La competitività delle imprese non si misura più soltanto sulla capacità di produrre meglio o a costi inferiori. Sempre più spesso dipende dalla velocità con cui riescono a integrare dati, automazione e intelligenza artificiale nei processi quotidiani, trasformando la tecnologia in uno strumento di efficienza e di decisione. È su questo terreno che si gioca una parte crescente della competitività del sistema produttivo italiano.
Le piccole e medie imprese italiane (PMI) – oltre 245 mila imprese che generano il 42% del fatturato privato totale, il 38% del valore aggiunto e il 35% dell’occupazione privata – costituiscono un comparto meritevole di grande attenzione sia dal punto di vista economico sia sociale. Queste imprese sono inserite in un contesto sempre più dinamico e incerto, all’interno del quale il capitale umano e quello tecnologico diventano leve strategiche non solo per l’innovazione ma anche per la sopravvivenza nel tempo e la competitività.
Nonostante l’accelerazione innescata nel panorama tecnologico dai recenti sviluppi dell’Intelligenza Artificiale, tuttavia, i percorsi di trasformazione digitale delle PMI italiane presentano ampie discontinuità: se è vero che, nel 2025, una PMI su due ha aumentato la spesa per la trasformazione digitale rispetto al 2024, va sottolineato che solo il 24% afferma di investire intensamente nel digitale trasversalmente alle aree aziendali, e il 22% ritiene, addirittura, che il digitale sia marginale nel settore di appartenenza. In generale, possiamo affermare che, pur a fronte di uno strato di eccellenze, la trasformazione digitale nelle PMI sia ancora in fieri e che le opportunità da cogliere siano ancora numerose.
L’Intelligenza Artificiale nelle PMI italiane: tra interesse crescente e adozione limitata
La ricerca condotta dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano mostra che all’elevata attenzione mediatica per l’AI non corrisponde, almeno per ora, un’adozione diffusa tra le piccole e medie imprese. Solo l’8%, infatti, dichiara di avere progetti di Intelligenza Artificiale attivi o in sperimentazione, contro oltre il 70% delle grandi imprese. Tra le medie imprese, invece, la percentuale sale al 15%, segno che la maggiore articolazione organizzativa e dimensionale influisce sulla propensione a investire in innovazione.
L’utilizzo di strumenti “ready-to-use”, come applicazioni basate su modelli generativi o su piattaforme di automazione Cloud, sta semplificando l’accesso all’AI anche per realtà di piccole dimensioni: il 19% delle PMI ha già utilizzato o sta sperimentando tali soluzioni, anche attraverso licenze a pagamento. L’approccio è pragmatico e spesso orientato a migliorare attività quotidiane, come la classificazione automatica di documenti, la generazione di testi per comunicazione e marketing, o l’assistenza al cliente tramite chatbot.
Dietro questi numeri si cela però un movimento in corso: cresce di 11 punti percentuali rispetto allo scorso anno la quota di PMI che esprime interesse per l’Intelligenza Artificiale, considerando anche le imprese che hanno già attivato dei progetti specifici e quelle che hanno avviato valutazioni, analisi esplorative e attività di scouting tecnologico per identificare le possibili aree di applicazione dell’AI nei propri processi aziendali. L’interesse è più vivace nei settori manifatturieri e logistici, dove la spinta alla produttività e all’efficienza operativa è più evidente.
Dall’adozione ai benefici operativi: l’AI che ottimizza processi e decisioni
Le imprese che hanno intrapreso progetti di Intelligenza Artificiale evidenziano benefici tangibili in termini di efficienza, produttività e qualità operativa. L’AI non è solo automazione ma capacità di rendere più consapevoli e rapide le decisioni aziendali. I modelli di machine learning sono impiegati per elaborare dati storici e predire variabili cruciali per il business: dall’andamento delle vendite alla disponibilità delle scorte, dalla manutenzione predittiva di macchinari alla pianificazione delle consegne. Nei casi più avanzati, questi sistemi consentono di intervenire preventivamente per evitare guasti, ridurre sprechi e ottimizzare l’impiego di risorse.
Nel campo della produzione, si sono già registrati risultati significativi. A titolo esemplificativo, si cita il caso di una media impresa operante nel settore dei materiali impermeabilizzanti, che ha potuto ridurre sensibilmente gli scarti di produzione grazie a un algoritmo di AI in grado di mappare i difetti e le anomalie degli impianti in tempo reale, quindi prevenirli, con vantaggi ambientali ed economici. Analogamente, una piccola impresa attiva nel comparto delle tecnologie per l’irrigazione ha integrato sensori IoT e AI per ottimizzare il consumo di acqua e fertilizzanti, riducendoli fino all’80% e al 40%, rispettivamente, a testimonianza del potenziale dell’AI per combinare sostenibilità ed efficienza. E ancora, una media impresa operante nel settore farmaceutico ha impiegato algoritmi di riconoscimento visivo, allenandoli a individuare in autonomia i prodotti da mantenere oppure rimuovere dai lotti in corso di confezionamento, efficientando notevolmente le fasi di produzione e, soprattutto, riducendo il rischio di errori nella fornitura di medicinali. A testimonianza delle innumerevoli applicazioni di questa tecnologia, vale la pena segnalare lo sviluppo di soluzioni che hanno consentito di raggiungere anche altri obiettivi con risvolti sociali e nella gestione delle risorse umane. Allo scopo di elevare il livello di sicurezza sul lavoro, una media impresa del settore delle costruzioni ha sviluppato soluzioni basate su algoritmi di riconoscimento visivo integrati nei sistemi di videosorveglianza o nei dispositivi indossabili, capaci di individuare in tempo reale le situazioni di potenziale pericolo e allertare gli operatori, riducendo il rischio di infortuni e incidenti. Anche sul fronte della formazione è in crescita lo sviluppo e l’impiego di piattaforme che integrano questa tecnologia, consentendo un’esperienza di apprendimento personalizzabile e adattiva.
Nel marketing e customer care, l’avvento dei modelli generativi riduce le barriere di accesso, permettendo anche alle PMI di creare contenuti digitali di qualità, automatizzare la comunicazione e personalizzare l’interazione con i clienti, elevando la qualità della relazione. I chatbot intelligenti, capaci di interagire in linguaggio naturale e recuperare informazioni dai database aziendali, rappresentano un primo passo verso la costruzione di un sistema di relazione cliente-impresa più fluido, tempestivo e intelligente. Sono applicazioni che contribuiscono a liberare tempo e risorse da attività ripetitive e a potenziare la creazione di valore, sfruttando il capitale informativo dell’organizzazione.
Le barriere e le sfide: competenze, governance e cultura del dato
Nonostante la crescente attenzione verso l’Intelligenza Artificiale, la carenza di competenze digitali continua a costituire una barriera alla sua implementazione e alla possibilità per le PMI di effettuare considerazioni strategiche con adeguata consapevolezza. Un dato particolarmente indicativo riguarda la scarsa percezione dell’urgenza nello sviluppo delle conoscenze e competenze richieste per comprendere e impiegare questa tecnologia. Attualmente, infatti, meno del 10% delle PMI italiane ha avviato attività formative strutturate sull’AI, e tra queste solo una parte si distingue per percorsi organici e continuativi. È un segnale che racconta molto del momento attuale: la trasformazione digitale sta accelerando ma la capacità di costruire competenze adeguate fatica a tenere il passo, e prevale la visione del prodotto rispetto a quella cognitiva. Per molte piccole imprese, la formazione non è ancora percepita come investimento strategico o necessità impellente, bensì come un costo o come un’attività da rimandare, anche perché spesso prevale la convinzione che l’AI non avrà impatti significativi nel breve periodo sulla propria attività (46% delle PMI). Questa percezione contribuisce ad accentuare la distanza tra interesse potenziale e azione concreta.
La scarsa attenzione alla formazione è ancor più evidente se si considera che la carenza di competenze interne è riconosciuta dalle imprese stesse come il principale ostacolo all’introduzione di tecnologie evolute. L’85% delle PMI che già utilizza o sperimenta soluzioni di Intelligenza Artificiale, sottolinea la necessità di introdurre personale altamente qualificato, ma allo stesso tempo ammette la difficoltà nel reperirlo sul mercato, in particolare nei settori competitivi dove le grandi imprese hanno spesso più risorse per attrarre i profili migliori. Tuttavia, solo una minoranza delle PMI dispone di figure interne dedicate alla gestione dei dati e dell’AI.
Inoltre, sebbene il 90% delle PMI analizzi i propri dati, le attività avvengono per lo più in modo discontinuo e non formalizzato, con strumenti di base come fogli Excel e processi manuali che rendono difficile la piena valorizzazione del patrimonio informativo aziendale ma, soprattutto, la tempestività dell’analisi. Solo il 26% delle imprese dichiara di avere un presidio interno – una figura o un team dedicato – per gestire i progetti di AI e per definire linee guida operative sull’uso di algoritmi e strumenti basati su Intelligenza Artificiale. La mancanza di regole chiare sui limiti di utilizzo, sull’elaborazione dei dati e sui ruoli autorizzati rende fragile la gestione della tecnologia e amplifica il rischio di comportamenti impropri o di shadow AI, ossia l’impiego non autorizzato di applicazioni di AI da parte dei dipendenti.
Infine, l’assenza di una formazione diffusa e la carenza di policy interne contribuiscono a rendere più esposta la PMI alla vulnerabilità dei sistemi e ai rischi legali e reputazionali, collegati al trattamento dei dati sensibili. La scarsa conoscenza delle implicazioni normative, unita alla difficoltà di integrare i principi etici e di compliance in un framework aziendale coerente, mostra quanto la trasformazione digitale sia ancora vista come una sfida tecnologica più che culturale. Promuovere la formazione come leva centrale per la competitività significa invece creare un circolo virtuoso: accrescere competenze, migliorare la capacità di attrarre talenti e trasformare l’AI da strumento tecnico a risorsa strategica per l’impresa del futuro.
Conclusioni: verso una PMI “AI-oriented” – cultura, competenze, strategia
La ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI mostra una distanza ancora marcata tra l’interesse crescente delle piccole e medie imprese per l’AI e la loro effettiva capacità di implementarla in modo sistematico. Solo l’8% delle PMI ha avviato progetti di AI a regime o in fase di sperimentazione, e meno del 10% delle PMI ha attivato programmi strutturati di formazione in questo ambito per i propri collaboratori, segno che il percorso di accompagnamento culturale e organizzativo alla tecnologia deve ancora essere intrapreso.
Il ritardo formativo si concentra anche sull’assenza di una strategia condivisa che includa tutti i livelli aziendali – dal vertice imprenditoriale al personale operativo. La maggior parte delle PMI affronta la formazione in modo reattivo, per rispondere a esigenze contingenti, e non come investimento di lungo periodo in competitività e innovazione. Ciò limita la possibilità di costruire una base solida di competenze digitali interne e di trattenere personale qualificato, elemento centrale per il successo dei progetti di trasformazione digitale. Se le PMI riuscissero a strutturare percorsi formativi efficaci, potrebbero contemporaneamente potenziare le competenze interne e migliorare la propria capacità di attrarre nuovi talenti, generando un circolo virtuoso che sostiene la crescita.
In prospettiva, la formazione assume quindi una funzione trasversale e imprescindibile. Non è solo uno strumento per comprendere le tecnologie, ma il reale motore di cambiamento: consente alle persone di interpretare dati, governare processi e trasformare l’AI da risorsa tecnica a leva strategica per l’impresa. La capacità di gestire e integrare il patrimonio informativo aziendale, mantenendo sicurezza e integrità dei dati, dipende sempre più dalla consapevolezza e dalle competenze del personale. La mancanza di alfabetizzazione sull’AI amplifica i rischi di utilizzi impropri, di shadow AI e di vulnerabilità legate alla privacy e alla proprietà dei dati. Inoltre, la formazione consente alle persone di dialogare con la tecnologia, sviluppando una relazione collaborativa e sinergica, e di mantenere un ruolo centrale grazie al potenziamento delle proprie abilità decisionali.
Guardando al futuro, le PMI saranno chiamate a investire simultaneamente su quattro dimensioni: la qualità e disponibilità dei dati, la formazione continua, la governance dell’AI e la cultura organizzativa orientata all’innovazione. La formazione rappresenta il ponte tra tecnologia e valore aziendale: solo attraverso la crescita delle competenze sarà possibile sfruttare appieno i benefici operativi dell’AI – maggiore efficienza, riduzione dei tempi e accesso a nuovi mercati – in un contesto competitivo sempre più interconnesso e guidato dal digitale.














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