Droni ed esplosioni in prossimità di infrastrutture critiche, danneggiamenti, cyber attacchi, propaganda e manipolazione dell’opinione. Per definizione sono attacchi sono “sotto soglia” ma ormai i danni sono palesi e la “soglia” è irrilevante. Questa estate l’UE è in piena guerra ibrida, con anche evidenti manifestazioni di guerra cognitiva.
Un conflitto più o meno silente che va avanti da anni perché, per usare la definizione di Andrea Manciulli ed Enrico Casini, è una guerra tiepida: perpetua e multiforme. Questa estate però si è scaldata e l’UE deve farci pubblicamente i conti. Lo ha confermato anche il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani raggiunto il 3 settembre dai giornalisti a Il Cairo: “La guerra ibrida c’è, è in corso. Il pericolo che si cerchi di influenzare il voto dei Paesi europei è consistente” così come quello di attacchi cyber che, il ministro ha spiegato “sono centinaia e centinaia ogni giorno, contro le nostre sedi diplomatiche e il Ministero”.
In Germania c’è stato il caso dei droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia, che le indagini ricondurrebbero a due sospettati che sarebbero legati alla Russia (uno dei quali aveva visto italiano), ma anche la granata esplosa alla stazione ferroviaria tedesca di Augusta e l’attacco con una decina di ordigni alla centrale elettrica di Janschwalde, oltre al sabotaggio denunciato dal sindaco di Bergheim alla locale stazione. In Romania, il sospetto drone navale vicino alla piattaforma offshore Neptun Deep e le numerose segnalazioni di droni aerei, come anche quelli abbattuti nei Paesi Baltici.
E poi le campagne di disinformazione, attuate sui social e attraverso finte testate giornalistiche che diffondono fake news, e le subdole operazioni FIMI, su tutte quelle legate ai tentativi di manipolare le elezioni amministrative locali in Francia a marzo e quelle in Ungheria di aprile. Il rischio, ora, riguarda anche le elezioni italiane: il Financial Times, in un’inchiesta, addita Roberto Vannacci di essere il “cavallo di Troia” della Federazione Russa. Cosa sta succedendo, a chi conviene e cosa fa la NATO?
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Guerra ibrida, il rapporto tra cybersecurity e disinformazione/FIMI
Nella sua dichiarazione, il ministro Tajani ha ricordato “il giorno in cui arrivò Zelensky per la prima volta a Roma. Mentre le ruote dell’aereo toccavano la pista dell’aeroporto di Ciampino, partì un attacco contro il sito del Ministero degli Esteri. La guerra ibrida c’è”. E ha aggiunto: “Basta aver letto qualche libro di storia per capire che cos’è la disinformatja, fa parte di una cultura politica di alcuni Paesi e noi non possiamo assolutamente permettere che questo accada”, annunciando poi l’adozione di contromisure anche tecnologiche nelle istituzioni italiane. Ha infatti sottolineato: “Nel mio Ministero, con la riforma in vigore dal primo gennaio, c’è una direzione generale della sicurezza con una sala operativa che controlla tutti gli attacchi cyber e li respinge: sono centinaia e centinaia ogni giorno, contro le nostre sedi diplomatiche e il Ministero”, ha aggiunto il ministro Tajani, che annuncia l’adozione da parte delle istituzioni italiane di “tutte le contromisure, anche a livello tecnologico“.
Parlando di guerra ibrida, non si tratta solo di tecnologia. Le minacce si manifestano infatti con iniziative di natura diversa, appunto ibride, ma tutte volte a indebolire la coesione occidentale e, parlando in particolare del contesto Est Europeo, il sostegno all’Ucraina. Un quadro in cui attacchi cyber a siti istituzionali e non, sabotaggi di infrastrutture critiche, intimidazioni come la presenza di droni nei cieli europei si uniscono a campagne di disinformazione e propaganda svolte online, oltre a sofisticate operazioni FIMI, Foreign Information Manipulation and Interference, volte a polarizzare l’opinione pubblica, creare divisioni attraverso il condizionamento del pensiero, minare la stabilità delle democrazie europee con il dubbio, con il fine di cercare di ottenere risultati elettorali ritenuti favorevoli per i propri scopi.
L’allarme politico si colloca dunque nel più ampio contesto di quanto sta accadendo in tutta UE, nelle ultime settimane in particolare in Germania e nei Paesi Baltici. Ogni caso di drone avvistato o attacco cyber sospetto non va trattato come un episodio isolato, ma messo a sistema per capire la complessità di un fenomeno che ormai riguarda la nostra quotidianità.
Cosa fare? La risposta richiede cooperazione europea, capacità di attribuzione, protezione delle infrastrutture critiche e strumenti trasparenti per individuare interferenze senza comprimere il pluralismo democratico. Dal drone esplosivo sull’aeroporto di Lipsia alle incursioni nel Baltico e in Romania, la Nato sta costruendo una nuova impalcatura di comando, strumenti e regole d’ingaggio contro le minacce ibride.
Il caso Lipsia e i precedenti dal 2024
Per capire questo approccio, partiamo dai casi di cronaca. Il 4 agosto un ordigno esplosivo veicolato da drone ha colpito l’aeroporto di Lipsia/Halle. Le indagini della polizia federale tedesca si sono progressivamente allargate: il 25 agosto è stato individuato un terzo ordigno a ovest dello scalo, con tracce di una sostanza sospettata di essere esplosivo a matrice militare. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ha dichiarato che le modalità operative dell’attacco corrispondono a schemi già osservati in altre operazioni ibride russe condotte nel quadro della guerra contro l’Ucraina, arrivando a un’attribuzione formale di responsabilità a Mosca.
Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha collocato l’episodio “in un più ampio modello di operazioni ibride russe in Europa“, specificando che la Germania non considera Lipsia un caso isolato ma parte di una sequenza. Sul piano diplomatico Berlino ha chiuso il consolato generale russo a Bonn e sospeso l’accordo che consentiva l’attività della “Casa Russa” di Berlino; il Ministero degli Esteri russo ha respinto le accuse e promesso una “risposta adeguata alle azioni anti-russe”.
Per un osservatore che segue la postura NATO da una prospettiva operativa, il dato rilevante non è la singola esplosione ma la sua collocazione in una serie continua di eventi che ha investito l’intero fianco orientale e centrale dell’Alleanza negli ultimi due anni: il taglio di cavi sottomarini nel Baltico a fine 2024, l’incursione di circa venti droni russi (in prevalenza esche Gerbera) nello spazio aereo polacco nella notte tra il 9 e il 10 settembre 2025 — la prima risposta congiunta della NATO a un attacco su territorio alleato —, la violazione di dodici minuti dello spazio aereo estone da parte di tre MiG-31 nello stesso periodo, e infine gli sconfinamenti di droni su Lettonia ed Estonia nei giorni immediatamente successivi a Lipsia, con scramble di caccia NATO. Il segretario generale Mark Rutte ha collegato esplicitamente questi episodi, dichiarando che l’Alleanza “continuerà a rafforzare la propria capacità di deterrenza e difesa di tutti gli Alleati da qualsiasi minaccia, incluse azioni ostili come quelle registrate a Lipsia e altrove nel territorio dell’Alleanza”.
Il quadro statistico conferma la tendenza: il Munich Security Report 2026, basato sui dati del progetto Acled, registra una crescita marcata degli episodi di sospetta attività ibrida russa contro Stati UE e NATO tra gennaio 2022 e dicembre 2025, con un picco nell’autunno 2025; un’analisi dell’International Institute for Strategic Studies ha censito 144 episodi sospetti con droni in diversi Paesi europei tra agosto 2024 e febbraio 2026. Solo in Germania, le segnalazioni di droni nei quindici principali aeroporti sono passate da 101 nel primo semestre 2025 a 166 nello stesso periodo del 2026.
Catena di comando e missioni
Per chi opera in ambito militare, la parte più interessante della risposta NATO non è la retorica politica ma l’architettura di comando che si è progressivamente attivata. Vale la pena ricostruirla per esteso, perché è la componente meno raccontata dalla stampa generalista.
Baltic Sentry e la sorveglianza nel Baltico
Allied Command Operations (ACO) con sede a Mons (Belgio) e comandato dal SACEUR (attualmente il generale USA Christopher G. Cavoli), resta il vertice funzionale di tutte le operazioni in corso. Sotto ACO opera Allied Joint Force Command Brunssum (JFCBS), che ha la responsabilità diretta della pianificazione e condotta di Baltic Sentry, l’operazione multi-dominio lanciata il 14 gennaio 2025 dopo il danneggiamento del cavo elettrico Estlink 2 e di diversi cavi in fibra ottica nel Baltico, in un contesto in cui era stata fermata e ispezionata la petroliera Eagle S, riconducibile alla “flotta ombra” russa. Baltic Sentry impiega fregate, aerei da pattugliamento marittimo, sommergibili e una componente di droni navali e subacquei, con il coordinamento operativo affidato al Commander Task Force Baltic, comando multinazionale con sede a Rostock costituito nel 2024, e con il supporto dell’ Allied Maritime Command (MARCOM) e del Centro Marittimo NATO per la sicurezza delle infrastrutture sottomarine. Gli otto Stati rivieraschi (Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Germania, Danimarca, Svezia) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che impegna gli alleati a “scoraggiare, individuare e contrastare qualsiasi tentativo di sabotaggio” alle infrastrutture critiche sottomarine.
Eastern Sentry e la difesa del fianco orientale
Eastern Sentry, lanciata dopo l’incursione polacca del settembre 2025, integra invece la componente aerea e terrestre lungo l’intero fianco orientale, dal Baltico al Mar Nero. Il generale USA Alexis Grynkewich, comandante delle forze aeree alleate, ha descritto la missione come un’integrazione di difese aeree e terrestri con maggiore condivisione informativa tra alleati, tale da rafforzare ulteriormente la postura di scudo e protezione dell’Alleanza. Le prime contribuzioni nazionali confermate hanno incluso F-16 e una fregata da guerra antiaerea danesi, tre Rafale francesi, quattro Eurofighter tedeschi, con la disponibilità del Regno Unito a fornire ulteriori assetti — un modello di burden-sharing rapido, costruito su rotazioni nazionali piuttosto che su una forza permanente NATO dedicata.
A livello di teatro, la difesa aerea integrata resta ancorata alla struttura NATINAMDS (NATO Integrated Air and Missile Defence System), il sistema di comando e controllo che aggrega sensori e piattaforme nazionali sotto un’unica catena decisionale alleata. È su questa infrastruttura — non su un sistema separato — che si innestano sia Eastern Sentry sia i contributi nazionali maturati nell’ambito della European Sky Shield Initiative. Il punto dottrinale rilevante è che l’Alleanza ha scelto di non creare comandi ad hoc paralleli, ma di attivare e potenziare strutture di comando già esistenti (ACO, JFCBS, MARCOM, NATINAMDS), riducendo il rischio di frammentazione decisionale ma anche ereditando i limiti di interoperabilità già presenti in quelle strutture.
ESSI e difesa aerea europea
Se Eastern Sentry e Baltic Sentry sono la risposta operativa immediata, la European Sky Shield Initiative (ESSI) rappresenta il tentativo di risolvere, sul piano industriale e di procurement, il problema strutturale della difesa aerea europea. Lanciata dalla Germania nell’ottobre 2022, ESSI raggruppa oggi 24 Stati (inclusi Paesi non-UE come Regno Unito, Norvegia, Svizzera e Turchia) attorno a un’architettura di difesa aerea e antimissile multilivello: sistemi a corto raggio come lo Skyranger 30 e l’IRIS-T SLM (quest’ultimo già acquisito da Germania, Estonia, Lettonia e, dal gennaio 2026, dalla Slovenia con un contratto-tipo standardizzato pensato per accelerare le acquisizioni successive), sistemi a medio raggio come NASAMS, e sistemi ad alta quota/antibalistici come Patriot PAC-3, SAMP/T New Generation e, per le minacce più sofisticate, Arrow 3.
Il procurement pooled
Il modello di procurement pooled — acquisti aggregati tra più Stati per ridurre i costi unitari e accelerare le consegne — è la caratteristica distintiva di ESSI rispetto ai programmi nazionali tradizionali. Ma è proprio qui che gli analisti di settore (Finabel, il think tank della difesa europea, e l’European Policy Centre) individuano il nodo critico: l’eterogeneità delle piattaforme acquisite rapidamente da Stati diversi rischia di aumentare, non ridurre, la complessità dell’integrazione a livello di comando e controllo alleato.
Il rapporto Finabel raccomanda di ancorare più strettamente ESSI a NATINAMDS, accelerando progetti complementari come TWISTER (Timely Warning and Interception with Space-based TheatER surveillance), HYDEF e HYDIS per le minacce ipersoniche, e adottando standard “any sensor/any shooter” che permettano a un sensore di un Paese di cueing su un intercettore di un altro senza passaggi manuali. Il tema del Counter-UAS (C-UAS) in senso stretto — cioè la capacità di rilevare e neutralizzare i piccoli droni commerciali o artigianali come quello di Lipsia, distinti dai missili da crociera o balistici — è stato esplicitamente identificato dalla prima valutazione coordinata NATO post-2022 come un’area precedentemente trascurata, tanto che molti eserciti alleati stanno ora reintroducendo unità mobili di SHORAD (Short-Range Air Defence) equipaggiate con cannoni a munizionamento airburst, missili spalleggiabili e sistemi di jamming, in parte ispirati alle contromisure sviluppate sul campo in Ucraina.
Roadmap UE e drone wall
Sul versante dell’Unione europea, la Commissione ha approvato il 16 ottobre 2025 la Defence Readiness Roadmap 2030, che identifica nove settori critici da colmare entro il 2030 — difesa aerea e missilistica, cyber, artiglieria, mobilità militare, munizioni, combattimento terrestre, dominio marittimo — e quattro progetti-bandiera considerati prioritari e da implementare con la massima urgenza:
- European Drone Defence Initiative (la drone wall), che la Commissione punta a rendere pienamente operativa e integrata in una capacità drone basata su rete entro la fine del 2027;
- Eastern Flank Watch (Osservatorio del fianco orientale), con obiettivo di piena operatività entro la fine del 2028;
- European Air Shield, per la protezione integrata contro missili e minacce aeree di più alto profilo;
- European Space Shield, per la resilienza degli assetti spaziali.
L’Alta Rappresentante Kaja Kallas ha sintetizzato la logica politica sottostante osservando che avere difese anti-drone non è più opzionale per nessuno Stato membro. Sul piano finanziario, la Roadmap non introduce ancora un meccanismo di finanziamento comune vincolante, un limite segnalato dagli osservatori di Bruxelles, ma si inserisce in un obiettivo complessivo di mobilitazione di spesa difensiva aggiuntiva stimata fino a 800 miliardi di euro entro il 2030 a livello di Unione. Resta un nodo politico aperto e prevedibilmente lo sarà anche nei prossimi mesi di negoziato la ripartizione degli oneri e la governance industriale: chi guida i consorzi di appalto, quale ruolo residuo per fornitori extra-UE, e come evitare duplicazioni con ESSI, che pure la Roadmap definisce esplicitamente come “contributo, non concorrente” al quadro NATO.
Va detto con chiarezza: il termine “muro” è fuorviante. Non si tratta di una barriera fisica continua, ma — nelle parole della stessa Commissione — di un sistema multilivello e tecnologicamente avanzato con capacità anti-drone interoperabili per rilevamento, tracciamento e neutralizzazione, oltre a capacità di colpire bersagli terrestri sfruttando la tecnologia drone per attacchi di precisione, pienamente interoperabile e connesso tra Stati membri per garantire consapevolezza situazionale europea condivisa insieme alla NATO. Il che significa, in pratica, una rete di sensori (radar, elettro-ottici, acustici, passivi), sistemi di jamming e contromisure cinetiche a basso costo, collegati da un layer di comando e controllo comune — esattamente la stessa sfida di interoperabilità già segnalata per ESSI.
Postura NATO e minaccia ibrida: l’ambiguità della soglia
La NATO non ha fissato una soglia automatica che faccia scattare l’Articolo 5 del Trattato di Washington in risposta a un attacco ibrido o a un’incursione di droni. La valutazione resta condotta caso per caso, tenendo conto della gravità dell’azione, delle sue conseguenze materiali, della solidità dell’attribuzione e della valutazione politica collettiva degli alleati. La logica sottostante, esplicitata da più analisti tra cui gli esperti dello IAI e dell’ISPI interpellati dalla stampa italiana, è che fissare in anticipo una linea rossa precisa permetterebbe all’avversario di avvicinarsi a quel limite senza mai superarlo, restando permanentemente sotto soglia — è la logica stessa della “guerra ibrida” come la si intende nella letteratura di settore: la combinazione di strumenti militari e non militari, operazioni palesi e coperte, calibrata apposta per restare al di sotto del livello che giustificherebbe una risposta di difesa collettiva.
Coerentemente con questa impostazione, dopo gli sconfinamenti di droni in Romania ed Estonia nel 2025 entrambi i governi hanno preferito attivare consultazioni ex Articolo 4 (il meccanismo con cui un alleato che ritiene minacciata la propria sicurezza chiede una consultazione politica agli altri membri) piuttosto che tentare la strada, politicamente molto più impegnativa e con conseguenze operative dirette, dell’Articolo 5. Sul fronte dell’Unione Europea si è aperto in parallelo un dibattito, ancora in evoluzione, sull’utilizzo dell’Articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea (la clausola di mutua assistenza attivata dalla Francia dopo gli attentati di Parigi del 2015) come possibile canale complementare alla NATO per rispondere a crisi sotto soglia con strumenti civili, regolatori ed economici che l’Unione può mobilitare più rapidamente di una risposta militare.
Il Consiglio dell’Unione europea ha peraltro approvato il 16 marzo 2026 conclusioni che rafforzano la cornice degli strumenti disponibili (il cosiddetto Hybrid Toolbox) condannando esplicitamente sabotaggi alle infrastrutture critiche, attività cibernetiche malevole, manipolazione dell’informazione, interferenza elettorale e strumentalizzazione della migrazione come vettori riconosciuti di aggressione ibrida, indipendentemente dall’origine, dalla scala e dall’intensità della campagna. È un’evoluzione significativa rispetto al primo quadro congiunto UE-NATO del 2016: la minaccia ibrida è ormai trattata come categoria operativa unica e trasversale, non più come somma di fenomeni settoriali distinti (cyber, disinformazione, migrazione) da affrontare separatamente.
Il vuoto marittimo
Se sul piano aereo la risposta NATO ha già prodotto risultati visibili e verificabili (l’impiego di F-35 olandesi e F-16 polacchi per abbattere i droni sopra la Polonia nel settembre 2025 resta il caso di scuola più citato) il dominio marittimo e sottomarino continua a rappresentare il punto debole della postura alleata. Le cosiddette flotte “ombra” (naviglio civile con documentazione societaria e di bandiera deliberatamente opaca, utilizzato per aggirare le sanzioni sul petrolio russo) vengono descritte dagli analisti di sicurezza come uno strumento a duplice uso, impiegabile anche per operazioni ibride vere e proprie: lancio di droni verso le coste del Baltico e del Mare del Nord, sabotaggio di infrastrutture sottomarine, mantenendo in entrambi i casi l’attribuzione volutamente incerta. Il segretario generale Rutte, nell’annunciare Baltic Sentry, ha ricordato che oltre il 95% del traffico internet globale transita su cavi sottomarini e che ogni giorno transazioni finanziarie per un valore stimato di 10 mila miliardi di dollari dipendono da 1,3 milioni di chilometri di cavo, un dato che rende evidente la sproporzione tra il valore strategico dell’infrastruttura e la relativa facilità con cui può essere colpita da un’unità civile che si allontana per errore, o per scelta deliberata, dalla rotta prevista.
Rispetto al dominio aereo, dove l’intercettazione fisica è tecnicamente più matura e le regole d’ingaggio più consolidate, il dominio marittimo sconta tre limiti strutturali che difficilmente saranno risolti nei prossimi 12-24 mesi: un costo di sorveglianza persistente molto più alto (aree marittime vastissime rispetto alla densità di sensori disponibili); un’attribuzione intrinsecamente più complessa, perché un’ancora trascinata per centinaia di metri da una nave “alla deriva” è difficilmente distinguibile, nell’immediato, da un sabotaggio deliberato; e una cornice giuridica (il diritto internazionale del mare, il regime delle bandiere di comodo, i limiti al diritto di visita e ispezione in acque internazionali) molto più permissiva per chi intende operare nell’ambiguità legale rispetto a chi sconfina in uno spazio aereo sovrano.
Le priorità dei prossimi mesi
Sintetizzando gli elementi raccolti, la traiettoria più probabile per i prossimi due anni si articola su cinque direttrici, che meritano di essere seguite da chi si occupa di pianificazione e force generation a livello nazionale:
Attribuzione rapida e coordinamento tecnico
Il limite più citato dagli analisti — rilevamento disomogeneo tra Paesi, competenze legali frammentate tra autorità civili e militari, opzioni di risposta spesso sproporzionate rispetto alla minaccia reale, attribuzione troppo lenta per garantire deterrenza in tempo reale — è probabilmente il terreno su cui si concentrerà il lavoro tecnico alleato nei prossimi mesi, più che su nuove dichiarazioni politiche di solidarietà.
Programmi C-UAS e segmento SHORAD
La reintroduzione di unità mobili di corto raggio, in parte mutuata dall’esperienza ucraina, proseguirà su base nazionale prima che su base realmente integrata a livello ESSI/NATINAMDS: è ragionevole attendersi acquisizioni accelerate di sistemi come IRIS-T SLM, Skyranger 30 e soluzioni di jamming/directed energy a basso costo per ora, con l’obiettivo dichiarato di “far sparare per primo il sistema adeguato più economico” contro minacce a basso valore unitario come i droni Shahed/Gerbera.
Drone wall ed Eastern Flank Watch entro il 2028
La Commissione ha fissato scadenze precise — fine 2027 per la capacità drone integrata, fine 2028 per l’Osservatorio del fianco orientale — ma il meccanismo di finanziamento comune resta il nodo politico non ancora risolto: la spesa aggregata europea stimata fino al 2030 è significativa sulla carta, ma la sua traduzione in contratti di procurement concreti dipenderà dal negoziato tra Stati membri sulla governance industriale dei consorzi.
Articolo 4 NATO e Articolo 42.7 UE
Dovranno essere strumenti di consultazione politica, accompagnati da risposte diplomatiche mirate (espulsioni, chiusure consolari, restrizioni sui visti), piuttosto che da un’escalation verso l’Articolo 5 — riservato, con ogni probabilità, a scenari con vittime dirette o presenza militare ostile accertata sul territorio alleato.
Il gap marittimo e sottomarino
Nonostante Baltic Sentry, la sorveglianza delle flotte ombra e delle infrastrutture sottomarine continuerà a scontare i limiti strutturali descritti sopra, rendendo questo dominio il più esposto a nuovi incidenti nei prossimi mesi.
Il nodo dell’interoperabilità
Il dato più significativo dell’intera vicenda non è la singola esplosione di Lipsia, ma la conferma che la NATO ha scelto coerentemente in tutti i teatri toccati dalla minaccia ibrida di rispondere potenziando le strutture di comando esistenti (ACO, JFCBS, MARCOM, NATINAMDS) piuttosto che creare comandi paralleli, e di finanziare capacità attraverso procurement aggregato (ESSI, drone wall) piuttosto che tramite un’unica piattaforma centralizzata.
È una scelta che privilegia la velocità di implementazione e il rispetto delle sovranità nazionali, ma che eredita, come segnalano concordemente think tank di settore come Finabel ed EPC, un rischio di frammentazione tecnica e di comando e controllo che potrebbe rivelarsi il vero collo di bottiglia nel momento in cui la minaccia dovesse saturare le difese con attacchi realmente coordinati su più domini contemporaneamente (aereo, marittimo, cibernetico) anziché sequenziali come finora osservato.
È su questo nodo, l’integrazione “any sensor/any shooter” tra sistemi nazionali eterogenei acquisiti in tempi rapidi, che si giocherà, nei prossimi due anni, la reale credibilità della deterrenza europea contro la guerra ibrida, più che sulla soglia, volutamente indefinita, dell’Articolo 5.
Bibliografia
“La guerra tiepida. Il conflitto ucraino e il futuro dei rapporti tra Russia e Occidente”, a cura di Enrico Casini e Andrea Manciulli, Luiss University Press, 2023
“Guerra cognitiva e sicurezza nazionale”, a cura di Roberto Sgalla e Alessandro Sterpa, Editoriale Scientifica, 2026

















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