La transizione digitale ed ecologica che sta attraversando l’industria italiana non è soltanto una questione di macchine interconnesse, algoritmi avanzati o adempimenti normativi. La vera trasformazione riguarda le persone, l’organizzazione e la capacità del nostro tessuto produttivo di integrare l’innovazione tecnologica con la valorizzazione del capitale umano.
È con questa consapevolezza che Fòrema ha presentato i dati di un’articolata indagine condotta su un campione di 1.000 aziende del Veneto.
La fotografia che emerge da questo studio rivela un’Italia industriale vitale e dinamica, fortemente spinta dagli investimenti in Industria 4.0 e 5.0, ma al contempo segnata da una profonda frattura dimensionale: se sul fronte della produttività e dell’occupazione le tecnologie digitali hanno impresso un’accelerazione straordinaria, sul versante del welfare aziendale, della parità di genere e delle tutele per la famiglia si registra un ritardo strutturale che penalizza in modo marcato le piccole e medie imprese.
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Industria 4.0 e 5.0: l’impatto sulla competitività aziendale
I dati raccolti dal nostro osservatorio mostrano innanzitutto l’elevata ricettività delle imprese del territorio rispetto agli incentivi dedicati alla trasformazione digitale e green. Il 71,5% delle aziende analizzate ha realizzato investimenti in beni strumentali materiali e immateriali tecnologicamente avanzati, R&S e formazione del personale, usufruendo del credito d’imposta.
Si è trattato di una vera e propria spinta propulsiva, concentratasi per l’87% nel quadriennio 2022-2025. Per quanto riguarda l’entità economica, il 70,2% delle imprese ha mobilitato volumi compresi tra 100 mila e 1 milione di euro, mentre oltre un quinto del campione (il 21,8%) ha superato il milione di euro di investimento.
Le tecnologie che guidano gli investimenti 4.0 e 5.0
Le motivazioni che hanno guidato gli imprenditori sono chiare: l’86% ha investito per incrementare la produttività e l’efficienza dei processi, il 67% per migliorare le performance energetiche e ambientali e il 55% per rafforzare il posizionamento competitivo e accedere a nuovi mercati. Tra le tecnologie abilitanti, la quota maggioritaria è stata assorbita da software e sistemi digitali (77,6%), beni strumentali interconnessi (69,2%), formazione 4.0 del personale (53,8%), sensori IoT e data analytics (51,8%).
I ritorni sulle performance aziendali confermano la bontà di queste scelte. Misurando l’impatto su una scala da 1 a 5, gli indici registrano picchi significativi nell’efficienza dei processi (4.6), nella produttività (4.4), nella qualità del prodotto e del servizio (4.3) e nella competitività globale (4.1). Complessivamente, l’88,6% delle imprese dichiara di essere diventata più o molto più competitiva grazie alle misure incentrate su 4.0 e 5.0.
Occupazione e nuove competenze digitali e green
Ma il dato più rilevante smentisce categoricamente la narrazione secondo cui la tecnologia distruggerebbe posti di lavoro. Al contrario, per il 66,7% delle aziende gli investimenti hanno generato una crescita diretta dell’organico (significativa per il 24%) o permesso di salvaguardare posizioni a rischio (24,1%).
Nel complesso, tra il 2022 e il 2025 le imprese del campione hanno ampliato la propria forza lavoro del +12,8%, creando circa 8.000 nuovi posti di lavoro. Parallelamente si è assistito a un forte reskilling: il 72% delle aziende ha inserito nuove figure tecnico-specialistiche, il 61,5% ha riqualificato il personale esistente verso competenze digitali e green e il 32,9% ha assunto esperti di sostenibilità ed energia.
Regole e incentivi per la competitività delle imprese
A fronte di questi risultati eccellenti, l’indagine mette in luce le ombre legate all’eccesso di burocrazia e all’instabilità del quadro normativo. Senza le misure di sostegno, l’87,4% delle imprese avrebbe oggi enormi difficoltà a restare competitivo e il 68,1% ritiene che l’intero sistema produttivo risulterebbe più fragili.
Se l’efficacia delle misure è ampiamente riconosciuta, le modalità attuative destano forte preoccupazione. Il sistema degli incentivi viene valutato buono dal 51,8% delle imprese e sufficiente dal 29,5%, ma viene giudicato troppo variabile e incerto. Le criticità principali vertono sulla complessità normativa (36,5%), sull’incertezza delle scadenze e sui continui cambi di regole in corsa (32%), oltre che sull’eccesso di adempimenti burocratici (26%). Tra chi non ha fruito delle agevolazioni, le motivazioni prevalenti risiedono nella carenza di competenze interne (34,4%) e nella complessità delle procedure (26,7%).
La richiesta di stabilità e semplificazione
La richiesta che il mondo produttivo rivolge alle istituzioni è netta: stabilità e semplificazione. Il 74,5% delle imprese chiede una programmazione quinquennale o settennale delle misure, il 67% esige adempimenti più snelli e il 45% auspica una maggiore integrazione tra gli incentivi per l’acquisto di macchinari e quelli dedicati alla formazione delle persone.
Lo strumento preferito resta il credito d’imposta (78,5%), e oltre il 57% del campione si dichiara pronto a realizzare ulteriori investimenti nel prossimo biennio, a patto che vi sia certezza sulle regole, a partire dall’immediata e piena operatività del piano Iperammortamento e del Piano 5.0.
Welfare aziendale e parità di genere: il divario tra grandi imprese e PMI
Accanto alla corsa dell’innovazione tecnologica, l’indagine Fòrema si è focalizzata sull’organizzazione del lavoro e sulla conciliazione vita-famiglia (Survey PdR 192/2026), rivelando uno spaccato a due velocità in cui la dimensione aziendale si configura come il vero spartiacque.
Mentre le grandi imprese (oltre 250 dipendenti) agiscono da apripista strutturando modelli evoluti di welfare, le piccole e medie imprese soffrono di un profondo deficit di conoscenza e strumenti. L’indicatore di notorietà della prassi di riferimento PdR 192/2026 per la parità di genere parla chiaro: il 29% del campione dichiara di non conoscerla affatto, il 27% la conosce ma non ha intrapreso alcuna azione e un altro 27% applica pratiche informali non certificate. Soltanto il 17% complessivo è certificato o in fase di certificazione.
Dalla governance alla conciliazione vita-famiglia
Analizzando la maturità organizzativa su una scala da 1 (assente) a 5 (molto strutturato), le differenze tra piccole e grandi imprese si fanno macroscopiche:
- Governance: 4,1 per le grandi imprese contro 1,7 per le piccole;
- Azioni correttive e di carriera: gap di +2,6 punti (3,9 grandi vs 1,3 piccole);
- Welfare familiare: gap di +2,5 punti (4,2 grandi vs 1,7 piccole);
- Benessere aziendale e conciliazione: 4,1 per le grandi contro 1,8 per le piccole.
Paternità e caregiver, le tutele più fragili
Le fragilità più evidenti si concentrano nell’ambito della genitorialità e della cura. Se le tutele per la maternità raggiungono un punteggio di 4,2 nelle grandi realtà, scendono a 2,6 nelle piccole.
Ma è sulla paternità e sulla gestione dei caregiver che l’intero sistema mostra le criticità più severe: la protezione della paternità scivola a 1,6 nelle PMI (3,5 nelle grandi) e l’assistenza ai caregiver si ferma a 1,8 (3,2 nelle grandi). Paternità, caregiver e azioni correttive restano complessivamente ben al di sotto della soglia minima di attenzione (3/5) per la maggior parte del tessuto produttivo italiano.
Competitività e welfare aziendale nell’ecosistema di apprendimento
Questi dati dimostrano che la parità di genere e il welfare familiare non sono semplici principi etici o adempimenti formali, ma vere e proprie sfide organizzative e culturali. Se per una grande azienda è naturale dotarsi di un piano di welfare articolato, per una PMI di 15 o 20 dipendenti strutturare i congedi di paternità o la gestione della cura parentele può rappresentare un ostacolo complesso in assenza di un adeguato supporto esterno.
Per colmare questo divario non bastano i decreti o le agevolazioni fiscali: servono strumenti operativi pronti all’uso, un linguaggio accessibile e un reale affiancamento sul territorio. Come Fòrema e sistema Confindustria Veneto Est, siamo convinti che la competitività delle imprese e la tutela della persona debbano procedere di pari passo.
Un ecosistema di apprendimento tra tecnologia e capitale umano
In un’economia in cui tecnologie e competenze diventano obsolete a ritmo accelerato, il vero vantaggio competitivo risiede nella capacità di costruire organizzazioni in grado di apprendere continuamente. Trasformare le nostre imprese in un Learning Ecosystem significa proprio questo: integrare la digitalizzazione 4.0 e 5.0 con una nuova cultura del lavoro, affiancando gli imprenditori nell’adozione di modelli organizzativi inclusivi, sostenibili e capaci di mettere la persona e la famiglia al centro della crescita economica.























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