La diffusione dei modelli cinesi a pesi aperti sta ridisegnando gli equilibri tecnologici nei BRICS e nel Sud globale. Il vantaggio offerto da Pechino non risiede soltanto in software accessibile gratuitamente, ma nell’ecosistema di cloud, capacità di calcolo, formazione e standard costruito intorno ai modelli. È su queste infrastrutture che si misura il confine tra accesso tecnologico e nuova dipendenza.
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L’AI open source cinese entra nell’agenda dei BRICS
Il 12 settembre, a New Delhi, il diciottesimo vertice BRICS ha adottato all’unanimità la Dichiarazione di New Delhi: centoquaranta paragrafi che coprono riforma del Consiglio di sicurezza ONU, sanzioni, pagamenti transfrontalieri, sicurezza alimentare, minerali critici e tecnologia.
Sull’intelligenza artificiale il testo riconosce il potenziale trasformativo per la crescita economica e lo sviluppo sostenibile, insiste perché l’AI sia sicura, inclusiva e affidabile, chiede maggiore accesso alle risorse di calcolo e ai modelli per i paesi del Sud globale e impegna i firmatari ad attuare la dichiarazione dei leader BRICS sulla governance globale dell’intelligenza artificiale, adottata l’anno precedente.
Il documento prende atto in modo simmetrico dei due appuntamenti del 2026: l’AI Impact Summit indiano di febbraio e la World AI Conference di Shanghai di luglio.
La proposta di Xi tra cloud, formazione e ingegneri
Il giorno dopo, nella sessione aperta ai paesi partner, Xi Jinping ha annunciato che la Cina prenderà l’iniziativa per creare una comunità BRICS dedicata all’AI open source. La proposta ha cinque componenti: cooperazione sullo sviluppo e l’applicazione dei grandi modelli linguistici, una piattaforma cloud dell’ecosistema digitale, formazione alle competenze digitali con seminari e corsi, un’alleanza per la formazione degli ingegneri, un programma di scambio per i giovani ricercatori. Nessuno di questi elementi compare nel documento adottato il giorno prima.
Conviene essere precisi: la dichiarazione non ha respinto la proposta cinese, perché è stata negoziata e firmata prima che la proposta fosse pronunciata. Ma la differenza di registro tra i due testi resta, ed è il punto da cui vale la pena partire. Perché la cosa che la Cina propone di mettere in comune era già, per definizione, disponibile a tutti.
Modelli aperti ed ecosistema: che cosa offre Pechino ai BRICS
Un modello a pesi aperti è un file scaricabile che contiene i parametri numerici appresi durante l’addestramento. Chi lo scarica può eseguirlo sulle proprie macchine, adattarlo, conservarlo indefinitamente. I laboratori cinesi hanno fatto di questa scelta una strategia industriale: pubblicano i pesi dei loro modelli di punta e, secondo le rilevazioni di Stanford, hanno superato i concorrenti americani per download cumulativi e diffusione a valle. Un ministero brasiliano o un’università etiope possono già oggi scaricare quei modelli senza bisogno di un vertice, di una comunità o di una firma.
Dai pesi aperti alle cartucce dell’ecosistema
L’offerta di New Delhi riguarda quindi tutto il resto. Vale l’immagine domestica della stampante a getto d’inchiostro: l’apparecchio costa poco, a volte viene regalato e continua a funzionare soltanto se si comprano le cartucce. Il file dei pesi è la stampante. La piattaforma cloud su cui il modello gira, gli ingegneri che sanno farlo girare, gli standard applicativi che definiscono come lo si integra nei processi: quelle sono le cartucce.
Questa lettura non richiede di attribuire intenzioni nascoste. Basta leggere l’elenco delle cinque componenti e osservare che quattro su cinque riguardano infrastruttura, competenze e standard, e una sola riguarda i modelli.
Il calcolo, vero vincolo dell’AI nei BRICS
C’è una ragione strutturale per cui l’offerta si concentra lì. La scarsità nell’intelligenza artificiale non riguarda i modelli, riguarda la capacità di calcolo necessaria ad addestrarli e a farli funzionare su scala.
I numeri sono noti in letteratura e vale la pena riportarli. Nel mondo soltanto trentanove paesi ospitano regioni di cloud pubblico, di queste, trenta dispongono di GPU, i processori grafici indispensabili al calcolo per l’AI. Stati Uniti e Cina insieme ospitano quarantanove regioni dotate di GPU, quasi quante il resto del pianeta messo insieme, che ne conta cinquantadue. Sulla potenza aggregata dei supercomputer per l’AI, le stime di Epoch AI attribuiscono agli Stati Uniti circa tre quarti del totale mondiale e alla Cina circa il quindici per cento.
La geografia che ne risulta ha prodotto una tassonomia efficace: Compute North, i paesi che dispongono di calcolo per addestrare, Compute South, quelli che ne hanno abbastanza per far funzionare i modelli addestrati altrove, Compute Desert, quelli che non ne hanno affatto. La maggioranza dei membri e dei partner BRICS si colloca nelle ultime due categorie. Regalare loro un file di pesi risolve il problema che avevano già risolto; offrire loro una piattaforma cloud condivisa interviene sul problema che hanno davvero.
Quanto pesa la dipendenza dall’ecosistema AI cinese
A questo punto serve un contrappeso, perché la conclusione più ovvia è anche quella più fragile.
Gli analisti di Lawfare hanno osservato che i modelli a pesi aperti non rafforzano automaticamente la sovranità di chi li adotta, ma che la dipendenza che generano è oggi poco profonda. L’immagine che usano è quella della carta fedeltà: un’amministrazione che il trimestre successivo può riaddestrare il proprio sistema su un modello americano è un cliente di passaggio, non un cliente fidelizzato. Nel Sud-est asiatico i modelli linguistici regionali di punta mescolano deliberatamente basi americane e cinesi, come copertura contro la dipendenza da un singolo fornitore.
Toolchain, fine-tuning e formazione: quando il vincolo si consolida
La domanda aperta è se questa reversibilità durerà. Dipende da tre accumuli: i toolchain, ossia le catene di strumenti software costruite intorno a una famiglia di modelli, i fine-tuning, cioè gli adattamenti specifici che le organizzazioni sviluppano nel tempo, gli ingegneri formati su quell’ecosistema.
Quando i tre si sedimentano più velocemente di quanto sia possibile migrare, il cliente di passaggio diventa un cliente vincolato. È in questa prospettiva che l’alleanza per la formazione degli ingegneri e i cinquemila posti di formazione promessi da Xi a Shanghai a luglio, spalmati su cinque anni, pesano più della comunità open source.
Vale anche la cautela opposta. La tesi secondo cui i modelli cinesi veicolerebbero in modo uniforme i valori del loro paese d’origine è più debole di quanto si scriva. Alcuni analisti hanno documentato che quei modelli, usati all’estero, rispondono a domande che verrebbero bloccate all’interno della Cina e che anche i modelli occidentali incorporano comportamenti non neutri. La dipendenza di cui parliamo è infrastrutturale e regge senza bisogno di aggiungerci un’ipotesi ideologica.
Il modello Android nella strategia cinese sull’AI
Il paragone che circola con più frequenza è quello con la Belt and Road Initiative e porta con sé un giudizio di intenzione che non siamo in grado di documentare. Il precedente che spiega meglio il meccanismo è un altro, e la stampa internazionale lo ha adottato: sull’AI Pechino punta a essere l’Android rispetto all’Apple americana.
Dall’Android dell’AI alla tastiera QWERTY
Android viene concesso gratuitamente. Proprio per questo ci costruiscono sopra produttori, sviluppatori e operatori di mezzo mondo, e quell’accumulo di scelte altrui lo ha reso lo standard di fatto. La letteratura accademica descrive lo stesso meccanismo per l’AI cinese: adottare un modello open source significa incorporarne l’architettura tecnica, e l’architettura genera dipendenze di percorso. Ci sono già casi in corso di localizzazione su basi cinesi, dall’Indonesia alla Russia all’India.
Chi preferisce un’immagine ancora più semplice può pensare alla tastiera QWERTY. Nessuno la usa perché sia la disposizione migliore. La usiamo tutti perché l’abbiamo imparata, reimpararne un’altra costerebbe più di quanto renda.
India, Cina e sovranità tecnologica nei BRICS
La lettura corrente presenta l’India come il membro che frena la proposta cinese. È vero che Delhi non ha aderito alla World Artificial Intelligence Cooperation Organization, l’organizzazione intergovernativa con sede a Shanghai costituita il 16 luglio da ventinove paesi e cresciuta poi a trentasette, che opera fuori dal sistema delle Nazioni Unite e non annovera democrazie occidentali di rilievo.
Ed è vero che a febbraio l’India aveva costruito un’offerta alternativa, la propria dichiarazione sull’impatto dell’AI sottoscritta da ottantotto tra paesi e organizzazioni internazionali, accompagnata da una carta volontaria e non vincolante sulla diffusione democratica dell’intelligenza artificiale.
Ma la posizione indiana, nelle analisi locali di questi giorni, si formula così: accesso aperto alla tecnologia senza dipendenza strategica da un singolo ecosistema. Nei fatti, parola per parola, la formula che l’Europa insegue dal 2023. Al vertice Modi ha avvertito contro l’uso della tecnologia e dei minerali critici come armi economiche e ha chiesto che il Sud globale passi da destinatario di regole a produttore di regole. Delhi affronta la stessa domanda che abbiamo noi, con meno capitale e più capacità negoziale.
Il limite dell’offerta europea ai paesi terzi
Per l’Europa il confronto è istruttivo anche in negativo. L’Unione ha una dottrina giuridica sull’open source: l’AI Act esonera da parte degli obblighi i modelli di uso generale genuinamente liberi e aperti, a condizione che pesi, parametri e architettura siano pubblici e la licenza consenta uso e modifica, esenzione che decade per i modelli a rischio sistemico.
Non ha però un’offerta di capacity building verso i paesi terzi paragonabile a cinquemila borse di formazione e a centri di cooperazione applicativa con ASEAN, Unione Africana, Lega Araba e CELAC. Regoliamo con precisione un mercato che non riforniamo.
La governance dell’AI nei BRICS verso la presidenza cinese
Il bilancio degli ultimi otto mesi è questo: a febbraio la dichiarazione indiana degli ottantotto firmatari con una carta esplicitamente volontaria; a luglio la nascita di WAICO fuori dal perimetro ONU, a settembre la conferma della formula BRICS già concordata nel 2025, il giorno seguente, una proposta cinese che nessun documento collettivo ha recepito.
Quattro cornici in otto mesi, nessuna vincolante. Il paragone che rende l’idea è quello dell’intrattenimento in streaming: quando ogni studio apre la propria piattaforma, il risultato non è più scelta per lo spettatore, è che nessuno riesce più a vedere tutto e ogni catalogo perde peso. La proliferazione dei fori di governance funziona allo stesso modo, e assomiglia più a un modo di rinviare le decisioni che a un modo di prenderle.
Una data vale la pena segnarla. Conclusa la presidenza indiana, la presidenza BRICS per il 2027 passa alla Cina, che ha già indicato intelligenza artificiale, economia digitale e sviluppo verde tra i temi del prossimo vertice. La proposta di New Delhi tornerà sul tavolo tra dodici mesi, in casa di chi l’ha formulata e in un documento negoziato da chi la ospita.































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