Mi ricordo ancora con un certo entusiasmo quando si presentavano gli algoritmi capaci di seguire i nostri interessi. Quello di Netflix veniva presentato come l’algoritmo definitivo, quello che ci conoscerà meglio di noi. Poi sono arrivati gli algoritmi per l’advertising, con la promessa di mostrare la pubblicità giusta alla persona giusta nel momento giusto. Poi quelli di Spotify per le scelte musicali, che sembravano potentissimi. Tutto lo storytelling e tutto l’hype si reggevano su questo, il miglior algoritmo per le scelte personali, il miglior algoritmo contestuale e verticale, costruito sui tracciamenti e sugli interessi delle persone, per mostrare la cosa giusta nel momento giusto nel luogo giusto.
il feed non ci conosce
Perché gli algoritmi dei social continuano a mostrarci le stesse cose
Basta lasciare un video sullo schermo per un istante e il feed può riempirsi dello stesso argomento. Gli algoritmi pubblicitari sembrano affidarsi al tempo di permanenza, trasformando distrazioni e segnali deboli in targeting, mentre la promessa di una profilazione precisa lascia spazio alla logica dei volumi
Consulente e docente in digital marketing, divulgatore della cultura digitale

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