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Siri con AI: perché è scontro con l’Europa



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La nuova Siri AI promette di agire tra app, messaggi, foto e documenti, ma in Europa non arriverà per ora, per il confronto tra Apple e Commissione europea. Al centro ci sono gli obblighi del Digital Markets Act e il rischio di aprire l’accesso ai dati personali

Pubblicato il 10 giu 2026

Tania Orrù

Data Protection, Compliance & Digital Governance Advisor



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Ancora una volta Apple e Unione europea si trovano su fronti opposti. Questa volta il terreno di scontro è la nuova versione di Siri basata sull’intelligenza artificiale, presentata alla Worldwide Developers Conference e destinata a rimanere, almeno per il momento, fuori dal mercato europeo.

La nuova Siri basata sull’intelligenza artificiale, presentata da Apple come un assistente capace di comprendere il contesto personale dell’utente e agire trasversalmente tra applicazioni, contenuti e servizi, non arriverà ancora nei dispositivi degli utenti europei: a bloccarne il debutto una disputa con la Commissione europea sull’applicazione del Digital Markets Act (DMA).

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Il DMA chiede che sugli iPhone si possano installare modelli alternativi a quello Apple (basato su Google Gemini), un po’ come sta chiedendo di aprire Whatsapp ad AI diverse da MetaAI.

Secondo Apple, gli obblighi di interoperabilità previsti dalla normativa costringerebbero l’azienda a concedere a sviluppatori terzi un accesso troppo esteso al dispositivo e ai dati degli utenti, con possibili ripercussioni su privacy e sicurezza.

Siri AI bloccata in Europa: il nodo dei dati personali

Bruxelles respinge da parte sua questa interpretazione e sostiene che il DMA miri semplicemente a impedire che i grandi operatori digitali (cioè gatekeeper come Apple) utilizzino il controllo delle proprie piattaforme per escludere concorrenti e limitare la libertà di scelta degli utenti. L’obiettivo è in pratica evitare che Apple utilizzi la propria posizione dominante per impedire l’ingresso di concorrenti nel mercato delle nuove funzionalità basate sull’intelligenza artificiale.

Lo scontro apre così un nuovo capitolo nel difficile rapporto tra Apple e regolazione europea. Il tema è soprattutto capire fino a che punto il principio di interoperabilità possa essere applicato a sistemi di intelligenza artificiale che, per funzionare efficacemente, necessitano di accedere a quantità sempre maggiori di dati personali.

La vicenda ripropone quindi uno schema ormai noto: Bruxelles accusa Apple di chiudere il proprio ecosistema; Apple replica invocando privacy e sicurezza.

Tuttavia, per la prima volta il DMA viene chiamato a confrontarsi con una tecnologia che, per funzionare davvero, necessita di accedere a una quantità di dati personali senza precedenti.

Cosa può fare la nuova Siri AI

La nuova Siri, oltre a rispondere a domande o eseguire comandi vocali, introduce un cambiamento sostanziale nel modo in cui l’assistente interagisce con il dispositivo e con i dati dell’utente.

A differenza delle versioni precedenti, che operavano prevalentemente su singole richieste e applicazioni specifiche, la nuova Siri è progettata per comprendere il cosiddetto contesto personale, cioè l’insieme delle informazioni distribuite tra email, messaggi, calendario, note, fotografie, documenti e applicazioni installate.

Dal contesto personale alle azioni tra app

In concreto, un utente può chiedere ad esempio “a che ora arriva il volo che mi ha proposto Luca?”, senza specificare dove si trovi l’informazione: Siri è in grado di cercarla tra email e messaggi, identificarla e restituire una risposta pertinente. Analogamente, può recuperare un documento menzionato in una conversazione, individuare una foto che contiene una determinata informazione o ricostruire dettagli relativi a un appuntamento combinando dati provenienti da più fonti.

Apple ha presentato Siri come un assistente in grado di agire all’interno e tra diverse applicazioni, quindi molto più di un sistema capace di reperire informazioni. L’utente può, ad esempio, chiedere di modificare una fotografia e inserirla in una nota; recuperare un allegato ricevuto via email e condividerlo con un contatto; oppure ottenere indicazioni che richiedono il passaggio da un’app all’altra senza dover eseguire manualmente ogni singola operazione.

Per fare questo, il sistema deve poter comprendere il contenuto delle richieste, identificare le applicazioni coinvolte, accedere alle informazioni necessarie ed eseguire azioni coerenti con il contesto.

Dal punto di vista tecnico, il valore della nuova Siri deriva soprattutto dalla capacità di correlare dati provenienti da fonti diverse e trasformarli in azioni concrete.

È proprio questa caratteristica a rendere il servizio particolarmente sensibile sotto il profilo regolatorio: per funzionare come promesso, l’assistente deve avere una visione trasversale di una parte significativa della vita digitale dell’utente: deve poter navigare tra contenuti, comunicazioni, documenti e servizi differenti per costruire una comprensione contestuale delle esigenze dell’utente e agire di conseguenza.

Questo livello di integrazione distingue la nuova Siri dagli assistenti vocali tradizionali e spiega perché l’originario dibattito sull’interoperabilità assuma una portata molto più ampia rispetto al passato.

Siri AI e DMA: il nodo dell’interoperabilità

Il Digital Markets Act introduce una serie di obblighi a carico delle grandi piattaforme digitali designate come gatekeeper, con l’obiettivo di garantire mercati più contendibili ed equi. Tra questi figurano specifici requisiti di interoperabilità e apertura, pensati per limitare il rischio che il controllo di infrastrutture e servizi digitali essenziali venga utilizzato per ostacolare la concorrenza, rafforzare effetti di lock-in o restringere le possibilità di scelta degli utenti.

Su questo fronte le posizioni delle parti appaiono inconciliabili al momento, visto che per Apple l’interpretazione del Digital Markets Act adottata dalla Commissione europea la costringerebbe a concedere a sistemi di intelligenza artificiale concorrenti un accesso estremamente ampio al dispositivo e ai dati dell’utente, con il rischio di compromettere privacy e sicurezza. Secondo Cupertino, un assistente AI realmente efficace deve appunto poter interagire con email, fotografie, documenti, applicazioni e impostazioni del dispositivo.

Per questo, estendere tali prerogative a soggetti terzi significherebbe aumentare il rischio di accessi impropri o utilizzi non autorizzati dei dati personali.

La contro-obiezione è evidente: se l’accesso ai dati personali rappresenta un rischio, perché dovrebbe essere accettabile quando a esercitarlo è Apple e non un concorrente? Proprio su questo punto si concentra la critica dei regolatori, secondo cui il problema non è l’accesso in sé, ma l’assenza di condizioni che consentano ad altri operatori di competere ad armi pari.

Bruxelles ribadisce che il DMA non impone deroghe alla protezione dei dati, bensì mira a impedire che un gatekeeper utilizzi il controllo della propria piattaforma per escludere concorrenti. Come ha dichiarato il portavoce della Commissione Thomas Regnier, Apple “non può chiudere il mercato” e, invece di cercare soluzioni tecniche compatibili con gli obblighi di interoperabilità, avrebbe semplicemente chiesto di esserne esentata.

Dietro il confronto giuridico emerge dunque la vera questione: come garantire apertura e concorrenza nei mercati digitali senza compromettere sicurezza, riservatezza e controllo dei dati degli utenti?

Il DMA davanti all’AI che accede ai dati personali

Quando si parla di interoperabilità, si parte normalmente dall’assunto che più apertura equivalga a più concorrenza e quindi a maggiori benefici per gli utenti.

Le nuove funzionalità AI di Siri mostrano però che questa equazione potrebbe essere meno automatica di quanto si sia ritenuto finora. Quando l’interoperabilità riguarda servizi relativamente circoscritti, i benefici sono evidenti e i rischi generalmente gestibili; ma quando coinvolge sistemi che devono accedere in profondità ai dati personali, la questione cambia natura.

Apple deve aprire il proprio ecosistema, ma occorre stabilire anche quali condizioni debbano essere soddisfatte affinché soggetti terzi possano ottenere un livello di accesso comparabile senza compromettere la sicurezza degli utenti.

Se l’obiettivo del DMA è promuovere la concorrenza senza sacrificare i diritti fondamentali, allora la semplice apertura tecnica non può essere considerata valore assoluto e deve necessariamente confrontarsi con il principio di minimizzazione dei dati, con la sicurezza dei sistemi e con le aspettative di riservatezza degli utenti.

Apple Intelligence in Europa, i precedenti del rinvio

Non è la prima volta che Apple rallenta o limita il rilascio di nuove funzionalità nel mercato europeo richiamando vincoli regolatori.

Negli ultimi anni infatti la società aveva già attribuito a obblighi normativi europei il rinvio di alcune funzionalità riconducibili ad Apple Intelligence e ad altre innovazioni integrate nel proprio ecosistema.

Nel 2024 l’azienda aveva già annunciato che alcune funzionalità di Apple Intelligence, insieme a iPhone Mirroring e SharePlay Screen Sharing, non sarebbero state immediatamente disponibili nell’UE. Anche in quel caso Apple sosteneva che gli obblighi di interoperabilità previsti dal Digital Markets Act avrebbero potuto costringerla ad aprire componenti particolarmente sensibili del proprio ecosistema, con potenziali conseguenze sulla sicurezza dei dispositivi e sulla protezione dei dati personali.

Il caso iPhone Mirroring

Il caso di iPhone Mirroring è emblematico, visto che si tratta di una funzionalità che consente di controllare un iPhone direttamente da un Mac, visualizzandone notifiche, applicazioni e contenuti in tempo reale. Per Apple, imporre forme di interoperabilità su un sistema progettato per funzionare all’interno di un ambiente integrato e autenticato end-to-end avrebbe significato esporre interfacce e privilegi che oggi restano confinati all’ecosistema proprietario.

Analoghe preoccupazioni sono state sollevate per alcune funzionalità di Apple Intelligence, che combinano dati provenienti da applicazioni, contenuti personali e informazioni contestuali per fornire suggerimenti e automatizzazioni avanzate.

Live Translation e Siri AI: lo stesso argomento sul DMA

Un precedente significativo è rappresentato da Live Translation, la funzione di traduzione in tempo reale di Apple Intelligence utilizzabile tramite AirPods. Anche in quel caso Apple aveva attribuito il ritardo del lancio europeo agli obblighi di interoperabilità previsti dal DMA, sostenendo che l’apertura di alcune componenti dell’ecosistema avrebbe potuto incidere sulla sicurezza e sull’integrità dell’esperienza utente.

Al momento del lancio, Apple aveva infatti escluso gli utenti europei, precisando successivamente che il ritardo non era riconducibile principalmente alle norme sulla protezione dei dati, come inizialmente ipotizzato da molti osservatori, bensì alle implicazioni del Digital Markets Act e, in particolare, ai suoi obblighi di interoperabilità.

La funzionalità consentiva di tradurre in tempo reale una conversazione sfruttando l’integrazione tra AirPods, iPhone, modelli linguistici e servizi Apple Intelligence. Proprio questa integrazione profonda rappresentava il nodo della questione: secondo Apple, l’applicazione delle regole europee avrebbe richiesto di rendere accessibili a soggetti terzi alcune interfacce e capacità oggi riservate all’ecosistema Apple, con possibili ricadute sulla sicurezza e sull’esperienza utente.

In effetti, Live Translation non era una funzione “degli AirPods” in senso stretto: gli auricolari erano soltanto l’interfaccia audio e l’elaborazione dipendeva da Apple Intelligence, dall’app Translate e dall’integrazione con iOS. Come per Siri AI, anche in quel caso il valore nasceva dall’integrazione tra hardware, sistema operativo, AI e dati contestuali dell’utente.

Sebbene la funzione Live Translation sia poi arrivata anche nell’Unione europea, il precedente è rilevante perché si anticipava l’argomento che Cupertino utilizza oggi per Siri: l’idea che l’interoperabilità richiesta dal DMA non si limiti ad aprire i mercati, ma possa incidere sul modo in cui vengono progettate e distribuite funzionalità basate sull’intelligenza artificiale e strettamente integrate con il dispositivo.

Siri AI bloccata in Europa, perché il caso è diverso

Il confronto odierno si differenzia dai casi precedenti, in cui il dibattito riguardava principalmente l’accesso a specifiche funzionalità o la possibilità per servizi concorrenti di interagire con componenti dell’ecosistema Apple. La questione era dunque se e in che misura Apple dovesse consentire a soggetti terzi di accedere a determinate capacità tecniche del dispositivo. Con Siri AI, invece, il tema si sposta sul patrimonio informativo dell’utente.

Il DMA impone che funzionalità analoghe possano essere offerte anche da assistenti concorrenti, ma oltre a ciò dovrebbe anche stabilire quali livelli di accesso ai dati dovrebbero essere riconosciuti a tali soggetti e quali garanzie sarebbero necessarie affinché questa apertura non si traduca in un aumento dei rischi per la sicurezza e la riservatezza degli utenti.

Proprio il passaggio dall’interoperabilità delle funzionalità all’interoperabilità dell’accesso ai dati rende l’attuale scontro su Siri diverso dai precedenti e potenzialmente decisivo per comprendere la reale portata del DMA nell’era dell’intelligenza artificiale.

In altre parole, oltre alla compatibilità tra prodotti concorrenti, c’è ora da definire chi possa osservare, elaborare e utilizzare una porzione crescente della nostra vita digitale.

Apple, Bruxelles e il limite dell’interoperabilità

La sfida davanti alla quale si trova la Commissione europea è dimostrare che il DMA può favorire la concorrenza anche nell’era dell’intelligenza artificiale. Per farlo Bruxelles dovrà chiarire come conciliare interoperabilità e protezione dei dati personali senza limitarsi a invocare i “soli” principi generali.

D’altro canto, la posizione di Apple non sembra meno problematica. Le preoccupazioni relative a privacy e sicurezza possono essere legittime, ma si sovrappongono all’interesse altrettanto evidente di preservare il controllo di un ecosistema la cui forza competitiva risiede proprio nell’integrazione tra dispositivi, software e servizi.

Sembra ormai evidente che l’Unione europea non possa più limitarsi a presumere che ogni forma di apertura generi automaticamente vantaggi per gli utenti; allo stesso tempo, Apple, non può più pretendere che ogni richiesta di interoperabilità venga interpretata come una minaccia alla sicurezza.

Il rischio, per entrambe le parti, è quello di vincere la battaglia sbagliata.

Apple potrebbe continuare a difendere il proprio ecosistema in nome della privacy, salvo vedersi accusata di utilizzare la sicurezza come argomento per preservare rendite di posizione sempre più difficili da giustificare.

L’Unione europea potrebbe riuscire a imporre una maggiore apertura dei mercati senza però riuscire a creare alternative realmente competitive, quindi alimentando la percezione di una regolazione capace di rallentare l’innovazione più che di indirizzarla.

Bruxelles non potrà più esimersi dal verificare se l’interoperabilità, principio cardine della politica digitale europea, sia ancora sufficiente per governare tecnologie che traggono valore dall’accesso ai dati, più che dall’accesso ai mercati. E la risposta potrebbe non essere scontata.

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