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Asstel: “L’Europa non può chiedere reti strategiche senza sostenerle”



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Asstel chiede regole e strumenti coerenti con il ruolo strategico delle telecomunicazioni europee. Ricavi compressi, obblighi crescenti e investimenti insufficienti rischiano di frenare reti 5G, sicurezza digitale, autonomia industriale e competitività del continente nella nuova economia connessa

Pubblicato il 30 apr 2026

Laura Di Raimondo

direttore Asstel



regolamento 2025/2592 europeo
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C’è un paradosso che attraversa oggi il dibattito europeo sulla trasformazione digitale: le reti di telecomunicazioni sono sempre più centrali per la competitività, la sicurezza e l’autonomia strategica del continente, eppure il settore che le realizza e le sostiene continua a operare in condizioni che ne comprimono capacità di investimento e sviluppo.

È una contraddizione che non può più essere ignorata. La ricerca “L’urgenza di agire: regole eque per crescere, investire, competere nel digitale”, presentata alla Luiss dal Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” e da Asstel, parte da qui: dalla necessità di mettere al centro un tema che non riguarda solo il futuro delle telecomunicazioni, ma quello dell’intero sistema economico europeo.

Le reti di telecomunicazioni europee come infrastrutture strategiche

Le reti di comunicazione elettronica sono oggi molto più di un’infrastruttura di mercato. Sono l’architettura abilitante di cloud, intelligenza artificiale, manifattura connessa, servizi pubblici digitali, cybersicurezza, mobilità intelligente. Sono, in una parola, infrastrutture strategiche.

Eppure il quadro economico in cui operano gli operatori europei evidenzia una fragilità crescente. Tra il 2019 e il 2025 il traffico dati è cresciuto di oltre il 280% sulle reti mobili e di oltre il 130% su quelle fisse, con una quota rilevante delle risorse di rete assorbita da pochissime grandi piattaforme globali. Parallelamente, i ricavi medi restano compressi: l’ARPU mobile europeo vale meno della metà di quello statunitense, mentre sul fisso il divario è altrettanto marcato. Il risultato è noto: più domanda di connettività, più responsabilità, più costi, ma minore capacità di monetizzazione.

Investimenti Tlc e competitività digitale dell’Europa

Questo squilibrio non è neutrale. Si traduce in una contrazione progressiva della capacità di investimento, ritardi nello sviluppo delle infrastrutture di nuova generazione, ridotta competitività rispetto ad altre aree del mondo. I numeri parlano chiaro: gli investimenti pro capite nelle telecomunicazioni in Europa sono quasi la metà di quelli statunitensi; la copertura 5G standalone e delle reti gigabit resta indietro rispetto a Usa e Cina. Si tratta di una questione industriale e strategica. Perché nella nuova economia digitale la capacità di sviluppare le infrastrutture critiche coincide con la capacità di esercitare sovranità.

E qui emerge il nodo regolatorio. Nel tempo, il quadro normativo applicato alle telecomunicazioni si è stratificato per addizioni successive. Norme settoriali, regole orizzontali, obblighi di sicurezza, standard tecnici, recepimenti nazionali, livelli autorizzativi molteplici hanno prodotto un carico cumulativo che grava soprattutto sugli operatori infrastrutturali. Il problema non è la regolazione in sé, ma il fatto che spesso non riflette più la struttura reale dell’ecosistema digitale.

Il nodo regolatorio e le asimmetrie tra operatori digitali

Oggi operatori diversi offrono servizi convergenti, competono sugli stessi mercati, producono effetti economici analoghi. Eppure, continuano a essere assoggettati a obblighi profondamente diversi. È una asimmetria che si manifesta almeno su quattro piani.

Il primo riguarda gli obblighi consumeristici e di servizio, molto più intensi per le Tlc che per altri attori digitali. Il secondo investe qualità del servizio e neutralità della rete: gli operatori di telecomunicazioni hanno margini limitati per valorizzare qualità e prestazioni, mentre altri soggetti possono incidere sull’esperienza utente senza vincoli equivalenti.

Il terzo riguarda sicurezza e resilienza. Le Tlc sostengono obblighi crescenti – dalla NIS2 ai vincoli di sicurezza nazionale – che hanno natura pubblicistica, ma che continuano a essere trattati come meri costi privati.

Il quarto riguarda la sostenibilità della filiera: gli oneri ambientali e di rendicontazione si concentrano sugli operatori infrastrutturali, mentre l’impronta generata da altri segmenti del consumo digitale resta in larga parte invisibile.

Regole eque per le reti di telecomunicazioni europee

Questa asimmetria non è più sostenibile. Per questo serve un cambio di paradigma. La regolazione deve iniziare a essere orientata verso obiettivi più ampi: investimenti, resilienza, sicurezza, qualità, autonomia strategica.

In altre parole, deve passare da una logica fondata sulla natura formale degli operatori a una logica fondata sulla funzione economica svolta. È il principio dell’equivalenza funzionale indicato dalla ricerca. A parità di funzione, obblighi e responsabilità devono essere proporzionati e simmetrici. Non per ridurre tutele, ma per riallineare incentivi.

Accanto a questo, servono strumenti nuovi. Se alle reti vengono attribuite funzioni di interesse generale – sicurezza, continuità, resilienza – allora i costi che ne derivano non possono gravare integralmente sugli operatori. Devono poter trovare riconoscimento attraverso incentivi fiscali, meccanismi compensativi, fondi dedicati, strumenti regolatori coerenti. Lo stesso vale per il rapporto tra investimenti e politica industriale.

Frequenze, Digital Networks Act e politica industriale

Le frequenze in scadenza nel 2029 rappresentano un banco di prova cruciale. Possono essere trattate con logica meramente fiscale oppure diventare leva per sostenere investimenti in 5G standalone, edge, backbone, efficienza energetica. La scelta non è tecnica. È strategica. In questa prospettiva, l’idea di un Digital Networks Act europeo e, in Italia, di un Decreto Connettività e Sicurezza Nazionale va letta non come una rivendicazione di settore, ma come una proposta di politica industriale.

Perché siamo all’inizio di una nuova fase. L’intelligenza artificiale agentica, i sistemi autonomi, la robotica connessa, i servizi mission critical aumenteranno esponenzialmente domanda di latenza minima, capacità elaborativa distribuita, affidabilità e sicurezza.

La prossima ondata di innovazione non si limiterà a usare le reti: dipenderà strutturalmente dalla loro evoluzione. Ed è proprio questo il punto: non si può chiedere alle telecomunicazioni di essere l’infrastruttura portante delle transizioni – digitale, energetica, industriale – senza creare condizioni economiche e regolatorie coerenti con questo ruolo, anche rispetto alle condizioni di fruizione dell’energia, altro essenziale fattore della produzione.

L’appello di Asstel per investimenti e sicurezza

Le reti non sono più solo mercato. Sono competitività e sicurezza. Ed è per questo che agire adesso non è solo urgente. È necessario: occorre rimettere il settore in grado di rilanciare gli investimenti. Asstel insieme anche sindacati, lancia un appello per trovarsi intorno a un tavolo, con tutti i soggetti istituzionali, a partire dal Governo che in questi anni ci ha sempre ascoltato e ha avuto anche il coraggio di prendere scelte importanti, affinché si possano adottare misure giuste per il settore e per il Paese.

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