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Il giornalismo italiano davanti all’IA: fiducia, lavoro e futuro delle redazioni



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La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale stanno ridefinendo il giornalismo italiano, modificando processi produttivi, modelli economici, rapporto con il pubblico e criteri di credibilità. Tra crisi reputazionale, automazione, trasparenza e nuove pratiche redazionali, emerge la necessità di ripensare il ruolo professionale del giornalista

Pubblicato il 11 mag 2026

Francesca Rizzuto

Docente di Sociologia del giornalismo dell’Università di Palermo



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La rivoluzione digitale ha trasformato il campo giornalistico, favorendo il passaggio dai tradizionali processi sequenziali (selezione, verifica, gerarchizzazione, presentazione, fruizione) a una simultaneità despazializzata, in cui produzione, distribuzione e consumo sono inesorabilmente intrecciati.

Nel contesto informativo italiano dell’ultimo decennio, il processo di digitalizzazione ha provocato una marcata crisi non solo economica ma anche reputazionale dei media giornalistici tradizionali, avviando un processo di ibridazione sistemica (Splendore, 2023), nel quale si registrano rilevanti cambiamenti sia nella logica produttiva del newsmaking che nelle nuove pratiche interattive con i consumers di notizie.

La trasformazione digitale del giornalismo italiano

Sul piano del mercato, numerosi report internazionali evidenziano che si stanno delineando nuovi equilibri tra i diversi proprietari e nuovi circuiti per le fonti di informazione, con rilevanti conseguenze per il giornalismo, in termini di canali, contenuti e ricavi (Reuters Digital Report 2025).

I media tradizionali e i social network coesistono e, mentre per molti anni le testate giornalistiche storiche hanno dominato anche il mercato dell’informazione online, dal 2022 le principali emittenti televisive e i quotidiani più importanti sono stati superati da realtà digitali, che assorbono enormi entrate pubblicitarie (AGCOM, 2025).

Se sul piano economico, aziende internazionali come Google, Meta e Netflix dominano i ricavi online, sfidando gli operatori mediatici tradizionali nazionali, a livello della produzione e del consumo di notizie si segnala la rapida ascesa delle piattaforme digitali (Rizzuto, 2023) e dell’uso dell’IA, sviluppi che impongono nuove sfide ai media tradizionali: mentre la fruizione dei notiziari televisivi si è stabilizzata dopo anni di declino, la stampa continua a calare.

I cambiamenti nelle abitudini informative degli Italiani dimostrano che le nuove tendenze nel consumo di notizie coesistono ormai con alcune peculiarità tradizionali di questo sistema mediatico: ad esempio, dal 2013 al 2025 la televisione come fonte di notizie è diminuita del 74% al 65%; i quotidiani cartacei sono calati dal 59% al 12%, mentre i social media sono aumentati dal 27% al 39% (Reuters, 2025, 93).

Intelligenza artificiale nel giornalismo italiano e ruolo del giornalista

In tale contesto, il ricorso all’intelligenza artificiale deve essere letto non soltanto per le ricadute sull’efficienza produttiva o con riferimento alla sostenibilità economica in quanto occorre interrogarsi anche sulla ridefinizione del ruolo del giornalista nelle redazioni e nei processi produttivi delle news, imposta dalla presenza delle tecnologie dell’IA palesemente non più semplicisticamente qualificabili come nuovi supporti dalle grandi potenzialità.

La professione giornalistica, che in Italia è stata tradizionalmente economicamente “debole” e politicizzata, si trova ad affrontare logiche e pratiche che stanno ridefinendo non solo i news values, ma anche i concetti di professionisti e di pubblico (Solito, Sorrentino, 2023): l’uso di diversi strumenti di IA, la pervasività dei social media nelle esperienze quotidiane degli individui, nonché la crescente influenza dei motori di ricerca stanno ridefinendo alcuni concetti alla base della professione, come la distinzione tra vero e falso, la creatività autoriale o l’interazione tra professionisti e tecnologie, ponendo rischi concreti per le fonti (Rizzuto, 2026).

Tuttavia, si possono intravedere prospettive inedite e ottimistiche connesse all’uso sempre più rilevante dell’IA, che potrebbero “rivelarsi un’inedita condizione abilitante al fine d’una rinnovata centralità della funzione interpretativa e critica della professione giornalistica nell’ecosistema informativo italiano” (Longo 2026).

La crisi di credibilità del giornalismo nell’era IA

(di Francesca Rizzuto).

L’intelligenza artificiale sta avendo, in misura maggiore rispetto all’impatto dei social network, ricadute sui professionisti dell’informazione italiani, sia in termini di compressione del tempo, velocità e disponibilità di informazioni, ma anche sul significato percepito del loro ruolo tradizionale.

Tuttavia, la recente drastica crisi di rilevanza sociale del giornalismo italiano non può essere attribuita esclusivamente ai radicali cambiamenti del mercato dei media indotti dalle tecnologie digitali.

Ancora una volta, i cambiamenti nella professione e nella sua percezione sociale vanno letti in connessione con il contesto culturale della post-verità, ora caratterizzato dalla predominanza di una problematica irrilevanza del confine tra verità e plausibilità (Corner, 2017; McIntyre, 2018; Joux, 2023), nonché con il nuovo panorama politico italiano, sempre più polarizzato.

Nel giornalismo italiano contemporaneo si può rintracciare un nuovo declino dell’interpenetrazione tra logica di intrattenimento e partecipazione, che, attribuendo sempre maggiore importanza alla componente emotiva, contribuisce alla crisi di credibilità degli attori tradizionali della mediazione informativa, intesi come fonti autorevoli e affidabili di verità.

La funzione di filtro e la crisi della mediazione informativa

Nella prospettiva proposta da Solito e Sorrentino (2023), la legittimità della credibilità del giornalismo italiano si è modificata: secondo questi autori, mentre storicamente risiedeva nella sua capacità di garantire un “servizio pubblico”, esiste oggi il rischio di un potenziale crollo della funzione di filtro in un contesto in cui molti giornalisti non professionisti hanno maggiore spazio nelle pratiche di selezione e produzione delle notizie, legato alla pervasività dello smartphone (García-Orosa et al. 2020).

Numerosi report (Reuters, 2025; Digital News Report, 2025) mostrano che i social media sono sempre più utilizzati dagli Italiani come asse centrale e fonte di informazione e che i giornalisti hanno integrato i social network nel loro lavoro come strumento per produrre e diffondere informazioni in modo più efficiente e per essere connessi più direttamente al loro pubblico.

Negli ultimi anni si è registrata, in molti contesti nazionali, una generale perdita di fiducia nella capacità dei media informativi di “riportare” i fatti (Zelizer, 2009; McIntyre 2018): in Italia la fiducia nelle notizie rimane relativamente bassa, al 36% (Reuters, 2025), a conferma del crollo del rapporto tradizionale tra giornalisti italiani e pubblico, storicamente basato sull’appartenenza ideologica e sulla vicinanza al partito (Mazzoleni 2021).

Il rischio principale, che i dati Reuters 2026 confermano, è che il giornalismo perda valore anche grazie alla crescente produzione di notizie generiche e di servizio (meteo, programmazione cinematografica o teatrale) interamente prodotte dai chatbot, con sempre più elevati livelli di personalizzazione dell’offerta.

Il giornalismo deve, allora, ritrovare spazi di azione e credibilità nuova dinanzi alla concreta possibilità di essere “divorato” dalle tecnologie IA, ormai capaci di rendere il riferimento al “vero” un fattore sempre meno centrale e sempre più opaco, fino alla sua pressoché totale irrilevanza, in un contesto dominato dal verosimile (Cappello- Rizzuto, 2024).

La voce dei giornalisti sull’intelligenza artificiale

(di Andrea Maria Rapisarda Mattarella).

Il tema dell’intelligenza artificiale si contraddistingue come assolutamente divisivo, come d’altronde accade per ogni grande rivoluzione tecnologica.

Anche questa volta si sono radicalizzate posizioni contrapposte tra chi pone entusiastica fiducia in essa e chi, invece, la considera una minaccia.

Queste due diverse ma intrecciate prospettive pongono al centro della riflessione il rapporto della fiducia che giornalisti e lettori, in un dibattito in cui professionisti e utenti si interrogano se l’IA aumenterà, ancora di più, la frattura che si è venuta a creare tra queste due categorie negli ultimi decenni.

Già nel 2023, il rapporto “Generating Change” di Beckett e Yaseen aveva analizzato la portata e la varietà dell’adozione dell’IA nelle redazioni, sottolineando la necessità di salvaguardare l’autonomia giornalistica: in oltre 100 redazioni distribuite a livello globale, gli autori avevano rilevato che l’impiego dell’intelligenza artificiale non fosse affatto uniforme, ma piuttosto determinato da fattori culturali, strutturali e organizzativi.

In particolare, le redazioni più avanzate non si erano limitate all’adozione tecnologica passiva, ma avevano costituito team dedicati all’IA, promosso programmi di alfabetizzazione algoritmica e definito linee guida interne per regolamentarne l’uso.

Questi approcci delineano un modello di innovazione consapevole, capace di coniugare efficienza e trasparenza, e che potrebbe offrire spunti preziosi anche al contesto italiano.

Adozione dell’IA nelle redazioni italiane

Tuttavia, nel nostro Paese l’adozione dell’IA in ambito giornalistico appare ancora frammentata e incerta: ancora nel 2024, quasi sette giornalisti su dieci dichiarano che l’intelligenza artificiale ha avuto un impatto pressoché nullo sul loro lavoro e ritengono che non possa apportare alcun contributo significativo alla professione (Ipsos & IULM, 2024).

Questa percezione risulta in netta controtendenza rispetto a quanto rilevato in altri settori professionali; inoltre, tale posizione appare internamente contraddittoria se si considera che, secondo la medesima indagine, il 64% degli intervistati riconosce alla tecnologia un ruolo molto importante nello svolgimento dell’attività giornalistica, mentre il restante 36% la giudica comunque abbastanza rilevante.

Tali discrepanze suggeriscono un atteggiamento ambivalente, in cui la tecnologia è accettata in senso lato ma l’intelligenza artificiale continua a suscitare riserve.

Eppure, lo sviluppo e l’integrazione dell’IA nei flussi produttivi delle redazioni stanno già ridefinendo profondamente le modalità di lavoro, aprendo nuove opportunità operative e imponendo una riconsiderazione critica del ruolo del giornalista all’interno di un ecosistema sempre più automatizzato in cui il punto cruciale diventa oggi l’equilibrio tra automazione e controllo umano, un nodo centrale nel dibattito sull’evoluzione del giornalismo contemporaneo (Jones, Luger & Jones, 2023).

Nel contesto italiano, da quanto emerge da alcune testimonianze e casi studio sulla sperimentazione dell’IA nelle principali testate (Iannuzzi, 2024) questa viene applicata per velocizzare e semplificare la produzione e la pubblicazione dei contenuti, automatizzare le newsletter, scrivere sommari e titoli adatti alla Search Engine Optimization.

Si parla quindi di automatizzare tutte quelle attività ripetitive (Cools, 2022) che sottraggono tempo all’attività giornalistica più propriamente intesa e, di conseguenza, permetterebbe di liberare risorse e potersi dedicare alla stesura e produzione di contenuti originali nonché dedicarsi maggiormente al fact checking.

Paradossalmente, proprio l’impiego dell’IA potrebbe restituire centralità ad alcune delle funzioni più autentiche del giornalismo.

Dalle interviste emerge chiaramente come lo strumento sia impiegato per la trascrizione di testi da audio e per il sottotitolaggio video, quindi alla stregua dei programmi di editing che già da parecchi anni i giornalisti hanno imparato a usare per la produzione di audiovisivi.

Inoltre, alcuni siti di queste testate, come, per esempio, il Corriere della Sera, stanno implementando la possibilità di riprodurre in versione audio i propri articoli grazie ai sintetizzatori vocali su base IA e quindi senza che vi sia la necessità che un giornalista impieghi il suo tempo a speakerarli.

Il risparmio di tempo più significativo si otterrebbe, ad esempio, automatizzando contenuti particolarmente ripetitivi, come le previsioni meteo o gli aggiornamenti di borsa.

Queste sezioni, d’altronde, oltre a richiedere aggiornamenti continui mostrano il fianco proprio a causa della loro natura statistica e appare la scelta più ovvia delegarli a un algoritmo.

Accordi editoriali, chatbot e sperimentazioni nelle testate

Proprio RCS MediaGroup – di cui fa parte il Corriere della Sera – è stato il primo gruppo editoriale italiano a stipulare un accordo con OpenAI, la società sviluppatrice di ChatGPT.

La partnership tra le due ha avuto come primo obiettivo lo sviluppo di un assistente virtuale per l’app economica del Corriere (Corriere della Sera).

Da quanto emerge finora sembra, dunque, che l’intelligenza artificiale all’interno delle redazioni italiane si limiti a essere utilizzata solo marginalmente e la conferma non arriva solo dalle interviste ai direttori delle grandi testate ma anche dai giornalisti che lavorano in redazioni medio-piccole (Lumsa & Ordine dei Giornalisti, 2025) che dichiarano di utilizzare gli strumenti di IA con una frequenza relativamente bassa nel loro lavoro quotidiano.

La categoria di strumenti maggiormente utilizzata sarebbe, per l’appunto, fondamentalmente quella di traduzione automatica dei testi.

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale per il fact-checking rimane ancora marginale nelle pratiche quotidiane delle redazioni.

Secondo i dati rilevati, soltanto un giornalista su cinque ritiene che questi strumenti possano realmente contribuire al processo di verifica delle fonti.

La maggioranza, al contrario, continua ad attribuire valore centrale alle proprie competenze professionali, rivendicando il ruolo critico e investigativo del giornalismo tradizionale.

Tuttavia, mentre l’attenzione si concentra spesso su applicazioni funzionali e di supporto, rimane in secondo piano uno degli aspetti più dirompenti dell’intelligenza artificiale: la capacità generativa.

Proprio l’abilità di redigere testi in modo rapido e fluente rappresenta uno dei motivi principali del successo popolare dei chatbot, nonché l’elemento che più mette in discussione la centralità della scrittura come atto esclusivamente umano.

Se da un lato è comprensibile il disorientamento, e talvolta la diffidenza, da parte di chi ha costruito la propria identità professionale attorno alla parola scritta, dall’altro non sono mancati, anche in Italia, esperimenti che esplorano in maniera esplicita il potenziale della generazione automatica di contenuti.

A marzo 2025 il Foglio lancia un quotidiano parallelo interamente realizzato da ChatGPT: il Foglio AI.

Per un mese hanno fatto uscire, sia digitalmente che nelle edicole, un giornale la cui scrittura di articoli, i titoli, i catenacci e i sommari sono stati interamente delegati all’IA.

Si è trattato di una prima mondiale, che ha attirato su di sé la curiosità di tutti gli editori del mondo (Balmer, 2025).

Concluso il mese di sperimentazione, il giornale ha comunque deciso di mantenerlo in funzione in una sezione dedicata del proprio sito web.

L’esperimento condotto da Il Foglio, che ha affidato a un sistema di intelligenza artificiale la quasi totalità dei compiti redazionali, ha inevitabilmente suscitato un acceso dibattito all’interno del panorama editoriale italiano.

Pur essendo un’operazione chiaramente provocatoria e sperimentale, nata per esplorare concretamente i limiti e le opportunità dell’automazione nel giornalismo, essa ha anche riportato prepotentemente in superficie preoccupazioni già largamente diffuse tra i professionisti del settore.

Non sorprende, dunque, che proprio a seguito di iniziative come questa si siano riaccesi i timori legati alla possibile minaccia occupazionale rappresentata dall’intelligenza artificiale: ben 8 giornalisti italiani su 10 dichiaravano di temere infatti che in breve tempo l’integrazione dell’IA nelle redazioni potesse avere effetti negativi concreti sull’occupazione nel mondo dell’informazione (Ipsos & IULM, 2024).

IA, traffico digitale e sostenibilità economica delle redazioni

Le esperienze italiane si inseriscono in un panorama internazionale ben più strutturato (Cools & Diakopoulos, 2024), dove l’integrazione dell’IA è già in fase avanzata: The New York Times, El País, Reuters e la BBC hanno integrato da qualche anno strumenti di IA per aumentare l’efficienza, personalizzare l’offerta informativa e migliorare l’engagement con il pubblico: ad esempio, il New York Times ha utilizzato algoritmi di machine learning per adattare l’esperienza utente, determinando la soglia di accesso gratuito agli articoli prima dell’attivazione del paywall, sulla base dei comportamenti di lettura.

Sul versante della produzione multimediale, l’Associated Press si è avvalsa dell’IA per generare descrizioni testuali di materiali video, con l’obiettivo di rendere i contenuti accessibili anche a utenti con disabilità visive (Moran & Shaikh, 2022).

Inoltre, il Times ha recentemente fatto un significativo cambio di rotta in merito all’utilizzo dei propri contenuti per addestrare i LLM: se, da un lato, è stato il primo giornale ad accendere i riflettori sul fatto che questi modelli siano stati addestrati con una grande quantità di contenuti senza il rispetto del diritto d’autore (Feliciani, 2025), dall’altro, ha recentemente siglato un accordo con Amazon cedendo in licenza i propri contenuti, che potrà utilizzarli anche per “usi correlati all’intelligenza artificiale” (ovvero gli articoli del Times potranno essere utilizzati da Alexa e per addestrare proprio i LLM).

Un passo significativo che se, almeno in prima battuta, potrebbe sembrare solo una scelta strategica per rafforzare la posizione del Times in materia di copyright contro OpenAI, dall’altra dimostra che neanche un colosso come questo giornale è in grado di proteggere i propri contenuti.

In fondo oggi questi vengono sempre più spesso letti e analizzati da IA e proposti ai lettori senza che vi sia il bisogno da parte di aprire il sito della testata o l’articolo in questione.

Basti pensare all’integrazione di Gemini, il chatbot di Google, nel primo motore di ricerca al mondo che fornisce le informazioni ricercate senza rimandare necessariamente alla fonte, riducendo così il contatto diretto tra lettori e fonti.

Le risposte sintetiche diminuiscono traffico e coinvolgimento, minando la sostenibilità delle redazioni: la capacità delle AI di fornire risposte immediatamente disponibili riduce quindi drasticamente gli spazi di relazione diretta tra lettore e fonte originaria, modificando in modo strutturale le dinamiche di traffico verso gli editori e, con esse, la sostenibilità economica delle redazioni.

Nel passato recente, il numero di clic rappresentava un indicatore diretto dell’interesse del pubblico verso un contenuto; oggi, invece, gli utenti interagiscono sempre più spesso con interfacce mediate da intelligenze artificiali, come motori di ricerca conversazionali o assistenti vocali, che forniscono risposte già elaborate, eliminando il passaggio cruciale dell’accesso diretto alla fonte giornalistica.

Questo cambiamento mette in discussione non solo i modelli economici legati alla pubblicità o agli abbonamenti, ma anche il rapporto stesso tra lettore e autore.

Un’analisi del 2025 (Axios, 2025) mostra che il calo di traffico verso i siti editoriali è ormai da considerarsi strutturale: se dieci anni fa Google reindirizzava un utente ogni due pagine analizzate, oggi quel rapporto è sceso a uno ogni diciotto.

I dati sono ancora più allarmanti per i modelli generativi: OpenAI, secondo le stime, genera un click ogni 1.500 pagine, mentre Anthropic arriva a uno ogni 60.000.

Questa tendenza riflette un profondo cambiamento nelle abitudini dell’utente digitale, sempre più veloce, più passivo, e meno incline ad approfondire.

Nel nuovo paradigma, il valore informativo tradizionale si disgrega: i contenuti vengono spezzettati, aggregati, rimodulati per rispondere ad algoritmi, con una logica funzionale all’indicizzazione ma impoverente dal punto di vista della qualità.

Oltre all’impatto economico, emerge quindi un rischio ontologico per la professione: se il lettore riceve risposte preconfezionate, senza attraversare un testo argomentativo, senza confrontarsi con uno stile o un punto di vista, viene meno il confronto tra soggetti, che è alla base della pratica giornalistica.

Il giornalismo rischia così di perdere la sua funzione relazionale, diventando un processo invisibile, assorbito nella catena opaca dell’elaborazione automatica in un contesto in cui la notizia diventa una monade fluida.

Trasparenza, fiducia delegata e codici deontologici

Proprio il tema della trasparenza sembra essere una delle altre grandi preoccupazioni dei giornalisti italiani: un giornalista su due esprime infatti perplessità sul fatto che i processi di newsmaking risulteranno limpidi e ben l’80,7% sostiene che si debba intervenire quanto prima non solo con norme ma anche con nuovi codici deontologici (Lumsa & Ordine dei Giornalisti, 2025).

La trasparenza, dunque, diventa un prerequisito cruciale: non solo per motivi deontologici, ma anche per mantenere in vita quel legame fiduciario tra testate e pubblico.

Le indagini recenti, come quella del Reuters Institute, mostrano che i lettori tollerano l’uso dell’IA per compiti tecnici (trascrizione, SEO, sintesi), ma mostrano disagio quando l’automazione interviene in processi editoriali sensibili come la politica o la cronaca giudiziaria.

In questo quadro, la chiarezza su dove e come l’IA interviene è essenziale.

Tuttavia, come informare senza generare sospetti o confusione?

È qui che emerge il concetto di trasparenza progettata: un’informazione contestuale, visibile ma non invasiva, graduata in base al comportamento e al profilo del lettore.

Un’etichetta vaga come “generato da IA” può risultare controproducente: viceversa, formule più dettagliate come “scritto con l’aiuto di IA e rivisto da un redattore” potrebbero aiutare a collocare correttamente il contenuto.

La trasparenza, quindi, deve essere anche usabile.

In un contesto in cui entra in gioco la cosiddetta fiducia delegata: molti lettori si fidano di una testata non perché conoscono i dettagli tecnici dell’uso dell’IA, ma perché credono nella sua reputazione.

La trasparenza, in questi casi, non è solo dichiarazione ma relazione: una promessa di lealtà da parte dell’editore.

Due strade per il futuro dell’informazione

(di Francesca Rizzuto e Andrea Maria Rapisarda Mattarella).

Nel nuovo ecosistema mediatico attraversato dall’intelligenza artificiale, la fiducia si configura come un elemento tripolare, che coinvolge simultaneamente i giornalisti, le tecnologie e il pubblico.

Da un lato, la stampa guarda all’IA con una miscela di entusiasmo e sospetto: sebbene alcuni professionisti ne riconoscano il potenziale operativo, specie per la gestione di attività ripetitive o per l’assistenza nei processi redazionali, molti rimangono scettici sul contributo reale che tali strumenti possano offrire al giornalismo nella sua accezione tradizionale, come bene pubblico di cittadinanza.

Le indagini più recenti condotte in Italia evidenziano come la maggior parte dei giornalisti continui a ritenere l’IA scarsamente rilevante per le funzioni centrali della professione, come l’inchiesta, il fact-checking o l’analisi critica.

Parallelamente, anche la fiducia dei lettori nei confronti dell’intelligenza artificiale è ambivalente: il pubblico sembra più disponibile ad accettare l’uso dell’IA per finalità tecniche (trascrizioni, traduzioni, personalizzazione delle notizie), ma esprime forte disagio quando l’automazione tocca ambiti sensibili, come la politica o le decisioni editoriali, palesando come preoccupazione principale il rischio che l’IA generativa possa erodere l’autenticità dell’informazione, generando contenuti impersonali e opachi, difficili da verificare e da contestualizzare.

In questo quadro, la fiducia tra stampa e lettori si trova a dover attraversare un campo minato: se, da un lato, la trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale viene riconosciuta come prerequisito fondamentale, dall’altro la sua assenza, o peggio, un suo uso opaco, rischia di alimentare un clima di sospetto e alienazione.

Tuttavia, comunicare male la presenza dell’IA, ad esempio con formule generiche o ambigue come “contenuto automatizzato” o “prodotto digitalmente”, può avere effetti paradossali: invece di rassicurare, potrebbe attivare meccanismi di sfiducia, soprattutto in quei contesti dove il lettore è già diffidente verso l’autorità mediatica o dove il contesto politico è polarizzato.

La fiducia è una condizione concreta che regola il flusso dell’attenzione, della credibilità e della sostenibilità economica nel sistema informativo.

Un lettore che si fida è un lettore che torna, che si abbona, che condivide, che attribuisce valore alla fonte.

Quando questo legame si incrina, la testata perde molto più che visibilità: perde la sua funzione pubblica di mediazione tra realtà e società.

La ridefinizione del ruolo del giornalista

In tale prospettiva, l’analisi dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella professione giornalistica non può limitarsi unicamente ad una proiezione dell’efficienza produttiva o della sostenibilità economica, ma deve spingere a interrogarsi, in modo più profondo, sulla possibile ridefinizione del ruolo del giornalista nell’era dell’intelligenza artificiale.

Indubbiamente, l’applicazione delle tecnologie IA rappresenta un’evoluzione tecnica con enormi e ancora non totalmente evidenti potenzialità.

Al tempo stesso, però, le trasformazioni del sistema informativo vanno in direzione di una sua sempre maggiore polarizzazione tra attività, attori sociali e circuiti differenziati: da un lato, una rivoluzione dei formati, nei quali la testualità diventa sempre più frammentata, facile da rielaborare e riassumere, i cui contenuti possono essere fruiti dentro interfacce diverse; dall’altro, si apre la strada del recupero di una funzione interpretativa e critica della professione giornalistica, in una inedita declinazione rinegoziata sulla base dei nuovi circuiti produttivi.

In altri termini, dinanzi all’impatto delle nuove possibilità di offrire contenuti informativi interamente prodotti dall’intelligenza artificiale generativa ed alla presenza di influencer che propongono un’informazione svincolata dagli obblighi deontologici tradizionali, il giornalismo può trovare nuova linfa offrendo più inchieste originali e reporting sul campo, analisi contestualizzate, in cui siano garantite pratiche affidabili di fact-checking e verifica, in grado di costruire e rafforzare una relazione più solida con il pubblico, disposto a pagare per un giornalismo credibile e di qualità.

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L’articolo è frutto del lavoro degli autori. Francesca Rizzuto ha scritto i paragrafi 1 e 2; Andrea Maria Rapisarda Mattarella ha scritto il paragrafo 3. Il paragrafo 4 è stato scritto da entrambi .

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