di un adolescente, configurando una vera e propria responsabilità sociale d’impresa nel settore digitale.

La proposta Latini e l’educazione civica digitale: la “patente” per la cittadinanza in rete

Chiude il quadro delle riforme la proposta di legge presentata dall’onorevole Simona Latini, la quale sposta il baricentro dall’approccio puramente repressivo o tecnico a quello educativo e abilitante. La visione della Latini si fonda sull’assunto che il divieto sia inefficace se non accompagnato dalla formazione di una coscienza critica. La proposta prevede l’introduzione di un percorso formativo obbligatorio nelle scuole secondarie di primo grado, al termine del quale il minore riceve una sorta di “patente digitale” o attestato di cittadinanza consapevole.

Tale certificazione diventerebbe il requisito formale necessario per l’attivazione di profili social superati i 13 anni. È un tentativo di trasformare l’accesso ai social da una prassi automatica a un atto consapevole, mediato dall’istituzione scolastica e dalla famiglia. Inoltre, la proposta Latini affronta con vigore il tema dell’economia dei dati che sfrutta i minori: viene proposto il divieto totale di profilazione commerciale per finalità pubblicitarie mirate nei confronti dei minorenni, indipendentemente dal consenso.

L’idea è che il mercato non possa considerare i bambini e gli adolescenti come target di marketing predittivo, preservando la loro libertà di autodeterminazione da ogni condizionamento psicologico volto al consumo compulsivo.

Il nodo dell’Age Verification e la sfida della proporzionalità costituzionale

L’analisi di queste proposte non può prescindere dal grande dilemma tecnico-giuridico che le accomuna: la verifica dell’età. Qualsiasi legge, per quanto nobile nei suoi intenti, rischia di rimanere un manifesto politico se non supportata da un sistema di identificazione certo che non sia facilmente aggirabile tramite VPN o semplici dichiarazioni mendaci. Il dibattito in corso mette in luce una tensione dialettica tra due diritti fondamentali: la protezione dei minori e il diritto alla privacy e all’anonimato degli adulti.

Se per verificare l’età di un minore costringiamo ogni utente a caricare il proprio documento d’identità o a sottoporsi a scansioni biometriche del volto (Age Estimation), stiamo creando un database di sorveglianza senza precedenti nelle mani di società private. I giuristi più critici avvertono che l’implementazione della proposta Carfagna o Madia-Mennuni dovrà essere attentamente vagliata dal Garante Privacy e dalla Corte costituzionale per garantire che il rimedio non sia peggiore del male.

La sfida del 2026 consiste proprio nel trovare una “terza via” tecnologica — magari basata su protocolli di conoscenza zero (Zero-Knowledge Proofs) — che permetta di attestare il possesso del requisito dell’età senza rivelare l’identità dell’utente o raccogliere dati eccedenti, rispettando il principio di minimizzazione sancito dal GDPR.

Verso una responsabilità oggettiva per attività digitale pericolosa

Un’approfondita riflessione di ordine civilistico emerge dalla lettura combinata delle proposte Nicita-Basso e Carfagna: la possibile applicazione dell’articolo 2050 del Codice civile all’attività di gestione dei social network. Tradizionalmente, la responsabilità dei provider è stata inquadrata come responsabilità per colpa o per omissione.

Tuttavia, se riconosciamo che l’uso massiccio di algoritmi predittivi su soggetti vulnerabili come i minori costituisce un’attività “intrinsecamente pericolosa” a causa della sua capacità di indurre dipendenze e disturbi comportamentali, il regime probatorio si inverte. Sarebbe la piattaforma a dover dimostrare di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno, non più la vittima a dover provare la colpa specifica del colosso tecnologico. Questa evoluzione giurisprudenziale, che le proposte di riforma sembrano voler sollecitare, rappresenterebbe il colpo di grazia al mito della “neutralità della rete“.

Il gestore di un social network verrebbe equiparato, nella sostanza, al produttore di un farmaco o al gestore di un’infrastruttura critica, con oneri di monitoraggio e di prevenzione del rischio elevatissimi, commisurati al potere di influenza che esercita sulla psiche collettiva.

Un nuovo equilibrio tra diritto, piattaforme e minori

L’insieme delle riforme analizzate – dalle restrizioni anagrafiche della Carfagna alla lotta agli algoritmi tossici di Nicita-Basso, passando per la vigilanza attiva della Madia-Mennuni e l’educazione della Latini – compone un mosaico legislativo di rara complessità e ambizione.

L’Italia si candida a fare da apripista in Europa, sfidando il dogma dell’intoccabilità del mercato digitale in nome di un superiore interesse pubblico: la difesa della salute mentale e della dignità dei suoi cittadini più giovani. Non si tratta di una crociata contro la tecnologia, ma del necessario passaggio dall’adolescenza selvaggia di internet a una sua fase adulta, governata dal diritto e non solo dal profitto.

La riuscita di questo ambizioso progetto dipenderà dalla capacità del Parlamento di fondere queste diverse anime in un unico Testo Unico per la Protezione dei Minori nel Digitale, che sia tecnologicamente neutro ma giuridicamente granitico. Solo così potremo garantire che il futuro digitale delle nuove generazioni non sia una prigione di algoritmi, ma una prateria di opportunità libere da manipolazioni, restituendo all’infanzia il suo diritto più sacro: quello di crescere al proprio ritmo, senza l’ansia da prestazione di un like o la schiavitù di una notifica.

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