Per tutti i pontificati della storia contemporanea, si configura una dialettica tra Chiesa, media e informazione. Già di per sé, una tale dinamica rappresenta un tema rilevante di comunicazione pubblica e istituzionale, ma oggi diventa più impegnativo di fronte all’evidenza che un tale dimensione interferisca con temi quali la fede e l’appartenenza religiosa, stimolando una discussione più avanzata sui conti che siamo chiamati a fare con la modernità e il cambiamento sociale, ogni volta che ci concediamo almeno un minimo di riflessività.
Sia la devozione alla comunicazione che un prezioso “rientro in noi stessi” provano che processi come quelli accennati sono destinati ad accelerarsi a fronte di un’idolatria collettivamente condivisa, che alimenta a modo suo la nostra mente e, più in generale, il clima culturale di uno specifico tempo. Sotto questo profilo, rappresenta un problema intellettuale ogni novità che attesti la progressiva maturazione di un’attenzione nuova per il sistema comunicativo in quanto tale, con un particolare focus sulle professionalità e gli operatori coinvolti.
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Leone XIV tra comunicazione, modernità e secolarizzazione
Si tratta infatti del segno più evidente di un trend non nuovo, che rimonta certamente a Papa Francesco, e in particolare alla stagione della malattia e morte, a cui è seguito l’avvento di un nuovo pontefice: importanti segni dei tempi che vanno tuttavia interpretati entro una cornice diversa e più audace, quella di una tregua non breve del processo di esuberante tranquillità della secolarizzazione nel clima culturale contemporaneo.
si profila infatti, un indicatore di aumento nella magnitudo comunicativa, almeno a confronto con i tempi più recenti; in altre parole, a partire dai mesi conclusivi del papato di Francesco, una nuova ventata di interesse mediale ha comportato un ennesimo rilancio dell’immagine del Vaticano, della città di Roma e soprattutto del nuovo pontefice..
Tutto ciò è fondato sui dati[1], e lo documentano le cifre della partecipazione fisica di fedeli e non, vistosamente sostenute dalle audience televisive giornalistiche e soprattutto digitali; siamo in presenza di un network di elementi quantitativi indicanti un’imprevista sospensione nel trend ad una progressiva evanescenza decretata da tempo dalla comunicazione nei confronti della fede e del Credo. In ogni caso, siamo tuttavia di fronte ad un episodio tutt’altro che irrilevante di ridimensionamento di quella “laicizzazione di maniera”, intesa come acquiescenza alla sottile campagna di persuasione volta a rinunciare alla religione e alla trascendenza.
Entro questo contesto si affaccia un cambiamento più sottile e profondo, e riguarda il sentiment della narrazione comunicativa e del lunghissimo storytelling attivato dai media. Esso rimonta manifestamente alla fase finale di Papa Francesco, al Conclave e all’avvento di Leone XIV. Egli è stato subito protagonista di un singolare rinnovamento nello stile di rapporto con l’informazione, con una specifica attenzione ai suoi professionisti[2]; ha funzionato da centro di attrazione mediatica senza precedenti per quantità e qualità radicalizzando un trend che, a partire dalla malattia e dalla fine di Papa Francesco, aveva innovato almeno in parte le categorie linguistiche e le stesse priorità narrative.
È riduttivo in proposito parlare di coincidenze o di eventi connessi alla sola dimensione emotiva; siamo invece di fronte ad un fenomeno sociale inatteso, che spinge a riaprire lo sguardo sullo stato di salute della secolarizzazione, che oggi rischia di apparire più interessante della retorica sulla crisi della Chiesa.
È chiaro che non possiamo mettere sullo stesso piano eventi quali la morte e la successione di un nuovo Pontefice, a confronto con la lunga dinamica di esaurimento del sentimento religioso sponsorizzata dal clima culturale dominante e dai media, che lo hanno assunto da tempo come ineluttabile esito della modernità. E tuttavia si affaccia non timidamente, una nuova narrativa, in parte adottata anche dal pensiero “laico” da tempo meno schierato e sicuro di sé, che scorge e interpreta i segni di “resistenza” della Chiesa, la sua capacità organizzativa dal basso e la stessa volontà di rilanciare messaggi di rivendicazione del valore individuale e sociale della religione.
Si tratta, anche perché gli studiosi di comunicazione, di un fenomeno con cui fare i conti sul piano intellettuale per diverse ragioni: è avvenuto inaspettatamente sotto gli occhi del mondo, e dunque sarà difficile considerarlo una fiammata, poiché ha evidenziato un sistematico aumento dei decibel dell’attenzione mediale per quanto stava avvenendo. Di conseguenza, non a caso abbiamo avanzato l’ipotesi di una pausa nella rincorsa ideologica della secolarizzazione, alimentata da una diversa attenzione di quel mondo che genericamente definiremo laico, evidentemente divenuto più sensibile al disagio,se non alla crisi, intorno al senso ed ai valori del nostro tempo.
Non si tratta euforicamente di dare per superata quella sottile egemonia culturale alimentata da diverse secoli che definiamo secolarizzazione; per alzare i toni descrittivi la sicurezza interpretativa ci vogliono prove e dati ben più longitudinali. Ma non per questo segnali consistenti, da confermare nel tempo, possono autorizzarci a pensare che, senza evocare una vera e propria crisi del processo di scristianizzazione, registriamo tuttavia una riduzione di forza e di vocalità di quella marcia trionfale che dava per scontato il tramonto del messaggio religioso e dell’idea stessa della trascendenza.
È plausibile allora formulare l’ipotesi che siamo in un contesto abbastanza diverso, che induce tutti a rimettere in discussione, e magari a dichiarare in modo meno annacquato, priorità e visioni della vita. Senza una premessa di questo genere non avremmo argomenti ed interpretazioni per capire le novità di contesto, che non sembrano peraltro avviate al ridimensionamento: un rilancio dell’identità cattolica non solo a livello nazionale, il ritorno della centralità di Roma sotto gli occhi del mondo, divenuta ancora una volta la capitale di una nuova attenzione da parte dei media.
Ma c’è altro: una più coraggiosa dichiarazione di appartenenza vissuta come reazione alla dittatura della secolarizzazione; sotto questo profilo,si tratta di una visione che dovrà certamente consolidare dati e riscontri di un ritorno di interesse di cui nel recente passato certo non abbondavano le prove. Su questo tema gli studi di scienze sociali soccorrono l’obiettivo di questo saggio, volto a ricordare a ricercatori e studiosi che le novità teoriche vanno colte statu nascenti[3],nella loro prima insorgenza: cambiamenti di questo genere sono centrali per capire il nostro tempo per la buona ragione che esprimono bisogni nuovi, e dunque insoddisfatti dalla comunicazione e dal clima culturale precedenti.
La prova più consistente va individuata nella diffusione di un’aspettativa di fiducia che ha spinto le persone a spostarsi fisicamente a Roma, scegliendo dunque la fatica del viaggio, che “fa rima” con la parola Giubileo: è così che abbiamo potuto registrare un trend all’aumento delle presenze, così come delle platee televisive e digitali. Questa attesa echeggia una fantastica metafora, tipica nella storia della Chiesa, e definita pienezza dei tempi[4].
Essa ha trovato il suo Papa, e non certo solo per una piena disponibilità’ all’esposizione comunicativa. Tutt’altro. C’è stato molto di più nelle novità di questa stagione che spinge a valorizzare emozioni impregnate di una diversa testimonianza pubblica della fede. Non a caso Leone ha ripetuto che stiamo vivendo giorni e tempi positivi che definisce “di grazia”.
Si intuisce del resto cosa intenda il nuovo Papa riflettendo sulla scelta del nome che ha rappresentato un immediato ancoraggio alla Dottrina sociale; un felice atto che rievoca un importante momento di svolta verso la modernità e sopraggiunge in un contesto culturale e comunicativo ben più affollato di messaggi opposti, puntualmente ispirati ad un’apologia della modernità e del nuovo.
Con Leone XIV sembra recuperare agibilità un messaggio alternativo che mette al centro un patrimonio dottrinario e spirituale a cui guardano, con rinnovata emozione, platee interessanti di credenti ma anche persone semplicemente attente alla crisi della modernità.
L’intreccio fra i due temi finora descritti induce ad un principio di cautela, non trascurando dunque l’ipotesi che il grande tam-tam comunicativo sviluppatosi in quegli ultimi mesi, possa prevedibilmente rientrare in parametri meno lusinghieri. È un trend plausibile che tuttavia non rimuove quanto finora successo: mai infatti gli studiosi hanno potuto annotare una così estesa stagione di ipercomunicazione per i Pontefici, il Vaticano e la Chiesa. In altre parole, si è delineata una diversa relazione documentata dai fatti e dunque dai dati.
Dalla rianimazione comunicativa della Chiesa al lascito di Papa Francesco
Passando ora ad elencare gli ingredienti di questo singolare movimento di “rianimazione comunicativa” della Chiesa, la prima constatazione riguarda la vicenda biografica e spirituale di Papa Francesco. Di quest’uomo rimarranno nel tempo alcune singolarità mai verificatesi in modo paragonabile nei pontificati precedenti; la prima è quella di aver contribuito a riscrivere e divulgare frasi, concetti e foto d’epoca di straordinaria risonanza semantica, che Francesco è riuscito “naturalmente” a trasferire addirittura nel linguaggio dello spazio pubblico, con una singolare attitudine a cogliere parole di piena attualità, dunque in consonanza con i bisogni delle scritture giornalistiche.
Gli esempi sono francamente abbondanti: terza guerra mondiale “a pezzi”, periferie sociali ed esistenziali, Ecologia integrale, cura del Creato, social non significa sociale; tutto ciò in un contesto di rinnovata attenzione ai processi di perdita di umanizzazione, in parte connessa al disordine nello scacchiere del mondo.
Radicalizzando, si può assumere che Papa Francesco ha influito su quelle che definiamo etichette informative e addirittura titoli di testa di intere pagine. Anche qui dunque si rintraccia una dialettica diversa tra un mondo della comunicazione abbastanza impregnato dal laicismo e, per converso, un contagio verificabile rispetto alle parole forgiate e lanciate efficacemente dal Pontefice.
A questa non banale linea di tendenza, che ha sdoganato lo sguardo verso il Vaticano e la Chiesa, si è aggiunto il peso psicologico della lunga malattia e della degenza ospedaliera al Gemelli, conclusa peraltro con il momento del rientro a “casa”, presto interrotto dalla morte di Francesco. Si è trattato certamente di un imponente giacimento emotivo che ha indubbiamente contribuito alla mobilitazione pubblica, tanto più rilevante perché registratasi in tempo giubilare[5].
L’intreccio fra queste vicende ha qualificato diversamente l’afflusso dei fedeli ma anche quello dei turisti legati al Giubileo e ai suoi eventi, ottenendo un potenziamento dei numeri che una ricerca dell’Università Cattolica di Milano ha quantificato in quattro milioni e mezzo di presenze fisiche (il dato è stato ampiamente divulgato dai media mainstream); ad essi, il buonsenso chiede di aggiungere l’effetto moltiplicatore che tutto ha sulla platea televisiva e sull’attivismo digitale.
Dal dispotismo digitale all’intelligenza artificiale nel pensiero di Leone XIV
Soffermiamoci ora su quest’ultimo tema, perché è venuto il momento di accendere un focus dedicato alla novità più radicale del nostro tempo: il tentativo di dominazione delle menti da parte delle piattaforme digitali e delle big tech. La vaticanista Angela Ambrogetti[6], nel contesto di un breve e sapido profilo sulla comunicazione degli ultimi Papi, ha recuperato una perla sul tema risalente al 2012, quando Prevost era Priore Generale dell’Ordine degli Agostiniani. Ascoltiamolo: “Nel mondo occidentale contemporaneo, l’immaginario umano relativo sia alla fede religiosa sia all’etica è largamente modellato dai mass media”.
Si tratta di un’acquisizione netta e decisiva, a cui il futuro Papa aggiunge un’ulteriore argomentazione: “la simpatia alimentata dai media per la scelta di stili di vita opposti al Cristianesimo viene inculcata nel pubblico con tanta abilità ed astuzia che, quando le persone ascoltano il messaggio cristiano, esso appare inevitabilmente ideologico ed emotivamente crudele rispetto all’apparente umanità della prospettiva anti-cristiana” (corsivi nostri).
Non siamo solo di fronte a giudizi articolati, ma a concetti centrali scolpiti in tempo reale rispetto alle prime diagnosi, ben più timide, provenienti sia dal mondo ecclesiastico che dai media studies; entrambi allora si misuravano più cautamente con un fenomeno che da poco tempo abbiamo cominciato a definiredispotismo digitale.
Il valore di questo campo di studi riposa nell’estrema chiarezza e nella loro singolare tempestività. Non a caso, all’epoca il dibattito coinvolgeva pochi autori (non sempre di ispirazione cattolica), riconoscibili ex post perché protagonisti di una tematizzazione coraggiosa del nodo tra educazione, socializzazione e dominazione mediale, il cui studio presenta il vantaggio di cogliere meglio, e in tempo reale, il processo di cambiamento e soprattutto i suoi indicatori.
Un collegamento di questo genere non è sfuggito a Roberto Regoli, che lo ritrae, a distanza di tempo e sempre nel citato numero di Formiche, commentando la posizione di Leone sull’Intelligenza Artificiale; con riguardo a questo tema “si può ben immaginare che le preoccupazioni del Papa… non siano di natura tecnologica, ma riguardino il suo impatto nel modo in cui comprendiamo noi stessi e come ci trattiamo a vicenda”: quasi un breviario sul fondamento sociale della realtà[7]. È difficile non riconoscere ex post quanta ragione si intraveda in queste parole, ora che abbiamo potuto misurarci con la sua prima enciclica Magnifica Humanitas.
A partire da formulazioni simili, si delinea uno spazio profondo di diversa conciliazione tra pensiero della Chiesa e visioni sempre più consapevoli, adottate ad esempio da una parte della comunità scientifica, con una sottolineatura per quella sociologica applicata a media e tecnologie; è sorprendente annotare quanto le conclusioni di diversi saggi e ricerche8*) coinvolgenti tanti ricercatori nel settore risultino affini alle tesi argomentate da Leone.
E si profila qualcosa di ancor più importante, poiché la presa di coscienza dell’impatto dei media sulle menti e sulla coscienza[8] ha segnato l’incipit di un ritorno di interesse da parte di esperti e studiosi ad indagare le trasformazioni della stessa secolarizzazione, lungo un percorso che ha visto nell’ultimo biennio una chiara intensificazione di approcci e contributi[9].
Media, coscienze e nuova evangelizzazione
Qui vale la pena ripetere la metafora della “pienezza dei tempi”; in quest’ottica non può essere un caso che nell’Intervento[10] di fronte ai giornalisti di tutto il mondo a pochissimi giorni dalla sua elezione, il nuovo Papa abbia dichiarato che “una delle sfide più importanti oggi è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla Torre di Babele, in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi”.
Più pertinente che mai, sull’intera questione posta, si rivela la riflessione sul pensiero di Leone XIV nel saggio di Mauro Magatti dedicato alla “presa di coscienza sulla sfida tecnologica”. Il sociologo osserva che, se la rivoluzione industriale “ha trasformato i corpi e le fabbriche, la rivoluzione digitale trasforma le menti, le relazioni, il modo stesso di abitare il mondo”.
E poco più avanti aggiunge: “non basta regolare il cambiamento ma occorre formare le coscienze, educare alla libertà interiore, riscoprire il senso spirituale della tecnica. In gioco non c’è solo il futuro del lavoro e dell’economia, ma il futuro dell’uomo stesso, la possibilità che rimanga soggetto, e non oggetto, di questa trasformazione”. Del resto, “il tempo per agire è ora. Il mondo digitale non aspetta”.
Le priorità dei temi rilevanti per il futuro della Chiesa finiscono inevitabilmente per intrecciarsi con gli interrogativi sul senso e sulla persistenza dell’umano, evidenti ovviamente anche nel mondo laico, ma anche nella produzione scientifica che finalmente torna prepotentemente a interrogarsi su come avviene oggi la formazione dei bambini e delle persone.
A fronte di temi come questi, lo stesso pensiero laico risulta spesso attonito, ma anche la Chiesa rischia, sotto il peso di una fede sempre più individualizzata e negoziabile che implica “l’affievolimento del pensiero cristiano come esperienza vivente” (n.11), riaprendo la questione di una nuova evangelizzazione.
Le stesse scienze sociali, nell’autonomia delle scelte culturali da approfondire, sono chiamate dunque ad affrontare con decisione l’egemonia culturale delle tecnologie o meglio il nodo di una vera e propria “idolatria delle macchine”[11]. Solo così si staglia il rilievo assunto su questi temi da Papa Prevost; nello stesso numero di Formiche, l’arcivescovo Fabio Fabene suggerisce che egli parla a tutti, “sapendo gettare lo sguardo lontano per andare incontro alle domande, inquietudini e sfide di oggi”[12]. Un messaggio essenziale per gli addetti alla conoscenza e alla ricerca, e quanti vogliono davvero interpretare, e non solo ossequiare, il cambiamento contemporaneo.
Magnifica Humanitas e media studies: le affinità con Leone XIV
Il titolo celebre di Wolfgang Goethe sulle affinità si impone come stimolo intellettuale al centro di questa seconda parte del paper, articolato su un’attenta lettura della prima Enciclica di Leone nell’obiettivo di misurare distanze ed analogie discorsive e semantiche che mai, come nellaMagnifica Humanitas, sembrano emergere con equivalente intensità tra studiosi ed accademici da un lato, e Papa Prevost dall’altro.
La Torre di Babele come immagine del disordine informativo
Entro questo obiettivo, e rispettando fedelmente la progressione del testo, prendo le mosse dall’interesse del pontefice per l’ampia cosmologia di metafore sulla Torre di Babele, individuata come indicatore della dislessia contemporanea, e persino perfetta figurazione del disordine informativo, Secondo un’ acquisita definizione adottata dagli esperti di giornalismo.
L’incipit di Leone prende il via proprio ritraendo l’umanità “di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Già qui siamo di fronte ad una prova di apertura culturale universalistica, rivolta a tutti, laici o credenti che siano, secondo un canone a cui Prevost dedica una sistematica attenzione
Del resto è quasi superfluo ricordare che gli studiosi di comunicazione considerano le fantastiche torri, il fastoso e affollato soggetto prediletto da grandi pittori fiamminghi, quasi assurdo logo autobiografico ed ironico della nostra tribù scientifica. Mi limito a citare in proposito un bel libro di Gian Piero Jacobelli, per il quale ho firmato la Prefazione, e che ha fatto di Babel il filo discorsivo di un sistematico affresco sulla comunicazione.[13]
Nel testo di Leone, lo storytelling della torre condannata dalla sua stessa tracotanza all’incomprensione delle lingue, delineando la versione antagonistica all’agostiniana “città di Dio”, fa emergere un’ispirazione liricamente densa che ritroveremo non a caso anche più avanti,
Non meno prezioso e concreto appare, nelle stesse pagine, il riconoscimento del compito degli uomini sulla terra, intravisto ed individuato nella capacità da parte di ogni generazione di “dare forma al proprio tempo”, soprattutto quando “l’umano corre il pericolo di smarrire il proprio volto”. In un contesto irto di criticità come il nostro, segnato da un vuoto culturale, il Papa chiede a uomini e donne del nostro tempo di “entrare in dialogo” per individuare insieme “nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti”.
Leone ricorda vigorosamente l’enciclica del suo illustre predecessore Leone XIII che, già a partire dal titolo, coniò un’espressione rivelatasi capace di attraversare i decenni senza perdere valore semantico: la Dottrina sociale della Chiesa. Essa si staglia ancor oggi come “un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire”. Istituendo un legame magistrale con il suo predecessore, da cui ha tratto ispirazione per la scelta del nome, Leone vuole aggiungere la sua voce, “invocando l’aiuto dello spirito di sapienza che abita il mondo sin dal suo inizio”.
Leone XIV e intelligenza artificiale: il potere tecnologico
Proprio fondandosi sul concetto di Res novae, Leone auspica la saggezza necessaria per interpretare “le grandi tendenze del nostro tempo, i particolari i progressi della tecnica” con esplicito riferimento alla digitalizzazione, all’intelligenza artificiale e alla robotica, che stanno “trasformando il nostro mondo”.
Prevost riconosce che lo sviluppo tecnologico ha contribuito ad “un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità”, ma non mancando di “denunciarne anche il volto ambiguo di strumenti capaci di recare danno quando non orientati al bene”, perché oggi la potenza e pervasività delle tecnologie emergenti “si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettiva”.
Mi soffermo solo un attimo a sottolineare la comunanza profonda di una terminologia di riferimento che, ormai, è tipicamente propria degli intellettuali moderni, ben oltre le singole comunità scientifiche che l’avevano inizialmente approntata. Ma è certo innegabile che le dizioni immaginario collettivo, come la formula plasmare le menti, ma anche il tema dei processi decisionali sono comunque riconducibili largamente ai media studies, pur coinvolgendo ovviamente contributi di Storia della mentalità, Psicologia cognitiva e Neuroscienze.
Citando Papa Francesco, Prevost denuncia il rischio nuovissimo di un’asimmetria in termini di sovranità giuridica, annotando che “mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa”, approdando ad un concetto costitutivo negli studi sociologici sui media come quello di effetti a lungo termine per valutarne l’impatto “sulla dignità delle persone e sul bene comune”. Anche in questo caso, mai ci è capitato di trovare corrispondenze così profonde in termini di definizioni e addirittura di concetti operativi.
Di conseguenza, è venuto il momento di “assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo (adottando) strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico”.
Tecnologie private, sovranità e bene comune
Stiamo solo commentando per il momento solo le prime cinque pagine, ma è difficile immaginare una più ardita complicità tra le diagnosi fatte proprie dal Papa e i percorsi di studio dei mediologi. Non a caso, il testo progredisce interrogandosi “su chi, oggi detenga questo potere e a quale fine lo orienti”. Sempre citando Francesco, il Papa ricorda che “l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA… danno a coloro che detengono la conoscenza, e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero” (Laudato si).
Quasi a corroborare le affinità analitiche tra Chiesa e uomini di scienza, Leone affronta subito il nodo centrale posto dalla complessità dell’epoca contemporanea: “un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione… oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”; in questo modo, il potere tecnologico assume “un volto inedito, prevalentemente privato (e dunque) più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”.
Non a caso, il successivo passaggio del testo (p.6), riconosce la necessità di “avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto”. Stiamo vivendo in modo accelerato una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca“; da un lato, “alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse mentre la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio.
Per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere?” (p. 6).
Comunicazione e IA: restare umani nel pensiero di Leone XIV
Incrociando le due icone opposte di Babele e della Gerusalemme ricostruita, il Papa si interroga sul rapporto con la tecnica e con la rivoluzione digitale in corso”, osservando che “le scoperte scientifiche rappresentano un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare, la tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie” (p.9).
Dalla Babele digitale alla pluralità delle voci
Si tratta dunque di evitare la sindrome di Babele che significa “idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico-anche digitale-capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo – una tentazione antica e sempre nuova.”
Oggi invece ricostruire significa “riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni… esiste una possibilità luminosa: edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa“ (p. 10). Ma non è trascurato un esplicito riconoscimento allo spazio dell’errore e della fragilità personale perché oggi, per Prevost, “il desiderio di pienezza dell’essere umano di essere deviato verso mete ingannevoli: l’illusione di una tecnica che permette di liberarci da ogni fragilità, o modelli di benessere che lasciano indietro interi popoli”.
Contro questa visione tipica di una società che sembra costituirsi sull’istigazione all’individualismo, la Chiesa ricorda con voce ferma “che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione della fragilità, ma da una crescita armoniosa… dove il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli” (p.12).
È un investimento forte sulla necessità di restare umani “nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione.” In queste pagine iniziali della sua enciclica, Prevost sembra aumentare la sonorità del suo messaggio, invitando tutti a non temere di “sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo”, fermando il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene” (p.16).
Commentando complessivamente le pagine di apertura, dobbiamo registrare una generosa apertura di credito per la scienza e la conoscenza pubblica e indipendente, che chiama in causa in particolare gli scienziati, i centri di ricerca e soprattutto le Università.
Ricostruire Gerusalemme nella comunione
Torniamo ancora al tema di Babele perché riemerge nelle successive parole di Leone XIV, ancora una volta istituendo un confronto con la ricostruzione del tempio di Gerusalemme raccontata nel libro di Neemia. Appare sempre singolare la lucida enfasi che il Papa dedica alla presunzione di costruire una torre “la cui cima tocchi il cielo”. Altrettanto moderna è l’idea di competere con le altre città, celebrando il proprio nome con la costruzione di una torre (Gen. 11,1-9).
Ma ora ascoltiamo in diretta Prevost: “quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a sé stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza”.
Chiamando a confronto l’icona del ritorno a Gerusalemme dopo l’esilio babilonese, il problema che si pone Neemia è quello di ricostruire sulle rovine le mura della città e soprattutto il Tempio, partendo da una fase di studio ma anche di coinvolgimento del popolo. Così “l’antica Gerusalemme ritrova una lingua comune, non quella dell’uniformità ma quella della comunione”.
Note
[1] Negli interventi precedenti a questo saggio, ho documentato l’interesse per i dati quantitativi e i trend in numerose pubblicazioni, e in particolare nelle riviste Agenda Digitale e Paradoxa. Ma è soprattutto in tre numeri della Rivista Formiche, che ho affrontato la questione degli indicatori statistici. Si tratta di tre rubriche mensili: la prima intitolata “La forza propulsiva della Chiesa”, n. 214, Giugno 2025; la seconda è dedicata a “Leone XIV e i media”, n. 215, Luglio 2025, mentre la terza documenta “Dati e segni di una Chiesa in ripresa”, n. 219, Dicembre 2025. ↩
[2] In coincidenza con il primo mese del nuovo pontificato, il Corriere dell’Umbria ha dedicato una pagina al lessico pubblico introdotto da Leone intitolata “Messaggi e parole dei primi trenta giorni di Leone XIV”, con interventi di chi firma il presente saggio, “La spinta propulsiva del Papa e quella della Chiesa”, e dell’Arcivescovo Fabio Fabene, “Le sue parole impronta di un tempo nuovo” 8 giugno 2025. ↩
[3] Il riferimento è ad un “classico” del rinnovamento nel pensiero sociologico, firmato da Francesco Alberoni, Statu nascenti. Studi sui processi collettivi, il Mulino, Bologna 1968. ↩
[4] Tra i tanti esempi di questo conio linguistico, mi limito a citare l’incipit della lapide con cui, nella fantastica Cappella del Corporale nel Duomo di Orvieto, si narra la dinamica del Miracolo di Bolsena: “Cum advenit Sacri temporis plenitudo.” ↩
[5] È doveroso citare in proposito il tempestivo testo curato da Francesco Giorgino dedicato proprio ai Giubilei, che conduce un’attenta disamina dei processi di mediatizzazione sia della Chiesa che dei suoi eventi; cfr. F. Giorgino, a cura di, Giubilei, Rai Libri, Roma 2025. ↩
[6] Angela Ambrogetti firma il brillante contributo “Sarà il Leone dei social?”, sempre nel numero speciale che Formiche ha dedicato al nuovo Papa (214). ↩
[7] Roberto Regoli, “Il suo nome nella storia”; si tratta del saggio che apre il monografico nel già citato numero di Formiche. ↩
[8] Ho sviluppato una specifica riflessione sul tema, nel contesto della storia degli studi sugli effetti dei media, nella mia rubrica mensile sulla Rivista Formiche, “Il dominio delle menti”, n. 213, maggio 2025. Questo articolo riprende alcune tematiche della mia Introduzione al numero monografico di Paradoxa, “I guasti della comunicazione”, Fondazione Nova Spes, Roma 2014. ↩
[9] Rinvio soprattutto ad un più recente fascicolo, sempre della Rivista Paradoxa, dedicato da molti studiosi e accademici a “Religione e Infosfera. Relazioni pericolose”, a cura mia e di Adriano Fabris, Mimesis Edizioni, Roma 2025. Segnalo anche la Scuola estiva di San Gimignano organizzata dalla Sezione Sociologia della Religione, entro l’Associazione Italiana di Sociologia, incluse le pubblicazioni connesse. ↩
[10] Il riferimento spetta ad una Analisi critica delle parole di Leone XIV, nel discorso agli operatori della comunicazione presso l’Aula Paolo VI del Vaticano, 12 maggio 2025, da me presentata una prima volta al Convegno presso la Fondazione Tercas di Teramo, nell’ambito del Premio Zilli per il giornalismo intitolato “Inclusione, questione di genere e giornalismo etico, Giuseppe Zilli anticipatore dei tempi”, ampliata in vista della Giornata di premiazione svoltasi a Fano Adriano il 5-6 luglio 2025. ↩
[11] Stefano Zamagni, “Pace e IA, le sfide più urgenti”, Formiche, numero 214. ↩
[12] Fabio Fabene, Amore, unità e pace. La bussola di Robert, ibidem. ↩
[13] Gian Piero Jacobelli, Babele o della traduzione. Per un nuovo modello della comunicazione comunicante, FrancoAngeli, Roma 2010. ↩

























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