Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai – è il titolo controcorrente e provocatorio (visti i tempi attuali, in cui la crisi climatica e ambientale è sostanzialmente rimossa dalla scena pubblica e politica, sovra-eccitata invece dalla guerra e dalla tsunamica propaganda tecno-capitalista per l’intelligenza artificiale) del libro di Matteo Motterlini (Solferino, 2025). Ovvero: perché, pur riconoscendo la gravità crescente del problema ambientale, non facciamo nulla per fermare il cambiamento climatico – dove il rovesciamento di priorità e di attenzione è ben rappresentato da Greta Thunberg, passata in pochi anni dai trionfi e dalle acclamazioni alle Nazioni Unite chiamando tutti a un profondo cambio di paradigma economico, alle manette di tutte le polizie del mondo – mentre ci stiamo tuffando sconsideratamente ma allegramente, senza esercitare alcun principio di precauzione e di responsabilità, nell’intelligenza artificiale?
E perché continuiamo a bruciare combustibili fossili senza modificare radicalmente il nostro modello economico e tecnologico (tecnica e capitalismo, la loro razionalità strumentale/calcolante industriale sono la causa prima e deterministica della crisi ambientale e della crisi sociale e della democrazia, se non si rimuove la causa, nessuna soluzione sarà mai possibile) – e anche le guerre in corso sono guerre per il fossile, cioè guerre del passato, per continuare sulla strada nichilista della crescita quantitativa illimitata e irresponsabile? Un saggio originale e controcorrente, quello di Motterlini, “che sposta lo sguardo non tanto sul clima, quanto su di noi. Perché, come scrive l’autore, se la crisi climatica è causata dall’uomo, è il comportamento umano il nodo da sciogliere”.
Indice degli argomenti
Noi, drogati di tecnologia e di tecnica
Ma come farlo, ci domandiamo, se con la delega cognitiva che diamo oggi alla i.a. – ma ultima di una storia umana (lunga di tre secoli di rivoluzione industriale e di modernità) di delega della nostra vita e della nostra libertà cognitiva alle macchine e al calcolo e alla massimizzazione del profitto privato – stiamo cioè (e questa è una profezia che si auto-avvererà, a meno di uscire dalla logica capitalistica del profitto e da quella della tecnica basata solo su calcolo e calcolabilità e quantificazione) stiamo spegnendo o congelando/surgelando il cervello, preferendo non pensare (perché farlo, se l’i.a. ci semplifica la vita e pensa per noi, come suggerisce il nostro Assistente AI)?
Perché siamo sempre così affascinati/abbacinati/eccitati dalle promesse della tecnica (e del capitale), che preferiamo non vedere la realtà, quella della crisi climatica, appunto, ma anche quella sociale? Perché preferiamo una vita artificiale dentro allo schermo e (rin)neghiamo invece ogni cura alla vita naturale della biosfera, tagliando il ramo su cui siamo seduti (la Terra)?
Come dirci ancora sapiens, se è l’i.a. che pensa per noi – noi però credendo che davvero pensi e sia intelligente, quando in realtà è una macchina calcolante/calcolatrice le cui risposte sono frutto solo di calcolo e di correlazioni statistiche, quindi non sono pensiero (perché il calcolo, da solo, non è pensiero) e quindi non sono (neppure l’i.a. generativa), per la contraddizione che non lo consente, intelligenti, né mai potranno esserlo, appunto solo calcolando? Ovvero, l’i.a. è il trionfo di quella che abbiamo definito Tecno-archía, il potere archico (anti-umanistico e anti-democratico e illiberale, chiuso e dogmatico, epistemico e ideologico) dell’arché (diventata archía) del numero e del calcolo.
Negli anni ’90 abbiamo creduto – lo ricordiamo ancora una volta, chissà mai che davvero repetita iuvant e smonti la narrazione anche magico-metafisica-feticistica-desiderante sulla tecnica e sulla tecnologia prodotta dalla Tecno-archía – che grazie alle nuove tecnologie allora nascenti, avremmo lavorato meno, fatto meno fatica, con più tempo libero per le cose belle e umane della vita, il sistema promettendo persino l’equivalenza tra rete e democrazia (uno vale uno) e la fine del fordismo/taylorismo pesante e alienante e l’arrivo di un lavoro cognitivo e immateriale, con la fine della fabbrica fordista: è accaduto esattamente il contrario (le fabbriche si chiamano oggi piattaforme, il taylorismo è diventato digitale – Bellucci – lavoriamo h24 e siamo iper-sfruttati come iper-sfruttata è la biosfera, siamo diventati dati/numeri e non più persone e per questo siamo sorvegliati/spiati peggio dei totalitarismi politici del ‘900).
Ma questo rovesciamento non è accaduto per una eterogenesi dei fini, ma per l’ulteriore compimento dell’essenza della tecnica, basata su organizzazione e comando eterodiretti e su sorveglianza continua e crescente, ma soprattutto su calcolo e razionalizzazione tecnica per la massimizzazione del profitto e per l’integrazione di ciascuno dentro al sistema totalitario tecnico.
Cyberpunk e intelligenza artificiale tra accelerazione e capitalismo
E ci si è messo poi anche il cyberpunk ad aggravare/impedire la nostra possibilità di vedere l’essenza della tecnica, contenendo in sé l’illusione di poter uscire dal capitalismo con cyberfemminismo e soprattutto accelerazionismo – e altre simili contraddizioni/amenità ontologiche, spacciate però come profezie che si auto-avverano – pensando cioè di poter fare la rivoluzione contro il capitalismo accelerando i suoi processi per portarlo al crollo per implosione: un’altra contraddizione in termini, col risultato di ottenere anche qui (e anche qui non per eterogenesi dei fini) il risultato contrario, favorendo cioè il capitalismo e il totalitarismo tecnico (perché l’accelerazione è uno degli elementi fondamentali/fondativi dell’essenza della tecnica) invece della sua fine.
Anche gli accelerazionisti, come quasi tutti i marxismi, convinti che sia lo sviluppo delle forze produttive capitalistiche a permettere il passaggio dalla necessità alla libertà, dal capitalismo al comunismo, semplicemente mutando la proprietà dei mezzi tecnici di produzione; senza capire che la causa vera dell’oppressione sociale e della illibertà è invece e propriamente la forma (tecnica, prima che capitalistica) della fabbrica, dove sempre vi deve essere qualcuno che organizza-comanda-controlla (oggi algoritmi e machine learning – intelligenza artificiale compresa, che è una forma di taylorismo cognitivo digitalizzato) e qualcuno che deve eseguire secondo la norma tayloristica – come aveva ben capito cento anni fa la filosofa Simone Weil – e come si replica oggi con piattaforme e appunto intelligenza artificiale.
Ed è nuovamente l’effetto della nostra incapacità di (voler) vedere e comprendere il potere normativo/dispositivo e la potenza totalizzante della tecnica come razionalità e dei conseguenti sistemi tecnici. Una cecità umana verso la tecnica e la sua essenza – ricordando che la tecnica di oggi non è la tecnica di prima dell’era industriale – che si replica in un continuum compulsivo anche o soprattutto a sinistra; dove oggi qualcuno immagina di ricomporre la classe e la coscienza di classe utilizzando quelle stesse infrastrutture digitali che hanno invece (e sempre per propria essenza, per la propria razionalità), scomposto non solo classe e coscienza di classe, ma anche società e individuo. Perché il taylorismo è il principio politico della modernità (Anders), destrutturando ogni possibile noi, lasciando che esistano solo monadi isolate, che sono meglio integrabili/sussumibili/connettibili/calcolabili nel/dal sistema tecnico.
Mark Fisher, Materialismo gotico e macchine desideranti
E per approfondire il tema del cyberpunk e di ciò che vi è collegato – tra filosofia, narrazioni, cinema e altro ancora – usiamo Materialismo gotico di Mark Fisher (autore anche di un successivo Realismo capitalista, dove cerca come uscire da questo realismo – non ci sono alternative oppure è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo – che ha contagiato anche le sinistre, scrivendo tuttavia di capitalismo e non di realismo di tecnica e tecnologia).
Un libro tautologico, autoreferenziale – 250 pagine di continui rimandi a e di citazioni del sociologo Jean Baudrillard e del filosofo Gilles Deleuze e dello psichiatra Felix Guattari (autori di opere celebri e celebrate come L’anti-Edipo e Millepiani, entrambe con il sottotitolo di Capitalismo e schizofrenia, comprendenti anche il concetto di macchine desideranti – e il capitalismo è macchina desiderante per eccellenza, produttore di infiniti desideri), passando per Jameson, Ballard e risalendo a Samuel Butler e a Spinoza – ma un libro comunque utile per capire il fenomeno e le contraddizioni che lo caratterizzano.
Ricordando tuttavia che se Deleuze – intellettuale molto amato e molto citato, soprattutto da sinistra, quasi profetico se non geniale per alcuni – aveva sì scritto della relazione intrinseca tra le forme sociali e le macchine che esse producono e che utilizzano, invitandoci a superare l’idea che la tecnologia sia neutra, un semplice mezzo a disposizione dell’uomo e del suo libero arbitrio – queste cose (che cioè le forme tecniche diventano forme sociali, a prescindere dall’uomo) le avevano dette, ben prima di Deleuze e molto più lucidamente di Deleuze, G. Anders, M. Horkheimer ed H. Marcuse, J. Ellul (1954) e prima ancora (1939) F.G. Jünger.
Deleuze per il quale e al di là delle sue critiche al capitalismo (al capitalismo, ma non alla tecnica) – e noi condividendo la lettura che ne ha fatto Roberto Esposito – vi è “una insuperabilità del capitalismo – l’unica formazione/regime sociale capace di scatenare il flusso del desiderio e il movimento nomadico, contro il quale, secondo Deleuze, si possono sì attuare delle contro-effettuazioni, però sempre dentro alle effettuazioni capitalistiche, appunto insuperabili – Deleuze negando così ogni possibilità/capacità istituente e di emancipazione e di liberazione – che vanno anzi liberate delle loro contraddizioni e assecondate, spingendo il capitalismo verso la sua implosione grazie alla accelerazione dei suoi processi”. Ovvero, “tutt’altro che contrastarne le derive, chiede di spingerle all’estremo, provocandone l’esaurimento per autocombustione”, peccato che (scrive Esposito) “come è sotto gli occhi di tutti, il nichilismo, come del resto il capitalismo [noi aggiungiamo la tecnica], tutt’altro che autodistruggersi, continua a prosperare”.
Il gotico tecnologico e l’allucinazione dell’i.a.
Materialismo gotico è dunque il titolo del libro di Fisher: che vorrebbe delineare “un orizzonte in cui la distinzione fra organico e inorganico, razionale e irrazionale, tra finzione e teoria” si sarebbe dissolta con la cibernetica. Con “universi ipermoderni, dominati dai prodotti scintillanti di un capitalismo tecnicamente sofisticato che però ricordano così da vicino gli zombie e i demoni dei tempi arcaici. Incubi popolati da corpi vuoti eppure capaci di agire […] tra Blade Runner, Terminator e intelligenze artificiali” – come sintetizza la seconda di copertina. Un mondo che alla fine degli anni ’90 “sembrava soltanto un distopico futuro non troppo prossimo immaginato da filosofi, scrittori e registi e che è ormai diventato il presente nel quale tutti ci muoviamo confusi e sperduti” [tutti?].
Da qui una serie di questioni che qui poniamo: davvero basta richiamare la frase “l’industria britannica, come un vampiro, non poteva vivere se non succhiando sangue, e sangue dei bambini”, per dire che per Marx “il capitalismo ha una natura gotica”? Davvero “è naturale aspettarsi, man mano che la tecnologia si dimostra sempre più capace di costruire un mondo a propria immagine (ovvero di creare simulacri per rimpiazzare il reale e l’originale) che crescerà la percezione della sua natura allucinatoria”, se oggi tutti rincorrono l’allucinazione della i.a.? E poi, essere cyberpunk e accelerazionisti non significa forse e soprattutto avere perso (o non avere mai acquisito) la consapevolezza della distinzione tra tecnica come razionalità/ontologia/teleologia e tecnologia come apparato strumentale; o tra tecnica e capitalismo – due processi che applicano sì la stessa razionalità strumentale/calcolante-industriale accrescitiva in potere e in pluspotenza, che hanno sì la stessa ontologia, teleologia e teologia, che sono sì parti integrate di quella che chiamiamo Tecno-archía ma dove la tecnica può funzionare e accrescersi/riprodursi anche senza il capitalismo, appunto e di nuovo, causa sui?
Tecnica, desiderio e sistema totalitario
E certo, l’immaginazione ci può far credere di poter fare sesso con un androide, ma il problema non è quello della riproduzione tra uomini e macchine, o della propagazione delle macchine, ma quello dell’accrescimento incessante del sistema tecnico e del suo integrare/connettere tutto e tutti in sé e per sé come sistema totalitario, che è un altro modo di riprodursi, sempre di più, del sistema tecnico (noi diciamo che è auto-telico, auto-poietico, auto-riproduttivo appunto causa sui) e l’i.a. non l’ha inventata il capitalismo, ma è figlia del calcolo, il capitale la usa e sfrutta. Causa sui, cioè sulla base dalla sua razionalità basata sul calcolo, a prescindere dalla libertà dell’uomo, dalla democrazia, dall’etica (i numeri e il calcolo non hanno etica, cercano l’esattezza, non il giusto etico e la giustizia sociale e ambientale) – perché se i numeri sono infiniti anche l’innovazione tecnica deve essere infinita (Ellul) e soprattutto e appunto è causa sui – ovvero, ciò che è possibile tecnicamente, diviene obbligatorio (Anders, Ellul), a prescindere da politica, morale o responsabilità), attraverso la convergenza totalitaria tra macchine e tra uomini e macchine. E qui non è il gotico e l’horror ma la razionalità della tecnica, producendo un mondo distopico per l’uomo e la biosfera, ma che l’uomo insegue incessantemente nel nichilismo compulsivo di se stesso. E dove è la tecnica, con la sua razionalità irrazionale a corrispondere all’apprendista stregone di Goethe, solo che sembra non esserci più un mago capace di controllare la magia tecnica scatenata irresponsabilmente e di salvare l’apprendista (noi tutti) dall’affogamento nel mare dell’artificiale.
Fisher e la Ccru – Cybernetic Culture Research Unit – il quasi-dipartimento dell’Università di Warwick cui era affiliato. Una “entità fittizia” – scrive Adam Jones nella postfazione al libro – “inventata da un gruppo di professori (alcuni dei quali a loro volta fittizi) e dottorandi, con una forte inclinazione per Deleuze, Burroughs, Haraway e le anfetamine. […] Un collettivo para-accademico di teorici impegnati a cercare una via di fuga dall’ordine dominante delle cose”, solo che appunto la cercavano in modo sbagliato e contro-producente, immaginando una azione rivoluzionaria che non dovrebbe frenare il movimento accrescitivo illimitato del capitale alleato con la tecnologia, “bensì accelerarne la spinta oltre ogni limite”, elaborando “una forma di materialismo capace di corrispondere a questo processo accrescitivo attraverso cui accelerare l’implosione dello stato presente delle cose”. Una fallacia, una evidente ingenuità ontologica.
E che sia cyberpunk o intelligenza artificiale, siamo sempre nella razionalità irrazionale del prometeico illimitato e irresponsabile (perché privo di ogni principio di responsabilità), ma soprattutto ingabbiati dalla nostra incapacità cronica e insieme compulsiva di vedere il potere e la potenza della tecnica (e non solo del capitalismo).












