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Data center sotto attacco: la lezione di Yandex per l’Italia


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Tre data center di Yandex colpiti in quattro giorni hanno interrotto servizi digitali in Russia e nei Paesi vicini. Il caso mette a nudo i rischi della concentrazione infrastrutturale e apre interrogativi sulla sovranità digitale, dal modello ucraino al Polo Strategico Nazionale italiano

Pubblicato il 22 ott 2026

Samuele Fratini

ricercatore al CNRS di Parigi



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Nella notte fra il 7 e l’8 ottobre alcuni droni ucraini hanno colpito il data center di Yandex a Sasovo, nella regione di Rjazan. La mattina del 9 è stato colpito il sito della regione di Kaluga, e l’11 quello alle porte di Vladimir. In quattro giorni tre dei principali centri dati del gruppo sono stati fermati o danneggiati. Le conseguenze sono state immediate e ampie: il browser, le mappe, la posta, il portafoglio digitale Yandex Pay e il servizio di taxi e consegne Yandex Go hanno smesso di funzionare in tutto o in parte.

I tassisti sono stati invitati a usare Google Maps o Waze, mentre i siti di grandi catene come Magnit e M.Video, che poggiano su Yandex Cloud, sono andati offline. I disservizi si sono estesi al Kazakistan, al Kirghizistan, all’Uzbekistan e all’Armenia. Secondo una fonte di Kommersant, la sostituzione degli apparati danneggiati potrebbe richiedere fino a sei mesi.

Ukrainian drone strike hits Yandex data centre in Russia's Vladimir region

La cronaca degli attacchi è stata ampiamente raccontata. Resta da discutere ciò che rende il caso istruttivo al di là del conflitto: la fragilità emersa a ottobre è il prodotto diretto di una strategia di controllo e centralizzazione digitale e mette in luce un limite che riguarda anche le democrazie europee, non solo i regimi autoritari.

Gli attacchi ai data center Yandex: le infrastrutture digitali diventano bersagli

Gli attacchi a Yandex si inseriscono in un anno in cui i data center sono entrati stabilmente nella lista degli obiettivi militari. A marzo alcuni droni hanno colpito direttamente due data center di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti, e un terzo sito in Bahrein è stato danneggiato da un impatto ravvicinato: sono stati i primi attacchi cinetici documentati contro infrastrutture di cloud pubblico commerciale.

A settembre gli attacchi russi contro i data center della regione di Kyiv hanno lasciato senza servizi circa centomila famiglie, e Zelensky ha presentato i raid su Yandex come una risposta a quegli attacchi. Mosca sostiene invece che i siti colpiti lavorassero per l’intelligence militare ucraina. Al contempo, il ministro dello Sviluppo digitale Maksut Shadaev ha annunciato che il suo dicastero coordina con la Difesa la protezione dei centri dati.

Per decenni i data center sono stati considerati parte dell’economia civile, protetti soprattutto contro guasti, incendi e attacchi informatici. Oggi vengono trattati come raffinerie e reti elettriche: infrastrutture che sostengono la vita economica di un paese e che, proprio per questo, diventano bersagli. La loro natura duale complica la valutazione giuridica, perché lo stesso edificio permette il funzionamento tanto di un’app di food delivery quanto delle funzioni chiave dello Stato.

Il diritto umanitario consente di colpire un bene civile solo se contribuisce in modo effettivo all’azione militare, e per i singoli siti questa verifica resta difficile. La logica strategica, intanto, ha già deciso: chi colpisce un data center colpisce una funzione sociale intera, ma russi, ucraini e iraniani stanno de facto annacquando il loro status di infrastrutture civili.

RuNet e sovranità digitale: il rischio della concentrazione

Ma come mai gli ucraini sono riusciti a mettere fuori uso così tanti servizi attraverso un numero limitato di attacchi? La vulnerabilità russa ha una storia precisa. Dal 2014 Mosca lavora a un internet autonomo e controllabile, e la legge sull’internet sovrano, spesso chiamato RuNet, in vigore dal novembre 2019, ha dato allo Stato gli strumenti per gestire centralmente il traffico e, all’occorrenza, isolare la rete nazionale da quella globale.

In questo disegno Yandex è diventato il pilastro dell’ecosistema digitale del paese: circa due terzi del mercato dei motori di ricerca e insieme mappe, trasporti, pagamenti, intrattenimento e cloud. Nel 2024 il passaggio delle attività del gruppo a una cordata di investitori russi ha completato il percorso, separando l’azienda dalla sua struttura internazionale e legandola definitivamente al perimetro nazionale.

La concentrazione risponde a una logica di controllo. Pochi operatori, servizi integrati e un interlocutore principale rendono un ecosistema leggibile e governabile per lo Stato. È facile scorgere il modello cinese dietro le scelte russe.

La stessa concentrazione, però, fa sì che il guasto di un nodo si propaghi all’intero sistema. Yandex definisce i propri data center il suo “cuore di ferro”, e la formula descrive con esattezza anche il problema. Quando quel cuore viene colpito, si fermano insieme la ricerca, i taxi, i pagamenti e i siti dei supermercati. La risposta tecnica sarebbe nota, ed è la ridondanza: duplicare e disperdere le infrastrutture, distribuendo dati e capacità di calcolo su molti siti.

Qui la strategia sovranista incontra il proprio limite. Le sanzioni rendono infatti difficile e costoso l’accesso ai processori avanzati necessari per ricostruire e moltiplicare la capacità, e ciascuno dei supercalcolatori di Yandex si basa su oltre mille GPU di produzione statunitense. Una sovranità perseguita attraverso l’isolamento rende la resilienza più cara proprio nel momento in cui serve, e finisce per indebolire la capacità di mantenere in funzione i servizi: cioè quella che una politica di resilienza dovrebbe garantire per prima.

Yandex e rete Pravda: due infrastrutture, due logiche

Nei giorni successivi agli attacchi sono circolati grafici che attribuivano ai raid il silenzio delle “fabbriche di troll” russe. Analisi più attente hanno mostrato che le operazioni di propaganda avevano in realtà continuato a funzionare. Il dato non sorprende, perché la Russia ha costruito la propria infrastruttura di disinformazione secondo una logica opposta a quella dei servizi interni.

Uno studio pubblicato il 18 ottobre sul Journal of Information Technology & Politics da Tom Willaert e colleghi analizza la cosiddetta rete Pravda, mappata per la prima volta dal servizio francese VIGINUM nel febbraio 2024: circa 150 siti allineati al Cremlino, ospitati come sottodomini di un unico dominio e graficamente identici, che fra luglio 2023 e dicembre 2025 hanno pubblicato oltre cinque milioni di articoli.

La rete non produce contenuti propri, ma riprende e ripubblica materiale da 9.716 fonti, il 96,5% delle quali sono canali Telegram pubblici, fra cui quelli di media sanzionati nell’Unione come Russia Today. I siti sono stati attivati a ondate coordinate, la prima delle quali ha riguardato i paesi dell’Unione e della NATO, Italia compresa.

Secondo diverse indagini citate dagli autori, i loro contenuti sono finiti nei dati di addestramento dei modelli linguistici e nelle risposte dei chatbot. Gli autori sottolineano che l’intera architettura è pensata per essere flessibile: se l’accesso a una piattaforma viene limitato, lo stesso sistema può essere reindirizzato altrove, e i siti possono essere ricreati con facilità se vengono oscurati.

Il confronto è istruttivo. Verso l’interno, Mosca ha costruito un ecosistema di servizi digitali la cui disponibilità dipende da un numero limitato di infrastrutture e da forti interdipendenze. Verso l’esterno, la rete di propaganda non rinuncia ad un coordinamento centralizzato, ma lo realizza attraverso numerosi punti di pubblicazione, processi automatizzati e una relativa facilità di replicazione. Non è quindi un modello decentralizzato in senso stretto, ma un’architettura modulare e flessibile, progettata per garantire capacità di diffusione anche quando singoli siti o canali vengono bloccati.

Il modello ucraino: dati distribuiti e nuove dipendenze

L’Ucraina ha affrontato lo stesso problema nel 2022 e ha scelto la strada opposta. Il ripensamento normativo era iniziato prima della guerra. Il 17 febbraio 2022, una settimana prima dell’invasione, il Parlamento ucraino approvò una legge sui servizi cloud, alla quale si aggiunse una serie di provvedimenti emergenziali. Quest’azione normativa consentì alle amministrazioni di collocare dati sensibili al di fuori del territorio nazionale, nel rispetto di una serie di criteri di sicurezza.

Dal 24 febbraio i dispositivi di trasferimento forniti da Amazon Web Services sono arrivati via Cracovia. Dopo circa quattro mesi erano stati migrati oltre dieci petabyte, con la partecipazione di 42 autorità di governo e 24 università. PrivatBank, la principale banca del paese, ha spostato 270 applicazioni e 4 petabyte di dati della clientela da 3.500 server ucraini in meno di 45 giorni, con l’obiettivo dichiarato di non dipendere da macchine che potevano essere distrutte.

La scelta ucraina ha un costo evidente, perché sostituisce la vulnerabilità fisica con una dipendenza da fornitori stranieri, e solleva a sua volta questioni di sovranità che l’Europa conosce bene. Dopotutto, si tratta di una soluzione elaborata in un momento di crisi esistenziale. Mostra però che il controllo sui dati e la capacità di mantenerli disponibili sono due obiettivi distinti, che possono entrare in conflitto. In guerra, Kyiv ha dato la precedenza al secondo.

Sovranità digitale in Italia: cosa insegna il caso Yandex

Gli attacchi non dimostrano che la sovranità digitale produca necessariamente fragilità. Mostrano, piuttosto, che il controllo nazionale delle infrastrutture, quando si accompagna a una forte concentrazione dei servizi e non è sostenuto da adeguate capacità di ripristino, non basta a garantire la continuità operativa.

L’Italia non è la Russia, e le sue politiche digitali rispondono a finalità diverse. La lezione riguarda la logica delle scelte infrastrutturali, ed è pertinente perché anche l’Italia ha concentrato servizi e dati critici in pochi siti e pochi operatori. Il Polo Strategico Nazionale ospita i dati strategici di oltre 280 amministrazioni centrali e strutture sanitarie in quattro data center, due nel Lazio e due in Lombardia, gestiti da un consorzio formato da TIM, Leonardo, Cdp e Sogei.

Sono scelte motivate da ragioni di sicurezza, efficienza e controllo, e la ridondanza fra due regioni è una protezione reale. Il 2026 ha però cambiato il modello di minaccia: oggi una minaccia credibile comprende droni a basso costo diretti contro siti fisici, e l’incendio del data center OVHcloud di Strasburgo nel 2021, che mise fuori linea milioni di siti senza alcuna intenzione ostile, aveva già mostrato quanto pesi un singolo edificio.

Ne derivano tre indicazioni.

Proteggere fisicamente i data center

La prima riguarda la protezione fisica. I data center rientrano già fra le infrastrutture digitali coperte dalla direttiva NIS2 e dalla direttiva europea sulla resilienza dei soggetti critici. La loro difesa va però pensata anche in termini fisici, includendo la protezione antidrone e la pianificazione della continuità in caso di distruzione, accanto alla sicurezza informatica che finora ha assorbito quasi tutta l’attenzione.

Distribuire le copie dei dati prima delle emergenze

La seconda riguarda la ridondanza e la decentralizzazione preparate in anticipo. Kyiv ha dovuto ricorrere a provvedimenti emergenziali a causa dell’invasione russa. Un paese che non vuole trovarsi nella stessa condizione deve prima stabilire, sul piano giuridico e tecnico, dove e come trasferire le copie dei dati essenziali.

L’Europa ha già un precedente utile: in base a un accordo del 2017 l’Estonia mantiene in Lussemburgo un’ambasciata dei dati, un sito che custodisce copie dei dati critici dello Stato sotto regime di immunità diplomatica. Accordi di ospitalità reciproca fra Stati membri permetterebbero di combinare la dispersione con il controllo europeo, evitando l’alternativa fra concentrazione nazionale e dipendenza da fornitori extraeuropei.

Misurare la sovranità digitale con la resilienza

La terza riguarda il modo in cui si misura la sovranità digitale. Finché la si valuta in base a chi possiede e controlla le infrastrutture, la concentrazione appare come un successo. Una misura più utile considera anche la resilienza: su quanti siti e quanti operatori poggiano i servizi essenziali, dove si trovano le copie, quanto tempo serve per ripristinarli se un nodo viene distrutto.

Yandex ha costruito per anni un ecosistema efficiente, integrato e sotto controllo nazionale. Gli attacchi di ottobre hanno mostrato che un cuore solo, per quanto di ferro, resta un bersaglio. Per l’Italia e per l’Europa la domanda è quanti cuori servono alle loro infrastrutture digitali e dove collocarli.

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