La Sanità militare italiana si prepara alla trasformazione più significativa degli ultimi decenni. Il passaggio al Corpo unico previsto dal 2027 non rappresenta soltanto una riorganizzazione delle componenti sanitarie delle Forze Armate, ma apre la possibilità di costruire un sistema unitario capace di integrare medicina operativa, digital health, ricerca biomedica e cooperazione con il Servizio Sanitario Nazionale.
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Sanità militare 2027, dalla riforma organizzativa alla nuova infrastruttura sanitaria nazionale
In questa prospettiva, la Sanità militare può evolvere da insieme di strutture e capacità prevalentemente dedicate alla Difesa a vera infrastruttura sanitaria dual use del Paese.
Il punto di svolta è il decreto legislativo 3 aprile 2026, n. 74, che ridisegna struttura organizzativa e ordinamento della Sanità militare e pone le basi per la costituzione, dal 1° gennaio 2027, del Corpo unico. La riforma si inserisce in una strategia più ampia: l’Atto di indirizzo 2026-2028 della Difesa individua un unico Servizio Sanitario Militare Nazionale, fondato su una governance interforze, personale sanitario interoperabile e capacità biomediche integrate con le innovazioni sviluppate negli altri comparti della Difesa.
La trasformazione è anche digitale. Tra le priorità indicate dalla Difesa figurano il completamento della digitalizzazione del sistema sanitario militare, il raccordo con il Fascicolo Sanitario Elettronico e il potenziamento, entro il 2028, delle strutture sanitarie di aderenza e degli assetti medici d’urgenza destinati sia ai teatri operativi sia alle situazioni emergenziali. L’approccio dichiarato è quello One Health, in una prospettiva che collega salute del personale, medicina preventiva, capacità operative e resilienza sanitaria.
Il recente avvicendamento al vertice dell’Ispettorato Generale della Sanità Militare conferma questa direzione. Il 4 settembre 2026, in occasione del passaggio di consegne tra il generale Carlo Catalano e il generale Vincenzo Campagna, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha indicato nell’integrazione interforze e nella maggiore sinergia con sanità pubblica, università, ricerca e industria gli assi del processo di rinnovamento.
Si delinea così un sistema con una doppia missione: garantire la readiness sanitaria delle Forze Armate e, allo stesso tempo, contribuire alla resilienza sanitaria nazionale. È proprio nell’intersezione tra queste due funzioni che la riforma può assumere una valenza strategica più ampia: trasformare la Sanità militare in una rete interoperabile di strutture, competenze, dati e tecnologie, capace di operare tanto nelle missioni militari quanto nelle grandi emergenze del sistema Paese.
Dal decreto 74 al modello Crosetto: governance, welfare e sussidiarietà
Il decreto legislativo n. 74/2026 attribuisce alla Sanità militare un perimetro che va ben oltre l’assistenza al personale delle Forze Armate. Accanto al supporto sanitario alle operazioni in Italia e all’estero, rientrano la tutela della salute del personale, la medicina preventiva, la formazione e la ricerca, il concorso al Servizio Sanitario Nazionale secondo il principio di sussidiarietà e l’intervento nelle situazioni di emergenza e calamità. La riforma costruisce quindi una capacità sanitaria permanente, pensata per operare sia nella dimensione militare sia, quando necessario, a supporto del sistema Paese.
Dal 1° gennaio 2027 il personale sanitario delle diverse Forze Armate confluirà nel Corpo unico della Sanità militare, superando progressivamente una frammentazione organizzativa storica. La nuova architettura concentra indirizzo, pianificazione e coordinamento in una governance interforze, mantenendo al tempo stesso il collegamento con le esigenze operative delle singole componenti. Anche la possibilità che il Direttore della Sanità militare provenga, in presenza dei requisiti previsti, dal settore sanitario civile introduce un elemento significativo: la gestione del sistema viene concepita come punto di incontro tra competenze manageriali sanitarie e specificità della catena di comando militare.
Uno degli elementi più innovativi riguarda però il rapporto con il sistema sanitario civile. La riforma apre alla costituzione di un sistema nazionale di poliambulatori militari e al riordino delle strutture sanitarie anche secondo logiche dual use. Nel rispetto della programmazione sanitaria regionale, alcune di queste strutture potranno sviluppare forme di accreditamento e collaborazione con il SSN e con le aziende sanitarie, creando capacità utilizzabile per il personale della Difesa e, secondo criteri definiti di sussidiarietà, anche dal sistema civile.
È qui che il modello assume una valenza più ampia. L’indirizzo strategico della Difesa collega, infatti, il riordino della Sanità militare alla digitalizzazione, all’interoperabilità del personale e delle capacità, all’integrazione dell’innovazione biomedica e a una funzione di welfare rivolta a militari e famiglie. La sanità diventa così contemporaneamente capacità operativa, infrastruttura di tutela del personale e possibile riserva strategica per il Paese.
La sfida sarà trasformare questa apertura in un modello realmente integrato, evitando sia la duplicazione delle capacità già presenti nel SSN sia una separazione rigida tra sistema militare e civile. Il valore del dual use risiede proprio nella possibilità di condividere, quando necessario, strutture, competenze, tecnologie e capacità produttiva, preservando al tempo stesso la readiness richiesta alla Difesa. In questa prospettiva, la sussidiarietà non rappresenta una funzione accessoria della riforma, ma uno dei meccanismi attraverso cui la nuova Sanità militare può contribuire alla resilienza complessiva del sistema sanitario nazionale.
Patient journey digitale, dal punto di ferimento al ritorno in servizio
Nella sanità militare il percorso del paziente assume caratteristiche profondamente diverse rispetto alla sanità ordinaria. Inizia prima dell’evento acuto, con prevenzione, sorveglianza sanitaria e valutazione dell’idoneità psicofisica, e può proseguire attraverso primo trattamento, triage, stabilizzazione, evacuazione, ospedalizzazione, riabilitazione e recupero funzionale, fino al ritorno in servizio. La continuità assistenziale deve quindi essere garantita tra luoghi, professionisti e livelli di cura differenti, anche in condizioni operative caratterizzate da mobilità, connettività limitata e maggiore esposizione al rischio.
In questo scenario, il dato clinico diventa una capability operativa. Le informazioni essenziali devono accompagnare il paziente lungo l’intera catena sanitaria, essere disponibili nel momento e nel luogo in cui servono e mantenere integrità, tracciabilità e sicurezza anche quando le infrastrutture digitali tradizionali non sono pienamente disponibili. La digitalizzazione della sanità militare richiede quindi un’architettura progettata non soltanto per l’interoperabilità, ma anche per resilienza, continuità operativa e funzionamento in condizioni degradate.
Per l’Italia, uno dei passaggi decisivi sarà integrare progressivamente cartella sanitaria elettronica della Difesa, telemedicina, diagnostica portatile, logistica sanitaria e sistemi di comando e controllo con il Fascicolo Sanitario Elettronico e le altre infrastrutture nazionali, mantenendo al tempo stesso una chiara separazione dei domini informativi quando la natura operativa o classificata del dato lo richiede. L’obiettivo non può essere costruire un sistema parallelo, ma definire un’architettura capace di stabilire quali informazioni possano essere condivise, con chi, in quale momento e con quale livello di protezione.
La riforma apre inoltre uno spazio rilevante per l’innovazione. Le competenze attribuite alla nuova governance sanitaria in materia di ricerca scientifica e tecnologica, sviluppo di tecnologie medico-sanitarie e valorizzazione della proprietà intellettuale possono creare un collegamento più diretto tra bisogno operativo, sperimentazione e procurement. Intelligenza Artificiale per il supporto decisionale, sensoristica e wearable, teleassistenza, diagnostica point-of-care, dispositivi rugged, sistemi autonomi per il supporto all’evacuazione e piattaforme di Medical Situation Awareness rappresentano alcuni degli ambiti nei quali questa integrazione può produrre capacità concrete.
Il risultato può essere un vero continuum sanitario digitale, dal punto di ferimento fino al recupero e al ritorno in servizio, nel quale persone, dati, mezzi e strutture rimangono connessi lungo l’intero percorso.
Francia, NATO e UE: la medicina militare come laboratorio dual use
La trasformazione italiana si inserisce in una traiettoria europea più ampia, nella quale la sanità militare sta assumendo una funzione che supera il tradizionale supporto alle operazioni. Interoperabilità tra Paesi, digitalizzazione della catena sanitaria, cooperazione civile-militare e sperimentazione di tecnologie in condizioni operative stanno progressivamente trasformando la medicina militare in un laboratorio avanzato per soluzioni potenzialmente trasferibili anche alla sanità civile e alla gestione delle grandi emergenze.
La Francia rappresenta uno dei casi più interessanti. Il Service de santé des armées sta accelerando la digitalizzazione della medicina operativa con l’obiettivo di garantire continuità informativa lungo l’intera catena sanitaria, dalla medicina di prossimità agli ospedali militari fino ai teatri operativi. In questa direzione si colloca il programma e-SAN, orientato alla gestione digitale del percorso sanitario e alla costruzione di sistemi interoperabili anche con Paesi alleati. La logica è strategica: l’informazione sanitaria deve poter seguire il militare attraverso strutture, mezzi e nazioni differenti senza perdere continuità, sicurezza e significato clinico.
L’Intelligenza Artificiale sta iniziando a entrare anche nella pianificazione sanitaria operativa. Nell’esercitazione francese COALITION 26, svolta nell’aprile 2026, l’AI è stata utilizzata per generare scenari realistici e richieste di evacuazione relative a centinaia di pazienti simulati, consentendo di addestrare il personale alla gestione di afflussi massivi di feriti, alla distribuzione dei pazienti tra differenti strutture e alla decisione in tempo reale. Il valore dell’AI emerge quindi non soltanto nell’assistenza al singolo paziente, ma nella capacità di simulare e governare sistemi sanitari complessi in condizioni di forte pressione.
La stessa direzione è emersa con ancora maggiore evidenza in Vigorous Warrior 2026, la più grande esercitazione multinazionale NATO dedicata alla medicina militare, svolta in Estonia dall’8 al 20 giugno con la partecipazione di 38 Paesi alleati e partner. L’esercitazione ha testato il supporto sanitario in scenari di operazioni su larga scala, concentrandosi su interoperabilità tra nazioni, innovazione tecnologica e cooperazione civile-militare. In questo contesto la capacità sanitaria non viene più valutata soltanto all’interno della singola Forza Armata, ma come parte di una rete multinazionale nella quale pazienti, informazioni, mezzi di evacuazione e capacità assistenziali devono poter essere coordinati oltre i confini nazionali.
Anche l’Unione europea sta progressivamente istituzionalizzando questa convergenza. La Preparedness Union Strategy prevede il rafforzamento della cooperazione civile-militare, la definizione di standard per la pianificazione e gli investimenti dual use e lo svolgimento di esercitazioni comuni, inserendo la sanità nella più ampia strategia europea di preparazione alle crisi.
Per l’industria medtech e digital health europea si apre così uno spazio particolarmente interessante. Telemedicina, diagnostica portatile, cybersecurity sanitaria, edge computing, sistemi autonomi, sensoristica, interoperabilità e strumenti di supporto decisionale possono essere sperimentati in ambienti caratterizzati da requisiti estremi di sicurezza, continuità e resilienza. La sanità militare può diventare, in questo senso, un vero test bed dual use: un ambiente nel quale validare tecnologie progettate per funzionare nelle condizioni più difficili e trasferirne successivamente applicazioni ed evidenze verso emergenza-urgenza, protezione civile e sanità ordinaria.
Sanità militare 2027, le priorità per trasformare il riordino in capacità misurabile
Il passaggio al Corpo unico del 2027 rappresenta il punto di partenza, non quello di arrivo. La vera misura del successo della riforma sarà la capacità di trasformare una nuova architettura organizzativa in capacità sanitaria effettivamente disponibile: per le operazioni militari, per la tutela del personale e, nei casi previsti, per il supporto al sistema sanitario nazionale. Governance, processi clinici, infrastrutture, dati, competenze e procurement dovranno quindi evolvere come componenti di un unico modello operativo.
La prima priorità riguarda l’infrastruttura digitale. Serve un’architettura nazionale della Sanità militare capace di garantire continuità del dato lungo l’intero patient journey e, allo stesso tempo, interoperabilità selettiva con il Fascicolo Sanitario Elettronico e le altre infrastrutture sanitarie nazionali. Il principio dovrebbe essere quello di una condivisione governata: rendere disponibili le informazioni necessarie alla continuità assistenziale, preservando domini separati quando esigenze operative, sicurezza o classificazione delle informazioni lo richiedono.
La seconda priorità è trasformare il concetto di dual use in capacità concretamente utilizzabile. Una rete iniziale di strutture militari potrebbe diventare il terreno sul quale sperimentare modelli di collaborazione con Regioni, aziende sanitarie e altre istituzioni pubbliche, definendo preventivamente quali capacità possano essere condivise e quali debbano rimanere disponibili per le esigenze della Difesa. Il risultato dovrebbe essere misurato attraverso indicatori comuni: volumi, tempi di risposta, qualità clinica, capacità disponibile in emergenza e livelli minimi da preservare per garantire la readiness militare.
La terza priorità riguarda l’innovazione. La nuova architettura offre l’opportunità di costruire una filiera stabile tra Sanità militare, ricerca, università, IRCCS e industria, nella quale il bisogno operativo diventi il punto di partenza per sperimentazione, validazione e procurement. Tecnologie sviluppate per telemedicina, diagnostica portatile, sensoristica, Intelligenza Artificiale, sistemi autonomi e Medical Situation Awareness potrebbero essere validate in contesti operativi e, quando appropriato, trasferite verso emergenza-urgenza, protezione civile e sanità ordinaria.
Il segnale arrivato dal vertice della Difesa è coerente con questa prospettiva. Nel passaggio di consegne del settembre 2026 tra il generale Carlo Catalano e il generale Vincenzo Campagna, il Capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano ha ricondotto il rinnovamento della Sanità militare alla prontezza operativa, alla tutela e al rapido recupero psicofisico del personale e a una maggiore integrazione con sanità pubblica, accademia, ricerca e industria. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa convergenza in un operating model verificabile, nel quale ogni investimento sanitario, digitale o biomedicale sia associato a un risultato misurabile in termini di readiness, qualità clinica o resilienza nazionale.
Il successo della riforma non dipenderà quindi dalla sola costituzione del Corpo unico, ma dalla capacità di costruire intorno ad esso una rete interoperabile di strutture, professionisti, dati e tecnologie. Se questo passaggio verrà realizzato, la Sanità militare potrà diventare non soltanto una componente più integrata ed efficiente della Difesa, ma una vera infrastruttura dual use per la sicurezza e la resilienza sanitaria del Paese.
























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