gli studi

AI generativa a scuola: rischi e vantaggi per l’apprendimento



Indirizzo copiato

Studi in Cina, a Middlebury e al MIT indicano che l’intelligenza artificiale non produce un effetto unico: conta se sostituisce lo sforzo cognitivo nella scrittura o se accompagna lo studio prima di una prova svolta in autonomia, con risultati diversi nel tempo

Pubblicato il 21 ago 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



social tutele spagna
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti


Tra gli studenti l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa ha smesso di essere una novità. La domanda non è più se la usano, ma come la usano e con quali effetti su ciò che imparano. Per lungo tempo su questo punto sono mancate prove solide: molte impressioni degli insegnanti, poche misure.

Negli ultimi mesi alcuni studi hanno iniziato a colmare il vuoto, il quadro che restituiscono è meno lineare di quanto entrambe le narrazioni prevalenti, quella entusiasta e quella allarmata, lascino intendere.

L’adozione quasi universale dell’AI generativa tra gli studenti

I dati sulla diffusione concordano su un punto: l’uso è generalizzato. Il Global Student Survey 2025 di Chegg, condotto su 11.706 studenti universitari in quindici Paesi, rileva che l’80% ha fatto ricorso all’AI generativa a supporto degli studi. Nel Regno Unito lo Student Generative AI Survey 2026 dell’Higher Education Policy Institute (HEPI), basato su 1.054 studenti a tempo pieno interpellati a dicembre 2025, registra il 95% di utilizzo in almeno un modo e il 94% per i lavori valutati: nel 2024 quest’ultima quota era ancora al 66%. In Germania il quadro è meno uniforme a seconda della metodologia, la rilevazione CHE su oltre 28.000 studenti parla dell’81% di utilizzo regolare, almeno settimanale, ma la direzione è la stessa.

Il punto rilevante non è la cifra esatta, che varia con le definizioni, bensì la rapidità: una tecnologia passata dalla marginalità alla quasi universalità in meno di tre anni. È su questa base di adozione che la domanda sugli effetti diventa urgente.

AI generativa e apprendimento: il caso degli studenti cinesi

L’evidenza più netta arriva da una ricerca condotta su studenti della scuola secondaria in Cina, dove l’adozione è stata particolarmente veloce. David Strömberg (Università di Stoccolma), Victor Lei e Wu Yanhui (Università di Hong Kong) hanno seguito 26.811 ragazzi tra i 12 e i 18 anni. Circa l’80% dichiarava di usare modelli come Doubao e DeepSeek; il restante 20% ha costituito il gruppo di controllo.

Dopo sei mesi, il voto medio dei compiti a casa degli utilizzatori era salito del 18%, in tutte le materie, il tempo per completarli era sceso da una media di 64 a 45 minuti. Ma agli esami gli stessi studenti hanno ottenuto punteggi del 20% inferiori a quelli dei compagni che non si erano avvalsi dell’AI. Il risultato ribalta una relazione consolidata: un tempo il voto dei compiti prediceva il rendimento agli esami, mentre ora chi ottiene i punteggi più alti nei compiti tende, paradossalmente, a fare peggio nelle prove.

L’effetto non si esaurisce nel breve periodo. Negli esami d’ingresso ad alto rischio i punteggi calano del 18 e del 24%, con la penalità che raggiunge la sua ampiezza piena solo dopo circa due anni. Le perdite risultano maggiori nelle materie di scienze sociali, seguite da STEM e lingue, e sono particolarmente marcate per gli studenti più giovani, per quelli con rendimento elevato e per i maschi.

Il dettaglio decisivo è però nella distribuzione del fenomeno. Il calo agli esami era concentrato tra chi svolgeva i compiti in fretta: circa l’80% degli utilizzatori mostrava un profilo compatibile con l’esternalizzazione dei compiti, tempi di completamento eccezionalmente brevi uniti a voti alti. Chi usava l’AI ma dedicava alle assegnazioni lo stesso tempo dei non utilizzatori pagava un prezzo minimo. Non è quindi l’uso dello strumento a fare la differenza, ma la modalità: la scorciatoia del copia e incolla produce voti alti e apprendimento superficiale, l’uso come tutor, per farsi spiegare un concetto o affrontare un problema, lascia il rendimento sostanzialmente intatto.

Quando l’AI sostiene lo studio: l’esperimento di Middlebury

Un secondo studio arriva a una conclusione apparentemente contraria. Zara Contractor e Germán Reyes, del Middlebury College, hanno impostato un esperimento controllato: i partecipanti sono stati divisi casualmente in un gruppo con accesso ai soli strumenti online e un gruppo con anche l’AI. Entrambi hanno studiato un argomento a loro sconosciuto, per esempio la tecnologia di editing genetico CRISPR, e scritto un tema. Circa il 70% del gruppo “AI” ha effettivamente adottato lo strumento. Una settimana dopo i partecipanti sono tornati per scrivere un secondo tema sullo stesso argomento e sostenere un test, questa volta senza alcun ausilio.

Chi aveva studiato con l’AI ha ottenuto risultati migliori in entrambi i temi, con una differenza contenuta sul primo e più marcata sul secondo. Il vantaggio è persistito a distanza di una settimana, quando gli strumenti erano stati tolti. Gli autori si aspettavano un impatto negativo, ipotesi allora sostenuta da altri lavori e sono stati sorpresi dall’esito. Il loro precedente sondaggio interno indicava che oltre l’80% degli studenti di Middlebury usa l’AI per i corsi, prevalentemente per integrare il proprio lavoro più che per automatizzarlo.

AI, memoria e sforzo cognitivo: le evidenze del MIT

La ricerca del Media Lab del MIT guidata da Nataliya Kosmyna, Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt, di cui avevamo scritto, aggiunge un piano di misurazione diverso. Cinquantaquattro partecipanti sono stati divisi in tre gruppi (ChatGPT, motore di ricerca, solo cervello) e monitorati con elettroencefalografia mentre scrivevano saggi, poi intervistati.

La connettività cerebrale diminuiva al crescere del supporto esterno: il gruppo solo cervello mostrava le reti più ampie, quello con l’AI la connettività più debole, fino al 55% in meno. Il dato comportamentale più citato riguardava la memoria: l’83% degli utenti dell’AI non riusciva a citare un passaggio del saggio che aveva appena scritto, contro circa l’11% degli altri gruppi. Il senso di proprietà del testo era il più basso nel gruppo AI. In una quarta sessione con scambio delle condizioni, chi era partito con l’AI e doveva poi scrivere senza mostrava connettività più debole, mentre chi aveva prima lavorato in autonomia e usava l’AI solo alla fine registrava un migliore richiamo mnemonico.

Gli stessi autori invitano alla prudenza: campione ridotto, studio preliminare, non ancora sottoposto a revisione paritaria. Ma sul punto della memoria del proprio scritto il risultato è tra i più robusti internamente al lavoro.

Apprendere con l’AI: ciò che gli studi hanno in comune

Preso singolarmente, ciascuno studio racconta una storia parziale. Insieme convergono su una tesi: l’AI può aumentare la produttività dell’apprendimento, ma solo per chi la usa in modo attivo. La variabile decisiva non è la presenza o l’assenza dello strumento, bensì se sostituisca lo sforzo cognitivo o lo integri.

AI nello studio: produrre un testo o imparare un argomento

Il contrasto tra la ricerca del MIT e quella di Middlebury è reale, ma non si scioglie stabilendo quale abbia ragione: i due lavori non misurano la stessa cosa. Il MIT osserva l’AI impiegata per produrre un testo, scrivere il saggio, e registra ciò che accade quando la scrittura, e con essa l’elaborazione, viene delegata. Middlebury osserva l’AI impiegata per studiare un argomento prima di scrivere in autonomia, misura quanto resta a distanza di giorni. Sono due momenti distinti del percorso di apprendimento, non due risposte alla stessa domanda.

Tenerli separati è più utile che comporli a forza. Il primo segnala un rischio: quando lo strumento si sostituisce allo sforzo, il prodotto migliora ma la traccia cognitiva si assottiglia. Il secondo indica una possibilità: quando lo strumento precede o affianca un ragionamento che resta proprio, il guadagno può consolidarsi. Nessuno dei due autorizza una conclusione generale sull’AI che aiuta o che ostacola. Entrambi rimandano alla stessa distinzione, sostituzione o integrazione, che affiora già dallo studio cinese.

Apprendimento con l’AI: i segnali che convergono

Su un punto le rilevazioni si parlano. Lo studio cinese mostra voti alti nei compiti e caduta agli esami, concentrata tra chi svolgeva i compiti in fretta: il segno di un testo prodotto senza che il contenuto si depositi. Il deficit di citazione rilevato dal MIT, l’incapacità di richiamare un passaggio scritto pochi minuti prima, è la controparte, sul piano individuale e misurabile, dello stesso fenomeno: ciò che non è stato elaborato non viene ricordato. Non è una prova, ma un’osservazione che converge da contesti e metodi diversi verso la medesima lettura. Resta la cautela dovuta: il campione del MIT è ridotto e lo studio preliminare.

Intelligenza artificiale e scuola: oltre le evidenze disponibili

Le ricerche fin qui citate misurano l’apprendimento, ma potremmo spostare lo sguardo su un terreno diverso e più ampio, quello dello sviluppo e della socializzazione. Il valore di queste considerazioni sta nelle domande che gli studi sull’apprendimento non pongono.

L’AI promette a ogni bambino un’educazione finora riservata ai ricchi, tutor privati, programmi su misura, intrattenimento personalizzato, un’infanzia degna di un re. Ma un’educazione su misura può risultare solitaria e produrre adulti impreparati alla vita reale. Il rischio più interessante non è quello, già noto, delle allucinazioni o degli abusi, bensì il danno che la tecnologia può fare quando funziona come previsto: imparando in fretta cosa piace al suo utente e offrendogliene di più. Da qui due timori: le camere dell’eco precoci, in cui il bambino appassionato di un tema riceve solo storie ed esempi su quel tema, senza mai imparare a tollerare l’ignoto. Il secondo, i rapporti a senso unico con compagni digitali che non criticano e non provano nulla si può trasformare in una cattiva preparazione a gestire gli esseri umani imperfetti.

Sul piano della valutazione, se i compiti scritti a casa non sono più affidabili, la prova in classe torna necessaria. Infine, la personalizzazione algoritmica rischia di diventare una barriera alla mobilità sociale e la disuguaglianza potrebbe allargarsi se le scuole con meno risorse adottassero i chatbot come sostituti a basso costo degli insegnanti.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x