Forse, per capire che cosa farà davvero l’intelligenza artificiale alle nostre vite, dovremmo smettere per un momento di guardare avanti e voltarci indietro. Verso una macchina molto meno spettacolare: la lavatrice.
Quando entrò nelle case italiane del dopoguerra, fu raccontata come una macchina capace di liberare le donne da una delle attività domestiche più faticose e dispendiose in termini di tempo. Ed era vero. Lavare i panni aveva richiesto per secoli ore di lavoro fisico, acqua da trasportare e scaldare, sapone, forza delle braccia, organizzazione. Poi arrivò una macchina. Si caricavano i panni, si aggiungeva il detersivo, si girava una manopola. Una quantità impressionante di lavoro umano sembrava improvvisamente evaporare.
Indice degli argomenti
Dalla lavatrice al tempo liberato dall’intelligenza artificiale
Eppure non andò esattamente così. Il tempo risparmiato non si trasformò automaticamente in tempo libero. Una parte venne occupata da altre attività domestiche, una parte dal lavoro retribuito, una parte dalla cura dei figli. Contemporaneamente aumentarono anche gli standard: si cominciò a lavare più spesso, ad avere più vestiti, a pretendere livelli di pulizia che prima sarebbero stati impensabili.
La lavatrice diminuì drasticamente il costo di una singola operazione. Non diminuì nella stessa proporzione la quantità complessiva di cose che ci aspettavamo da una persona. Ed è forse questa la parte più interessante della sua storia, perché qualcosa di molto simile potrebbe succedere adesso.
Chi incasserà il dividendo dell’AI?
L’intelligenza artificiale generativa promette di risparmiare tempo cognitivo nello stesso modo in cui gli elettrodomestici hanno risparmiato lavoro fisico. Scrivere, tradurre, cercare informazioni, elaborare dati, preparare presentazioni, programmare, organizzare un viaggio, confrontare alternative, sintetizzare documenti: attività che richiedevano ore possono già richiedere minuti.
La domanda apparentemente ovvia è quindi: che cosa faremo di tutto questo tempo? Ma forse ce n’è una ancora più importante: chi lo incasserà?
Perché la tecnologia può generare un enorme dividendo di produttività, ma non contiene al proprio interno alcuna istruzione su come distribuirlo. Proviamo allora a spostarci molto più avanti. Non al 2030 o al 2035, quando saremo ancora occupati a discutere di modelli, regolamenti, posti di lavoro e chatbot. Immaginiamo il 2075. Potrebbe essere il 2055 oppure il 2090: la data conta relativamente.
Cinque futuri per il dividendo dell’intelligenza artificiale
Entriamo invece in cinque stanze. Sono cinque versioni dello stesso futuro. In ciascuna l’intelligenza artificiale ha mantenuto gran parte della sua promessa: miliardi di ore di lavoro cognitivo sono state automatizzate. La differenza è soltanto una: dove sono finite quelle ore?
Il tempo liberato diventa profitto
Entriamo in una grande azienda del 2075. Ci lavorano molte meno persone di quante ne sarebbero servite cinquant’anni prima. Non perché le fabbriche siano necessariamente vuote o gli uffici deserti, ma perché ogni lavoratore dispone di una capacità produttiva immensamente maggiore. Un piccolo gruppo può progettare un prodotto globale. Dieci persone possono svolgere il lavoro amministrativo che un tempo ne richiedeva cento. Una società può analizzare contemporaneamente migliaia di mercati, contratti, clienti e scenari.
Il fatturato è cresciuto molto più rapidamente del numero dei dipendenti. Il valore creato dall’intelligenza artificiale è stato soprattutto catturato dai proprietari del capitale, delle piattaforme, dei dati, dei modelli e delle infrastrutture. In questa stanza il grande dividendo dell’AI esiste. È semplicemente diventato margine.
Il fenomeno non sarebbe nuovo. Ogni grande incremento di produttività apre una distanza tra la quantità di valore che una tecnologia permette di produrre e il modo in cui quel valore viene distribuito. La particolarità dell’intelligenza artificiale sarebbe la scala, perché questa volta non automatizziamo soltanto forza fisica o processi ripetitivi. Automatizziamo porzioni crescenti della produzione intellettuale.
Il risultato potrebbe essere un’economia straordinariamente produttiva e contemporaneamente molto concentrata. Non necessariamente un mondo miserabile: potrebbe essere persino un mondo materialmente più ricco. Ma la domanda diventerebbe inevitabile. Se una società riesce a produrre cento utilizzando il lavoro umano che prima serviva per produrre dieci, a chi appartengono gli altri novanta?
Il dividendo dell’AI trasformato in salario
Attraversiamo il corridoio. La seconda stanza assomiglia alla prima, ma qualcosa è cambiato. Anche qui la produttività è esplosa, ma una parte significativa del valore prodotto dalle macchine è stata redistribuita alle persone.
Non necessariamente attraverso lo stipendio tradizionale che conosciamo oggi. Potrebbero esserci partecipazioni agli utili, sistemi di proprietà diffusa, dividendi tecnologici, nuove forme di welfare, contratti che collegano una parte della remunerazione agli incrementi di produttività. Il principio sarebbe semplice: se un lavoratore aiutato dall’AI produce cinque volte ciò che produceva prima, non è inevitabile che tutta quella differenza appartenga all’organizzazione. Una parte può tornare a lui.
In questa stanza le persone lavorano ancora molto, forse persino intensamente, ma guadagnano di più. L’intelligenza artificiale non ha prodotto innanzitutto libertà dal lavoro. Ha prodotto maggiore capacità economica e maggiore sicurezza materiale.
È una versione del futuro che potrebbe sembrare meno rivoluzionaria delle altre, ma avrebbe conseguenze sociali enormi. Una tecnologia che riduce il valore economico di alcune competenze può contemporaneamente aumentare il valore del lavoro di chi riesce a usarla bene. Potremmo così assistere a qualcosa di apparentemente contraddittorio: alcune capacità diventano quasi gratuite mentre alcune persone diventano estremamente preziose. Non perché sappiano fare ciò che la macchina non sa fare, ma perché sanno decidere che cosa farle fare, perché farlo e che cosa fare del risultato.
Meno lavoro grazie alla produttività dell’intelligenza artificiale
La porta successiva conduce alla stanza più vicina alla promessa originaria. Qui il guadagno di produttività è stato trasformato veramente in tempo.
La settimana lavorativa non è più di quaranta ore. Forse è di trenta. Forse di venticinque. Forse il concetto stesso di settimana lavorativa standard ha perso importanza. Non perché le persone siano diventate meno produttive, ma esattamente il contrario.
La società ha deciso che, se in venticinque ore è possibile produrre ciò che un tempo ne richiedeva quaranta, non esiste alcuna legge naturale secondo cui le altre quindici debbano essere immediatamente riempite da altro lavoro. È una scelta culturale gigantesca, perché per due secoli abbiamo interpretato quasi ogni incremento di produttività come un’opportunità per produrre di più. In questa stanza, a un certo punto, qualcuno ha cominciato a chiedersi se non potesse servire anche a vivere di più.
Il lavoro non scompare. Continua ad avere una funzione economica, identitaria e sociale, ma smette progressivamente di occupare la posizione totalizzante che ha avuto nella società industriale. Ci si potrebbe accorgere allora che una delle più grandi conquiste tecnologiche dell’intelligenza artificiale non è stata creare qualcosa, ma creare tempo non occupato.
Ed è forse proprio questa la stanza più difficile da costruire, perché richiede qualcosa che la tecnologia non può fare per noi: che una società sappia resistere alla tentazione di trasformare immediatamente ogni minuto liberato in nuova produzione.
Più consumi e servizi dall’abbondanza digitale
La quarta stanza è probabilmente la più luminosa. E forse la più familiare.
L’intelligenza artificiale ha abbassato enormemente il costo della produzione di beni e soprattutto di servizi. Ogni persona dispone di un consulente finanziario, un insegnante, un traduttore, un assistente sanitario, un designer, un organizzatore di viaggi, un personal shopper. Non necessariamente persone: sistemi.
Film costruiti sui nostri gusti, viaggi progettati in pochi secondi, abiti personalizzati, intrattenimento infinito, ambienti digitali creati su richiesta, prodotti progettati specificamente per noi. La scarsità non scompare, ma una parte importante dell’esperienza quotidiana diventa estremamente abbondante.
In questa stanza il dividendo dell’intelligenza artificiale viene incassato soprattutto sotto forma di più cose, più servizi, più esperienze. È un meccanismo che conosciamo bene. Quando una tecnologia riduce il costo di qualcosa, spesso non decidiamo di consumarne la stessa quantità spendendo meno: ne consumiamo di più. È accaduto con l’illuminazione, con i trasporti, con le fotografie, con la comunicazione. Potrebbe accadere anche con l’intelligenza.
Quando produrre un’immagine costerà quasi nulla, produrremo miliardi di immagini. Quando produrre musica costerà quasi nulla, avremo quantità quasi infinite di musica. Quando organizzare un’esperienza personalizzata sarà semplicissimo, vorremo sempre più esperienze personalizzate.
L’abbondanza risolverà alcuni problemi e ne creerà altri, perché quando tutto diventa disponibile la scarsità si trasferisce altrove: alla nostra attenzione, alla nostra capacità di scegliere, alla possibilità di distinguere ciò che vale la pena vivere da ciò che è semplicemente disponibile.
Cura, relazioni e cultura nel tempo restituito
L’ultima stanza è la più silenziosa. Non contiene grandi schermi né robot. Ci sono persone.
Un padre che accompagna il figlio a scuola senza guardare continuamente l’orologio. Una donna che passa un pomeriggio con la madre anziana. Qualcuno che studia storia dell’arte a cinquant’anni senza che questo serva necessariamente alla propria carriera. Qualcuno che suona. Qualcuno che legge. Qualcuno che fa volontariato. Qualcuno che non fa nulla.
Qui una parte del dividendo tecnologico è stata trasformata in attività che il mercato ha sempre avuto difficoltà a misurare: prendersi cura di qualcuno, parlare, educare, ascoltare, coltivare amicizie, creare senza necessariamente vendere, imparare senza necessariamente aumentare la propria produttività.
In questa stanza l’intelligenza artificiale ha prodotto una conseguenza sorprendente. Ha aumentato il valore di ciò che non è facilmente automatizzabile proprio perché non ha bisogno di esserlo. Una conversazione con una persona cara non deve essere resa più efficiente. Una passeggiata non deve essere ottimizzata. Un bambino non deve essere cresciuto nel minor tempo possibile. Un libro non deve necessariamente essere letto più velocemente.
L’intelligenza artificiale potrebbe così costringerci a riscoprire una distinzione che nell’economia della produttività abbiamo spesso dimenticato: esistono attività il cui valore nasce proprio dal tempo che richiedono.
Forse il vero lusso del 2075 non sarà poter acquistare una macchina più intelligente. Sarà poter dire: ho tempo.
Chi incasserà davvero il tempo risparmiato dall’AI
Naturalmente nessuna delle cinque. O meglio: tutte.
Persone diverse, Paesi diversi e gruppi sociali diversi potrebbero abitare contemporaneamente futuri molto differenti. Per alcuni il dividendo dell’AI diventerà capitale. Per altri salario. Per qualcuno tempo. Per molti consumo. Per alcuni, forse, una nuova possibilità di dedicarsi alla cura e alla cultura.
La distribuzione sarà probabilmente profondamente diseguale. Ma possiamo provare comunque a fare una previsione. E qui vale la pena tornare alla lavatrice.
Che cosa ci insegna? Innanzitutto che il tempo liberato da una tecnologia raramente rimane libero a lungo.
La lavatrice rese infinitamente più semplice lavare un carico di biancheria, ma non vivemmo improvvisamente circondati da persone con interi pomeriggi vuoti. Aumentarono i bucati, aumentarono gli standard di igiene, aumentò il numero degli indumenti. Una parte del tempo liberato venne assorbita da altre attività. Nel frattempo la macchina rese possibile una diversa organizzazione della vita familiare e accompagnò, insieme a moltissimi altri fattori, l’ingresso crescente delle donne nel lavoro retribuito.
Non esiste quindi una relazione lineare tra tecnologia che risparmia tempo e società con più tempo. E probabilmente non esisterà neppure con l’intelligenza artificiale.
Profitto e consumo nella prima fase
Se dovessimo immaginare la combinazione dominante dei prossimi decenni, è difficile pensare innanzitutto a una civiltà del tempo libero. È più plausibile una prima fase nella quale profitto e consumo assorbiranno una quota molto importante del dividendo. Le imprese capaci di utilizzare meglio l’intelligenza artificiale produrranno di più e più rapidamente. Le persone utilizzeranno quella stessa capacità per fare più cose.
Non scriveremo necessariamente una relazione nel tempo in cui prima ne scrivevamo una. Probabilmente ne scriveremo tre. Non produrremo la stessa quantità di immagini impiegando meno tempo. Ne produrremo cento volte di più. Non avremo semplicemente un assistente digitale che ci evita alcune ricerche. Gli chiederemo continuamente di analizzare, confrontare, anticipare, suggerire.
La capacità aumenterà. E con essa aumenteranno le aspettative. È esattamente ciò che accadde con la lavatrice.
Salari e riduzione dell’orario nella seconda fase
Poi, però, potrebbe iniziare una seconda fase. Quando il salto di produttività sarà diventato sufficientemente grande da essere impossibile da ignorare, la questione della sua distribuzione diventerà inevitabile. Una quota si tradurrà probabilmente in salari e nuove forme di reddito. Una quota potrà trasformarsi in riduzione dell’orario di lavoro.
Ma quest’ultima trasformazione non avverrà semplicemente perché l’intelligenza artificiale la rende tecnicamente possibile. Avverrà soltanto se organizzazioni, lavoratori, governi e culture decideranno che una parte della produttività deve essere pagata in tempo anziché in denaro o produzione.
Ed è qui che si apre forse la questione più importante, perché la quinta stanza non è il risultato naturale della tecnologia. È una scelta.
Non esiste algoritmo capace di decidere che vogliamo usare il venerdì pomeriggio per stare con nostro figlio invece di produrre un’altra presentazione. Non esiste modello linguistico che possa stabilire che una società preferisce avere più biblioteche, più cura degli anziani, più conversazioni, più musica, più tempo per pensare invece di un’ulteriore crescita dei consumi.
Sono decisioni umane.
La seconda rivoluzione della lavatrice e il tempo restituito dall’AI
Forse allora la storia della lavatrice contiene una lezione ancora più sottile. La sua vera rivoluzione non fu soltanto aver lavato i panni al posto delle persone. Fu aver reso visibile il valore del tempo necessario per lavarli.
Quando una macchina iniziò a svolgere in poco tempo ciò che prima richiedeva ore, diventò improvvisamente evidente quanto lavoro umano fosse nascosto dentro un gesto quotidiano apparentemente naturale.
L’intelligenza artificiale potrebbe produrre lo stesso effetto. Quando una macchina scriverà in trenta secondi il documento che ci richiedeva una mattina, ci accorgeremo finalmente del valore di quella mattina. Quando analizzerà in un minuto cento documenti, vedremo quanta vita professionale avevamo destinato alla ricerca delle informazioni. Quando preparerà verbali, presentazioni, traduzioni, report e corrispondenza, diventerà visibile la gigantesca quantità di tempo cognitivo che le organizzazioni moderne consumano semplicemente per mantenere se stesse in funzione.
A quel punto la domanda non sarà più quanto è intelligente l’intelligenza artificiale. Sarà quanto vale il nostro tempo e che cosa vogliamo farne.
La lavatrice non emancipò automaticamente nessuno. Rese possibile una diversa organizzazione della vita. Poi furono la cultura, il lavoro, le famiglie, le istituzioni e le persone a decidere che cosa fare di quella possibilità.
Probabilmente accadrà lo stesso con l’intelligenza artificiale.
La scelta sul tempo umano
Tra cinquant’anni gli storici potrebbero guardare alla nostra epoca con una certa tenerezza. Potrebbero trovare ingenua la nostra ossessione per capire quale mestiere sarebbe scomparso, quale modello fosse più potente o quanti punti percentuali di produttività avrebbe generato l’AI. Perché forse avranno capito che la domanda decisiva era un’altra.
Non quanto lavoro le macchine erano riuscite a toglierci, ma che cosa avevamo deciso di mettere al suo posto.
La tecnologia potrebbe restituirci una quantità enorme di tempo. Il rischio è che non ce ne accorgiamo nemmeno.
La possibilità, invece, è molto più grande: decidere consapevolmente che almeno una parte di quel dividendo non debba diventare né profitto, né salario, né produzione, né consumo.
Che possa restare semplicemente ciò che era all’origine.
Tempo umano.
























Partecipa alla community