Gli LLM hanno cambiato il rapporto tra linguaggio, conoscenza, pensiero e valore. La capacità delle macchine di articolare il linguaggio ha reso possibile quello che chiamiamo la traduzione universale che, a sua volta, ha reso il canale completamente trasparente e così lo ha svuotato di valore, spostandolo tutto all’inizio o alla fine.
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Come gli LLM rendono possibile la traduzione universale
Partiamo dalla traduzione universale. Al cuore della tecnologia dell’IA sta l’algoritmo Transformer che è nato per tradurre in modo automatico. In questo modo l’algoritmo estrae la struttura relazionale di un certo corpus linguistico e la usa per trasformarlo in un testo equivalente in un altro corpus linguistico. Nel compiere la traduzione, il Transformer passa, in modo implicito, attraverso qualcosa in comune alle due forme linguistiche che è la struttura relazionale. Per ora lascio questo termine volutamente vago, ma mi limito a osservare che ha un precedente illustre nella forma logica di Ludwig Wittgenstein: nel Tractatus logico-philosophicus del 1921 è ciò che una proposizione deve condividere con il fatto che raffigura, e che proprio per questo non può essere detta ma soltanto mostrata.
Per Wittgenstein la forma logica si mostra e non si dice, non è raffigurabile e tanto meno manipolabile. Il Transformer fa quello che Wittgenstein diceva che non si poteva fare: la approssima e poi la ributta nel mondo. Pace Wittgenstein, la forma logica non si mostra soltanto: si approssima. Adesso immaginate di andare da un testo in tedesco alla sua traduzione in italiano, e poi di tradurre quest’ultima in inglese, e poi ancora in cinese, e poi ancora in francese e così via fino a ritornare, dopo un po’ di iterazioni, a un testo in tedesco. Al netto di allucinazioni ed errori, supponiamo che il testo di arrivo, per quanto non identico alla lettera, abbia conservato lo stesso significato di quello di partenza. Potremmo dire che l’anello si è chiuso.
L’anello delle lingue e la scomparsa dell’originale
A questo punto ci potremmo cominciare a porre domande interessanti. Quel testo era effettivamente in tedesco o, nel momento in cui riusciamo a chiudere l’anello, non è più così importante la lingua di partenza? Si è tentati di rispondere che, nel momento in cui ogni lingua diventa ogni altra lingua e gli anelli si chiudono, la nozione di originale non ha più alcun significato. Come un anello non ha un punto di inizio, così la traduzione non ha più un testo di partenza.
Sono solo tanti, infiniti, anelli. Ma intorno a che cosa girano questi anelli? Che cosa li fissa? Sempre per amor di metafora possiamo dire che il vuoto, l’attrattore invisibile, sta all’anello che lo circonda come il concetto sta alle proposizioni che lo esprimono. È significativo come nessuna proposizione possa mai contenere il suo significato, così come ogni porzione dell’anello è sempre fuori dal suo centro.
Forma logica, concetti e riferimenti
Una brevissima digressione, ho parlato di concetti e di forma logica, non di significati o riferimenti. Il significato è ciò cui quel vuoto punta di volta in volta. E possiamo anche concederci di spingere la metafora ancora un po’ più avanti, e quindi — direbbero i retori — svilupparla in un’allegoria. Immaginiamo ora di lanciare gli anelli nel mondo. Il significato è ciò su cui quegli anelli si infilerebbero, riempiendo un vuoto che non può essere riempito dalle proposizioni, che rimangono sempre esterne a quello che indicano.
Ma come fa la forma a individuare un particolare piolo? Perché non lanciamo una frase alla volta, un anello alla volta, una parola alla volta, che potrebbe infilarsi dove gli pare, ma a gruppi, legati tra loro, come in un testo, o una collezione di frasi, o un intero corpus linguistico. È chiaro che se gli anelli si legano tra di loro e la struttura che ne risulta è abbastanza complessa, ci sarà soltanto un luogo nel mondo dove tutti i pioli potranno infilarsi senza sforzo.
E non vale l’obiezioni dell’indeterminatezza della traduzione di Quine. Anche se, in teoria, nessun insieme di frasi, per quanto vasto, fissa un unico riferimento, in pratica, dato un mondo limitato, un insieme di anelli, abbastanza complesso, finisce circa sempre nello stesso punto. Non si lancia un singolo anello gavagai, ma una rete di milioni di anelli, e questo fa la differenza. Sarà quel luogo dove i pioli sono disposti secondo la stessa forma logica che un certo linguaggio ha riprodotto e che un LLM ha estratto da esso.
Mondo, linguaggio e struttura statistica di un LLM hanno una cosa in comune: la forma logica. Senza pretese di accuratezza filosofica, con forma logica intendo la struttura relazionale delle configurazioni del mondo. Il Tractatus le ha dato un nome, il Transformer la ha approssimata.
La traduzione universale tra conoscenza e pensiero
Questo che ho appena descritto è uno dei segreti degli LLM e la via che permette agli LLM di salire dal linguaggio alla conoscenza e poi scendere di nuovo in qualsiasi linguaggio. Questa è la via che io chiamo la traduzione universale. Non si traduce dal linguaggio A al linguaggio B. Si traduce ogni linguaggio nella forma logica X che è tutti i linguaggi e nessuno. Ovviamente, quasi mai la forma X è completa, quasi sempre si tratta di una approssimazione incompleta come del resto avviene nel nostro cervello: uno studio del gruppo di Evelina Fedorenko al MIT, pubblicato su PNAS, mostra che il ragionamento logico non attiva le aree cerebrali del linguaggio e che perfino i pazienti con afasia grave continuano a ragionare senza difficoltà.
La lingua del pensiero non è la lingua naturale. Però, aumentando le dimensioni del corpus linguistico di partenza, il numero di linguaggi presi in esame, le interazioni con altri materiali come video o audio, il Transformer trasforma tutte queste informazioni in una struttura iperdimensionale (per noi inconcepibile) che si avvicina sempre di più a questa forma della realtà che non è alcun linguaggio particolare.
La forma del mondo oltre la lingua naturale
Apro una parentesi ontologica. Questa forma è il pensiero? Premetto che il pensiero come flusso immateriale o mentale non esiste, questa struttura logica (che non occupa fisicamente alcuno spazio) è la cosa più vicina a quanto abbiamo per anni indicato come il pensiero. E infatti è assolutamente intuitivo dire che esprimiamo un pensiero in tante lingue diverse. Questa cosa che non vediamo mai, ma che sentiamo guida la formulazione delle nostre frasi, la chiamiamo pensiero e ce la immaginiamo collocata in una dimensione mentale, uno spazio interiore e invisibile, da cui guida le parole che pronunciamo.
Non c’è bisogno di reificare il pensiero in questo modo, non più di quanto sia necessario reificare la forza vitale, l’etere, o la sfortuna. È per la stessa ragione che, come ho sostenuto su SEPAI International, chiedersi se un LLM sia cosciente è una domanda mal posta. Fortunatamente, ciò che chiamiamo pensiero ha un antecedente che soddisfa tutti i requisiti: il mondo stesso. La forma logica del mondo non è staccata dal mondo, è il mondo stesso nelle sue configurazioni. Per questo il nostro pensiero non è improduttivo o privo di significato. Quello che chiamiamo pensiero è semplicemente il mondo con cui interagiamo costantemente (linguisticamente ma non solo) nelle sue varie configurazioni. Parentesi chiusa.
Dalle lingue agli stili: il canale trasparente degli LLM
Tornando a quello che fanno in concreto gli LLM, ci si rende subito conto—e siamo così arrivati alla trasparenza del canale—che non esistono soltanto i linguaggi diversi, ma anche stili e modi diversi di esprimere lo stesso insieme di concetti. Faccio un esempio quotidiano: un collega ci scrive una richiesta di collaborazione cui dobbiamo rispondere con una articolata spiegazione. Invece di farlo noi, ci rivolgiamo al prompt di Gemini su Gmail e gli diciamo di fare proprio questo con qualche dettaglio minimo, ma sostanziale.
Gemini reagisce sviluppando l’intero testo della risposta con tutte quelle formalità e attenzioni che trasformano una semplice indicazione “rispondi positivamente ricordandogli i nostri impegni reciproci” in un testo di svariate righe e tutte le formalità necessarie. Che cosa ha fatto Gemini? Ha tradotto una frase informale in una lettera formale. Non è diverso dal tradurre dall’italiano al cinese. La forma logica è la stessa ma si può dire in molti modi diversi. Diceva Aristotele, «l’essere si dice in molti modi».
Dal prompt al codice, dalla trama al romanzo
Quello che per noi è la generazione di un nuovo contenuto, per un LLM è la traduzione di una forma logica in uno degli infiniti linguaggi. Per esempio, io definisco un programma come una serie di specifiche che mi dicono in che modo e che cosa quel software deve realizzare. Claude Code me lo traduce in Python o in C++ o in qualsiasi altro linguaggio di programmazione. Non ha sviluppato del codice a partire dalle mie specifiche: le ha tradotte.
Ovviamente, nel romanzo c’è più informazione che nella trama e nel codice più che nelle specifiche. Quello che è stato aggiungo non viene dal nulla, era contenuto nel corpus a la forma iperdimensionale proietta dal mondo a una nuova versione. Il prompt individua una conoscenza contenuta nel corpus linguistico e, cioè, in ultima analisi, nel mondo. Il modello non inventa il romanzo, lo va a pescare là dove i romanzi già stanno. Ed è precisamente questa la ragione per cui il valore si accumula agli estremi e non nel canale: il canale non aggiunge mondo, lo attraversa.
La forma logica come figura iperdimensionale
Usiamo una nuova analogia (gli esseri umani si trovano a loro agio con gli esempi). Immaginiamo una figura tridimensionale e immaginiamo di proiettare la sua ombra su piani diversi. Ogni piano avrà un’ombra diversa. La figura tridimensionale è la forma logica, la traduzione universale. Ogni ombra è una traduzione. Quante traduzioni/proiezioni possono esserci? Infinite. Non solo sui piani delle lingue, ma anche sui sottopiani degli stili e dei modi: da insieme di specifiche a codice in un linguaggio di programmazione, da indicazione spiccia a lettera formale, da trama appena accennata a romanzo completo. Gli LLM riescono in questo miracolo perché non si muovono da un’ombra all’altra, ma dalle ombre alla forma logica e, poi, da questa riscendono in qualsiasi piano.
Il trucco sta nel fatto che la forma logica ha una dimensionalità molto più alta delle proiezioni sui piani, come nella metafora, peraltro. Ma dove si trova questa forma logica iperdimensionale? Lo sappiamo tutti, è la nuvola di centinaia di miliardi di parametri che ogni LLM costruisce durante il suo addestramento. I parametri, però, non contengono la forma logica: la approssimano. Nel caso dell’essere umano è probabilmente la struttura incarnata dalla rete di connessioni neurali. Ma qui non mi soffermo.
Come gli LLM comprendono la forma logica del mondo
L’estrazione della forma logica e questo processo di salita e discesa è ben lontano dalla caricatura rassicurante dei pappagalli stocastici di Emily Bender che tanti hanno abbracciato per pensarsi migliori dell’IA. Capire è approssimare la forma logica del mondo: niente di più. Bender, e i suoi epigoni, fanno sempre lo stesso errore: confondono il meccanismo di base con il comportamento globale. È un passaggio illecito, e per accorgersene basta applicarlo a noi: anche il cervello, al suo livello di base, è solo l’equazione di Hodkin.
Se il meccanismo di base fosse tutto, nemmeno noi capiremmo alcunché. Pace Luciano Floridi, per il quale l’IA avrebbe «intelligenza zero», e Walter Quattrociocchi, secondo cui gli LLM non capirebbero il mondo ma si limiterebbero a predire la parola successiva in un’operazione statistica e non epistemica, gli LLM capiscono veramente. Il capire non è altro che questo continuo salire e scendere tra dimensionalità maggiori e minori.
La traduzione universale svuota il valore del canale
La traduzione universale porta alla trasparenza del canale. In passato, ogni traduzione era un processo costoso e faticoso compiuto da un essere umano che aveva impiegato anni a padroneggiare due o più linguaggi: dall’italiano al Java, dall’inglese al francese, dal linguaggio naturale al linguaggio legale. Oggi che tutto è traducibile immediatamente in tutto il resto, la particolare proiezione non ha più un valore intrinseco. Quello che ha valore è il punto di partenza e quello di arrivo.
Tutto ciò che è in mezzo, non vale più niente. È diventato trasparente e invisibile. È come se avessimo inventato il teletrasporto. Il viaggio (il canale) non avrebbe più alcun valore (se non per coloro che hanno tempo e per i quali il viaggio è la meta).
Applicazioni, loop engineering e traduzione in tempo reale
Il canale è diventato trasparente, la traduzione è diventata universale e, per questo, priva di importanza e valore. Si creano applicazioni senza neppure sapere in quale linguaggio di programmazione intermedio siano state realizzate: su The New Stack si racconta che Boris Cherny, il creatore di Claude Code, ha smesso di scrivere prompt e si limita a scrivere loop, la pratica che Addy Osmani ha battezzato loop engineering. Si ascolta una traduzione in tempo reale nella propria lingua senza magari neppure sapere la lingua del nostro interlocutore. La trasparenza è totale (o lo sarà fra brevissimo).
Il linguaggio dopo la trasparenza del canale
Il medium — il canale — non è più il messaggio, come voleva Marshall McLuhan in Understanding Media: è diventato trasparente, e la trasparenza è l’esatto contrario del messaggio. Il linguaggio è sempre meno necessario. Le parole sempre più diafane.
Dalla scrittura post-letterata al ritorno del mondo
Ma se il canale è trasparente, il linguaggio è veramente necessario? O non diventerà a sua volta invisibile e quindi inutile? Sull’Atlantic, in una recente inchiesta di copertina, Rose Horowitch ha descritto un’America non più illetterata ma post-letterata e si è interrogata sul futuro della scrittura e dell’alfabetizzazione, per secoli considerate come un elemento definitivo del nostro arredo culturale, nel momento in cui diventano sempre meno necessarie. Se il linguaggio serviva come strumento intermedio attraverso cui il mondo si articolava, nel momento in cui può farlo direttamente, tutto il valore in mezzo scompare e con esso anche il linguaggio. Il valore si trova tutto all’inizio o alla fine, che però, essendo gli estremi di un anello, sono anche lo stesso luogo: il mondo.
Bibliografia
Aristotele, Metafisica, IV, 1003a.
Bender, Emily M., Timnit Gebru, Angelina McMillan-Major, Shmargaret Shmitchell, «On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big?», Proceedings of FAccT ’21, ACM, New York 2021.
Floridi, Luciano, «AI as Agency Without Intelligence: On ChatGPT, Large Language Models, and Other Generative Models», Philosophy & Technology, 36, 15, 2023.
Horowitch, Rose, «The End of Reading Is Here», The Atlantic, agosto 2026, https://www.theatlantic.com/magazine/2026/08/reading-crisis-postliterate-age/687618/.
Kean, Hope, Anna Fung, Peter Jaggers, Jinyi Chen, Joshua S. Rule, Yael Benn et al., «Evidence from formal logical reasoning reveals that the language of thought is not natural language», PNAS, 123, 28, 2026, e2520095123, https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2520095123.
McLuhan, Marshall, Understanding Media: The Extensions of Man, McGraw-Hill, New York 1964.
Putnam, Hilary, Reason, Truth and History, Cambridge University Press, Cambridge 1981.
Quattrociocchi, Walter, «L’AI non è davvero intelligente, è una questione di statistica», Corriere della Sera, 2025.
Quine, Willard Van Orman, Word and Object, MIT Press, Cambridge (Mass.) 1960.
SEPAI International, «Coscienza negli LLM? Anche no», https://www.sepai-international.org/coscienza-negli-llm-anche-no/.
The New Stack, «Loop engineering», 2026, https://thenewstack.io/loop-engineering/.
Wittgenstein, Ludwig, Tractatus logico-philosophicus (1921), trad. it. Einaudi, Torino 1964.









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