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L’AI non è neutrale: tre fronti di guerra e un solo perdente



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Il caso Amazon-Perplexity ha aperto una guerra su tre fronti: tra ecosistemi digitali, tra aziende che si combattono h24 con sistemi automatizzati e tra proxy AI aziendali e personali. Il conto finale, come sempre, lo paga chi questa guerra non l’ha voluta

Pubblicato il 19 mag 2026

Luca Sambucci

Esperto di AI Security



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Una sentenza di un tribunale di San Francisco, apparentemente tecnica, ha reso visibile ciò che era già in corso: l’economia digitale si sta riorganizzando intorno allo scontro tra proxy AI contrapposti.

Da un lato le grandi piattaforme che integrano l’intelligenza artificiale nei propri ecosistemi chiusi, dall’altro le aziende che si fanno la guerra in modo automatizzato e continuo, dall’altro ancora i singoli cittadini che per la prima volta dispongono di uno strumento artificiale per difendersi. Tre fronti, un solo perdente annunciato.


Il caso Amazon-Perplexity: la prima battaglia di una guerra su tre fronti

San Francisco, 10 marzo 2026. La giudice Maxine Chesney ordina a Perplexity di impedire al proprio browser Comet di effettuare acquisti su Amazon per conto degli utenti. Il principio che la corte consolida è apparentemente piccolo, ovvero che il consenso dell’utente non equivale al consenso della piattaforma.

Conta però molto più per il segnale che lancia al mercato che per la sua portata giuridica immediata. Siamo al primo round visibile di una guerra più grande, che non si combatte in un tribunale solo né su un fronte solo. Si combatte su tre fronti paralleli, fra ecosistemi, fra aziende e dentro la vita quotidiana delle persone. E il conto, come spesso accade, lo pagherà chi questa guerra non l’ha voluta.


La feudalizzazione dell’AI: chi controlla il recinto controlla il futuro

Il caso Amazon-Perplexity è soltanto la finestra. La stanza è molto più grande. Al tavolo siedono Google, Microsoft, Amazon, Apple e Meta, ciascuna con una combinazione diversa ma sovrapponibile di cloud, device, sistema operativo, marketplace, social network e canali di distribuzione.

Oltre che centinaia di milioni (se non miliardi) di utenti captive ciascuna. Ognuna corre per rendere la propria AI il default dentro il proprio perimetro. Google integra Gemini in Android, Workspace, Chrome e Search. Microsoft fa lo stesso con Copilot in Windows, Office e Azure. Amazon porta Nova e Rufus dentro Alexa, AWS e il marketplace. Meta infila Meta AI e i modelli Llama dentro Facebook, Instagram e WhatsApp, con oltre tre miliardi di utenti potenziali da servire in automatico. L’AI smette così di essere un prodotto che l’utente sceglie e diventa una funzione ambientale del luogo digitale in cui si trova.

Chi ha l’ecosistema ma non il modello paga l’affitto

Chi ha l’ecosistema ma non il modello deve piegarsi. A gennaio di quest’anno Apple ha annunciato un accordo pluriennale con Google per portare Gemini dentro Apple Intelligence, accordo che secondo Bloomberg costerà circa un miliardo di dollari l’anno e riguarderà un modello custom da 1,2 trilioni di parametri dedicato a Siri e alle funzioni di sistema.

È un fatto rilevante. Il più ricco ecosistema consumer del pianeta non dispone di un frontier model competitivo e deve ospitare quello di un concorrente diretto per non restare indietro. Samsung sta percorrendo la stessa strada con Gemini sui Galaxy. Meta, che un ecosistema ce l’ha eccome, ha scelto l’alternativa e si è costruita un modello proprio rilasciandolo open, così da tenere insieme recinto e intelligenza senza dipendere da terzi. La regola implicita del mercato è sempre la stessa. Se controlli il recinto ma non il modello, paghi l’affitto al proprietario del modello. E vale anche l’opposto, perché se hai il modello ma non hai l’ecosistema che lo mette in tasca a miliardi di persone, finisci inquilino in casa d’altri.

Gli outsider senza territorio: Anthropic, OpenAI e il sesto recinto

Gli outsider senza territorio fanno molta più fatica. Anthropic è il caso più chiaro. Ha un modello di frontiera e non ha un ecosistema consumer proprio. Non vende telefoni, non distribuisce un sistema operativo, non gestisce un marketplace. Per esistere si costruisce nicchie enterprise via API, integrazioni verticali, partnership con cloud provider che sono al tempo stesso clienti e concorrenti. OpenAI, che parte da una condizione simile, sta provando a costruirsi un ecosistema dal nulla. Ha lanciato gli Apps in ChatGPT con un SDK per sviluppatori, il suo Agentic Commerce Protocol per integrare i merchant (con una fee del 4% sulle transazioni) e ha fatto firmare accordi con Target, Sephora, Nordstrom, Best Buy, Home Depot, Wayfair. A febbraio ha incassato un investimento di 50 miliardi di dollari da Amazon, che racconta bene il paradosso del momento, dove il tuo concorrente è anche il tuo finanziatore. Se OpenAI riesce nell’operazione, diventa il sesto recinto. Se fallisce, finisce inquilina come Anthropic.

I muri si alzano: il caso Chesney chiude il cerchio

Nel frattempo i proprietari del recinto alzano i muri. Ogni grande piattaforma, retail o editoriale o social o infrastrutturale, sta decidendo chi può operare al suo interno, con quali strumenti e a che tariffa. Più che concorrenza nel senso classico stiamo assistendo a una feudalizzazione del computing, in cui il feudatario, oltre alla terra, controlla anche l’intelligenza che vi circola.

Il caso Chesney chiude il cerchio. Quando il proprietario del recinto decide che la tua AI non può operare al suo interno, la tua AI non opera. Punto. La corte ha validato il principio sul piano legale, il mercato lo validerà su quello economico. Se costruisci un agente AI e non disponi di un ecosistema tuo dove farlo girare, dipendi dalla tolleranza altrui.


La rivalità tra aziende diventa una guerra automatizzata h24

Sul secondo fronte di questo conflitto, anche i rapporti e le rivalità fra aziende stanno cambiando natura. Le superfici del campo di battaglia sono quelle di sempre, come l’attenzione degli utenti, il loro portafoglio, i talenti da assumere, l’intelligence reciproca, la reputazione, i contenziosi, le gare d’appalto.

Per tutto il Novecento e buona parte del Duemila ciascuna di queste è stata intermittente ed episodica. Una campagna pubblicitaria partiva ogni tanto, un dossier sul concorrente si costruiva in sei mesi, un lancio di prodotto si preparava per trimestri, una causa passava da un consiglio di amministrazione che spesso se la prendeva con calma. Fra un episodio e l’altro le cose andavano avanti da sole. Con l’AI su entrambi i lati del tavolo quelle stesse superfici si iniziano a saldare in un’unica guerra continua, automatizzata, attiva ventiquattro ore su ventiquattro, che gira a velocità macchina. Aprendo schermaglie che nella fase pre-AI erano tecnicamente impensabili.

Promozione commerciale: il marketing competitivo sempre acceso

La prima è anche la più riconoscibile, perché ricicla dinamiche che conosciamo da decenni e le mette in loop continuo: la promozione commerciale. Il programmatic advertising è già da anni un campo di battaglia fra AI, dove le bid engine di ciascun inserzionista ottimizzano in tempo reale contro quelle degli altri e il costo per acquisizione finisce per dipendere più dalla qualità del modello di bidding che dal valore del prodotto.

La SEO si è trasformata in SEO-contro-SEO automatizzata, con piattaforme che generano migliaia di pagine al giorno per occupare lo spazio che altrimenti occuperebbe un concorrente. Sul fronte delle recensioni pubbliche, il review bombing generato da LLM produce a basso costo migliaia di recensioni credibili, e dall’altro lato le aziende attaccate schierano piattaforme di reputation management che rispondono e contestano in tempo reale. Sul fronte del brand monitoring, ogni menzione sui social viene tracciata e categorizzata dall’AI di una parte per decidere se alzare un’allerta, mentre in parallelo l’AI dell’altra misura la percezione dell’attacco. Il marketing competitivo ha radici antiche, ma finora era un mestiere umano a scatti. Ora è un processo di fondo, sempre acceso, e chi non ha la macchina perde terreno a ogni ora.

Intelligence competitiva: il dossier diventa un cron job automatico

La seconda schermaglia è l’intelligence competitiva, portata a una scala e a una frequenza che prima richiedevano squadre di analisti. Ogni segnale pubblico del concorrente è diventato materia prima di pipeline automatiche: le assunzioni annunciate su LinkedIn, i commit su GitHub, i depositi di brevetti, le trascrizioni delle call agli analisti, le foto satellitari dei parcheggi degli stabilimenti, il movimento dei prezzi e delle scorte sui marketplace, le menzioni sui forum di settore.

L’AI dell’altra parte legge, classifica, sintetizza e restituisce in dashboard. Quello che vent’anni fa era un dossier che un analista preparava per mesi, oggi è un cron job automatico. La conseguenza pratica è che la finestra entro cui un’azienda può pianificare una mossa in modo riservato si restringe sotto la settimana, spesso sotto le 24 ore. Il concetto stesso di segreto commerciale, quando il segreto lascia una traccia digitale pubblica, è sotto attacco.

Lo scraping avversariale, la GEO e l’avvelenamento dei dati di training

La terza è quella più nuova e più complessa da spiegare, perché contiene conflitti che prima dell’AI non erano pensabili. Comincia con lo scraping avversariale. Lo scraping, per chi non mastica il termine, è il prelievo automatico di contenuti da un sito da parte di un altro sistema. È così che Google indicizza le pagine del web da trent’anni, con un patto implicito per cui il sito concede accesso al proprio contenuto in cambio di traffico di ritorno.

Con l’AI quel patto si è rotto. Senza ritorni in termini di traffico, visitatori, clienti, ogni scraping è una spesa che i proprietari del sito devono subire senza ottenere nulla in cambio. Oggi il sito di un’azienda, il catalogo prodotti, la documentazione tecnica, i listini, le pagine di assistenza sono sotto prelievo continuo da parte di decine di sistemi AI. Alcuni li raccolgono per addestrare i propri modelli di base, altri per rispondere in tempo reale agli utenti (quando qualcuno chiede a Perplexity “che prodotti vende quell’azienda?”, Perplexity va a leggerli sul sito dell’azienda in quel momento, senza generare alcun traffico di ritorno), altri per fare intelligence competitiva per conto di un concorrente, altri ancora per costruire dataset commerciali da rivendere a terzi. Il sito aziendale smette di essere una vetrina che attira clienti e diventa un giacimento che si estrae, e gli estrattori sono altri sistemi AI.

La reazione pay-per-crawl di Cloudflare, che obbliga il crawler a dichiarare un’intenzione di pagamento prima di accedere a una pagina, pena un blocco “402 Payment Required“, è la prima risposta formalizzata del mercato a questa pressione. Sotto, però, continua l’assedio a ogni asset digitale, che sia da qualcosa da leggere, da guardare, da consumare.

C’è poi la GEO, Generative Engine Optimization, ovvero la nuova disciplina di chi vuole farsi citare da ChatGPT, Gemini o Perplexity come fonte autorevole, combattuta a colpi di content farm, citazioni artefatte, manipolazione dei dati di training e prompt injection nascoste nelle pagine pubbliche affinché il modello del concorrente le legga e si comporti di conseguenza.

C’è il conflitto agente-contro-agente, quando il sales agent di un’azienda incontra il procurement agent di un’altra e prova a convincerlo con tecniche che fino a due anni fa erano territorio dei social engineer umani. C’è infine l’avvelenamento deliberato delle pipeline di training, che è l’equivalente moderno del sabotaggio industriale: si inquinano i dati pubblici che si sa verranno prelevati dal concorrente e si aspetta che il suo modello impari la cosa sbagliata. Sono tutte pratiche ancora non esplicitamente illegali e spesso difficili da provare, e tutte già in corso.

Il punto di fondo fa rima con la feudalizzazione a cui abbiamo accennato prima. La rivalità fra aziende smette di essere una sequenza di eventi e diventa un sistema nervoso autonomo, che gira sempre, su tutte le superfici insieme, e che un’impresa ha oppure non ha. Averlo è la condizione minima per restare in partita. Senza, si resta fuori dal perimetro competitivo, perché questo nel frattempo è stato ridefinito e chi non ha la macchina per starci dentro viene tagliato fuori in silenzio, prima ancora di capire che era iniziata una partita. Al posto del recinto geografico c’è il perimetro d’impresa. Al posto del feudatario che decide chi entra, c’è l’AI del concorrente che decide, istante per istante, cosa leggere della tua azienda, cosa ignorare, cosa rispondere, cosa attaccare, cosa lasciar passare. La concorrenza classica sopravvive, ma si sposta di un piano, diventando una competizione fra sistemi nervosi aziendali, e chi non ne ha costruito uno scopre di essere sordo proprio mentre il resto del settore parla.


Il terzo fronte: AI personali contro AI aziendali

Il terzo fronte è il più vicino ma, forse proprio per questo, il meno visibile. Per capirlo serve un passo indietro e una distinzione che nel dibattito pubblico resta quasi sempre implicita. Quando parliamo di AI non ci riferiamo a un’unica tecnologia neutrale che lavora per tutti allo stesso modo. Stiamo parlando di sistemi che vengono addestrati, messi in produzione e ottimizzati da qualcuno, per qualcuno, con un obiettivo specifico in testa. L’AI aziendale è un proxy che serve gli obiettivi di chi l’ha schierata, come massimizzare margini, ridurre costi operativi, chiudere più vendite, negare più claim, licenziare più in fretta. L’AI della persona, quando c’è, è un proxy che tende a servire gli obiettivi di chi la usa, come difendere il suo tempo, filtrare le intrusioni, ottenere un rimborso, comprare meglio. Sorvoliamo, per ora, sul fatto che anche l’AI che aiuta il privato cittadino è generalmente creata da un’azienda con i suoi obiettivi di fatturato, perché all’atto pratico un’AI che aiuta una persona a contestare una bolletta della luce si sta battendo per l’utente, ed è quindi un’AI che l’azienda energetica si ritrova avversa.

L’asimmetria si riequilibra: arriva il proxy dal lato della persona

Finora questa asimmetria era di fatto senza partita. Da una parte del vetro un sistema automatico aziendale decideva, dall’altra una persona provava a reagire con gli strumenti di cui dispone un essere umano, ovvero tempo, attenzione e pazienza, tre risorse limitate che l’altro lato era stato ottimizzato per consumare. Il risultato lo conosciamo. Claim negati in un secondo, email automatizzate a ritmi impossibili da reggere manualmente, sistemi di performance management che misurano tutto e non spiegano nulla. La persona, nel migliore dei casi, perdeva tempo ed energie a combattere una lotta impari. Nel peggiore, si arrendeva alla decisione algoritmica.

La novità di oggi è che anche dal lato della persona sta arrivando un proxy. Non ancora altrettanto potente, non ancora ben addestrato, spesso consumer, generalista e venduto a quindici o venti euro al mese, però esiste. E questo trasforma la natura del conflitto. La partita si riequilibra? Non perfettamente, ma cambia di forma, e chi scrive policy, contratti o prodotti fra non molto smetterà di ragionare come se dall’altra parte del tavolo ci fosse ancora un essere umano armato semplicemente del suo client di posta.

Gli obiettivi dei due proxy, delle due AI, sono strutturalmente conflittuali. L’AI aziendale che bombarda la tua inbox di email pubblicitaria vuole entrarci dentro e catturare la tua attenzione, mentre l’AI del tuo client di posta vuole tenerla fuori. L’algoritmo che valuta automaticamente un claim assicurativo vuole ridurre l’esborso medio, l’agente AI che redige per te l’appello vuole ribaltare il diniego. Il sistema di workforce monitoring vuole comprimere ogni minuto improduttivo per spremere da te ogni secondo di lavoro, il tuo calendar assistant vuole proteggere la tua attenzione concedendoti due ore di focus al giorno senza distrazioni. Non c’è una via di mezzo elegante, c’è una linea di frizione che si sposta a seconda di quale dei due proxy AI è meglio addestrato, ha più dati, gira su infrastruttura più veloce.

I conflitti concreti: lavoro, posta, sanità, consumi

Gli esempi che leggiamo nelle notizie, a questo punto, diventano più leggibili. Sul posto di lavoro Amazon USA con ADAPT cronometra ogni pausa dei magazzinieri e può innescare un licenziamento senza firma umana, mentre dal lato del dipendente strumenti come Reclaim.ai dichiarano di aver “difeso” oltre 186 milioni di ore di focus time (cifra del vendor, da prendere con le pinze).

Sulla posta in arrivo AI SDR come Ava di Artisan o Alice di 11x spediscono email iperpersonalizzate a ritmi che un team umano non regge, mentre dall’altra parte Gmail riassume e Superhuman marca come bassa priorità tutto quello che odora di pitch automatizzato.

Sulla sanità la partita è la più cruda. Secondo ProPublica, PXDX di Cigna avrebbe rifiutato 300.000 claim in due mesi con una revisione media di 1,2 secondi a pratica. Sul fronte opposto Counterforce Health, Claimable e Fight Health Insurance fanno la stessa cosa a specchio, redigendo appelli motivati per il paziente (Claimable dichiara un tasso di successo intorno all’80%, anche qui self-reported).

Sul consumo si torna al punto di partenza, con Rufus, l’Agentic Commerce Protocol di OpenAI e gli shopping agent di Google schierati lato merchant, e Comet, Operator e il computer use di Claude schierati lato consumatore. La sentenza Chesney, vista da qui, è la prima volta in cui un tribunale ha messo nero su bianco chi può entrare nel recinto e per conto di chi.


Sì, ma l’AI di chi? Economia, società e identità nell’era dei proxy

I tre fronti, visti insieme, descrivono la stessa mutazione strutturale. Per la prima volta dall’inizio dell’economia digitale, l’AI siede su entrambi i lati di quasi ogni tavolo. Chi vende e chi compra, chi assume e chi si candida, chi decide un rimborso e chi lo chiede, chi scrive il contratto e chi lo firma.

Ogni piano della vita economica e civile si sta riorganizzando come un confronto fra due proxy AI automatizzati, con gli esseri umani che a turno validano gli esiti o ne subiscono le conseguenze. Questa è la condizione strutturale dell’era che si sta aprendo, ed è meglio guardarla per quello che è prima di misurarne i costi.

Per l’economia: sparire dal layer automatizzato è la nuova esclusione dal mercato

Per l’economia significa che ogni funzione aziendale rivolta all’esterno, come vendite, acquisti, customer service, selezione del personale, legale, comunicazione e via discorrendo, entro cinque anni disporrà di un proxy AI o uscirà dalla partita competitiva. La macchina è più veloce della persona, certo, ma il punto vero è che la controparte sarà anch’essa una macchina. Le piccole imprese che per qualsiasi motivo non si doteranno di una propria AI per queste funzioni non solo verranno battute sul piano delle risorse, finiranno per diventare invisibili, sommerse dal traffico automatizzato generato da tutti gli stakeholder che le circondano.

L’AI di un committente che cerca fornitori non le considererà nemmeno, perché il loro sito non parlerà la lingua giusta, il loro listino non sarà indicizzato come gli altri, il loro preventivo non arriverà via API. L’esclusione dal mercato cambierà forma. Prima era un costo troppo alto da sostenere, domani sarà un’assenza dal layer automatizzato, che a quel punto sarà il solo layer che conterà qualcosa.

Accanto potrebbero nascere mestieri nuovi: proxy engineering, auditing dei modelli aziendali, mediazione fra agenti ostili, scudi reputazionali a richiesta, nonché interi comparti dedicati a difendersi dall’AI altrui. I rapporti economici si sposteranno su un nuovo asse, la capacità di farsi rappresentare da una macchina, e chi non avrà un rappresentante resterà fuori dalla stanza.

Per la società: il discorso pubblico filtrato dai proxy

Per la società il cambiamento sarà più lento e più profondo, ma la direzione sarà la stessa. Ogni comunicazione rilevante, e possiamo pensare a una candidatura, un reclamo, una trattativa, un’istanza amministrativa, un dossier politico, una lettera importante, passerà per un proxy AI su almeno uno dei due lati, più spesso su entrambi. Cambierà la natura stessa del discorso pubblico. La domanda che facciamo oggi, “chi ha scritto questo?”, diventerà insufficiente, perché la risposta sarà sempre “un’AI”. Le vere domande saranno due: per conto di chi, e ottimizzata su quali metriche.

Si sposterà il confine fra voce pubblica e rappresentanza privata, il dibattito politico si saturerà di contenuti plausibili prodotti dall’AI, le amministrazioni riceveranno istanze redatte dall’AI di privati cittadini e le elaboreranno con l’AI, lasciando agli umani solo il caso eccezionale o quello particolarmente delicato. In parallelo si aprirà un mercato della verifica (autenticazione umana, tracciabilità dei proxy, bollini di provenienza, certificazioni di identità) perché la fiducia, per reggere il peso di ciò che le chiediamo, dovrà pur agganciarsi da qualche parte.

Per le persone: la delega dell’azione intenzionale e il cambiamento dell’identità

Ed è qui che tocchiamo il piano più intimo, quello che ci riguarda come persone. Noi cambieremo per primi, e cambieremo in un modo che somiglia ai precedenti ma sarà più radicale. Abbiamo già delegato la memoria ai dispositivi, il calcolo alle calcolatrici, l’orientamento ai navigatori, la grammatica ai correttori automatici e in ognuno di questi casi abbiamo scambiato un pezzo di competenza per una quota di comodità. Con il nostro proxy AI la delega si sposterà dal compito meccanico all’azione intenzionale. La delega non si fermerà più all’aritmetica e alla strada, ora toccherà la richiesta, la difesa, la trattativa, l’argomentazione, spesso la cura stessa della relazione. Si atrofizzeranno competenze che consideravamo identitarie, come reggere un confronto lungo, costruire una posizione argomentata senza scorciatoie, tenere ferma una linea quando l’altra parte ha più resistenza di noi. Si alzerà la soglia di pazienza richiesta per fare qualunque cosa da soli, perché il proxy AI l’avrebbe fatta in un secondo e senza costo emotivo. E cambierà il concetto stesso di agenzia. Quando la mia AI ottiene dalla compagnia assicurativa un rimborso che io non avrei ottenuto, qualcosa nel rapporto con quel risultato si sposta, perché il rimborso è arrivato tramite il mio rappresentante automatico, e quel passaggio sarà meno banale di quanto sembri. Vivere per anni in un’economia in cui una parte crescente delle cose che ci riguardano viene fatta da rappresentanti artificiali sarà una novità per la specie, e la risposta passerà per una riformulazione del lavoro e, probabilmente, dell’identità.

Come si governa un mondo con AI su entrambi i lati del tavolo

La domanda sarà come si governa un mondo in cui ogni relazione significativa ha un’AI da ciascuna parte. L’AI Act ha affrontato bene l’AI che decide sugli individui, classificandola per rischio e imponendo obblighi di trasparenza e supervisione, ma è stato concepito per un mondo in cui l’AI siede su un lato solo del tavolo.

Il mondo che sta arrivando è fatto di AI su entrambi i lati e le domande che contano si spostano di conseguenza. Come si gestisce l’asimmetria fra proxy AI di peso diverso? Esiste un diritto a farsi rappresentare da un’AI nel confronto con un’altra AI, e come lo si garantisce a chi non se la può permettere? Quanto dev’essere obbligatoria la trasparenza su chi lavora per chi? Come si assicura la leggibilità algoritmica delle imprese più piccole, affinché non spariscano dal layer automatizzato per il solo fatto di non parlarne la lingua? Quali spazi di azione umana diretta vanno protetti, perché l’alternativa non è solo più lenta ma qualitativamente diversa? Sono problemi che si disegnano adesso. Se arriveremo tardi, come spesso accade, non ci troveremo davanti a un mercato da correggere ma a un’infrastruttura da subire.

Le guerre dell’AI a cui stiamo per assistere si combatteranno su fronti diversi e con attori diversi, con vincitori che cambieranno a ogni turno, ma il perdente sarà sempre lo stesso ovunque si guardi.

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