Il percorso dell’Italia verso gli obiettivi della Digital Decade europea si presenta come un mosaico complesso, dove l’avanzamento tecnologico non procede in modo uniforme. I dati più recenti, emersi durante l’ultimo convegno degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, restituiscono la fotografia di un Paese impegnato in una trasformazione strutturale, ma ancora frenato da disparità geografiche e organizzative. La digitalizzazione dei territori non rappresenta più soltanto un obiettivo tecnico, ma una necessità amministrativa per garantire servizi efficienti e una governance basata sulla valorizzazione del patrimonio informativo. Attraverso il lavoro di ricerca condotto dall’Osservatorio Agenda Digitale, è possibile tracciare le coordinate di questa evoluzione, analizzando sia le strategie regionali sia la maturità dei singoli enti locali.
Indice degli argomenti
La digitalizzazione dei territori attraverso la lente del DESI regionale
Il primo indicatore fondamentale per comprendere lo stato di salute tecnologico del Paese è il DESI regionale. Questa metodologia, illustrata dalla Ricercatrice Senior Giulia Marchio, traspone su scala locale i parametri monitorati dalla Commissione Europea, focalizzandosi su quattro dimensioni chiave: infrastrutture digitali, digitalizzazione delle imprese, competenze e servizi pubblici. L’analisi, costruita su un set di 19 indicatori specifici, conferma la persistenza di un’Italia a due velocità. Sebbene si registrino passi avanti sul fronte delle infrastrutture, il divario tra il Centro-Nord e le regioni del Mezzogiorno rimane un nodo irrisolto, con l’unica eccezione della Valle d’Aosta che si posiziona leggermente sotto la media nazionale.
È soprattutto nell’ambito dei servizi pubblici digitali che la distanza tra i territori si fa più evidente. Secondo quanto riferito da Giulia Marchio, questa eterogeneità riflette le difficoltà della Pubblica Amministrazione nel garantire standard di accessibilità uniformi. Per monitorare questo processo, la ricerca si è strutturata analizzando specifici comparti. Marchio ha spiegato che: «Raccogliamo i dati attraverso 19 indicatori che rispecchiano le singole sottodimensioni». Il quadro che ne deriva mostra come la digitalizzazione dei territori passi necessariamente attraverso la capacità delle Regioni di agire come soggetti aggregatori e facilitatori.
Le Agende Digitali regionali sono state esaminate per verificare se costituiscano una reale visione strategica o un semplice adempimento burocratico. Lo studio si è concentrato su cinque pilastri: la completezza del documento, l’efficacia del front-office, l’organizzazione del back-office, la valorizzazione dei dati e i modelli di governance. Tuttavia, l’analisi dei portali regionali ha rivelato una criticità temporale: diverse strategie sono risultate già obsolete nel corso del 2024, evidenziando una difficoltà cronica nel mantenere il passo con l’evoluzione normativa e l’innovazione tecnologica.
Maturità digitale e il paradosso della spesa ICT
Spostando l’attenzione dai governi regionali ai Comuni, l’analisi introduce il concetto di maturità digitale, misurato attraverso il Digital Maturity Index (DMI). Questo indice, alimentato da 107 indicatori e basato su dati raccolti attraverso open data e una rilevazione diretta effettuata a fine 2025, permette di classificare gli enti in base alla loro effettiva capacità di trasformazione digitale. Uno dei risultati più significativi riguarda il rapporto tra le risorse investite e i risultati ottenuti. Contrariamente a quanto suggerirebbe la logica, non esiste una correlazione diretta tra l’ammontare della spesa pro-capite per le tecnologie (ICT) e il livello di maturità raggiunto dall’ente.
I dati presentati dall’Osservatorio indicano infatti che i Comuni di dimensioni maggiori dimostrano una efficienza superiore nell’utilizzo delle risorse finanziarie. Al crescere della dimensione dell’ente, la maturità digitale tende ad aumentare, mentre la spesa pro-capite tende invece a diminuire. Questo significa che i grandi centri urbani riescono a ottimizzare gli investimenti, mentre i piccoli Comuni sono spesso costretti a sostenere costi fissi elevati che non si traducono automaticamente in una maggiore maturità tecnologica.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda la gestione delle informazioni e l’isolamento operativo. Sebbene il tema della Privacy abbia raggiunto un buon livello di consapevolezza, la capacità di estrarre valore dai dati è ancora embrionale. Giulia Marchio ha sottolineato questo aspetto durante il suo intervento: «Se sul tema della Privacy c’è maggiore consapevolezza, sulla valorizzazione delle informazioni e sull’IA c’è ancora molto da fare». La sfida per la digitalizzazione dei territori risiede proprio nella capacità di passare da una gestione passiva del dato a una governance data-driven, capace di supportare i processi decisionali attraverso l’integrazione di tecnologie emergenti.
La sfida dei piccoli Comuni: i dati del Progetto FAST
Il panorama amministrativo italiano è composto per circa il 70% da enti con meno di 5.000 abitanti. Per queste realtà, la transizione presenta ostacoli specifici legati alla carenza di personale e di competenze tecniche. In questo quadro si inserisce il progetto FAST (Fornire Affiancamento e Supporto per la Transizione), realizzato in collaborazione con Formez PA. Claudio Russo, Ricercatore Senior dell’Osservatorio, ha presentato i dati relativi a un campione di 391 piccoli Comuni, analizzati attraverso una versione dedicata del Digital Maturity Index per rispondere alle loro specifiche peculiarità.
L’adattamento del modello è servito a rendere gli indicatori più aderenti alla realtà dei centri minori. Russo ha spiegato che: «Abbiamo rivisto e integrato il modello per due ragioni: innanzitutto per renderlo più specifico rispetto al contesto e alle peculiarità dei piccoli Comuni; in secondo luogo, per renderlo più aderente agli ambiti di intervento del progetto FAST». I risultati mostrano che aree come la gestione documentale, le piattaforme abilitanti e l’interoperabilità hanno beneficiato degli impulsi normativi, ma altri settori rimangono scoperti. Secondo Russo, infatti: «Questo risultato è dettato evidentemente anche dagli impulsi derivanti dagli avvisi del PNRR», confermando che il finanziamento pubblico è stato il principale motore del cambiamento.
Vulnerabilità informatica e carenza di protezione
Uno dei dati più allarmanti emersi dalla ricerca riguarda la sicurezza delle informazioni. Nonostante l’aumento dei rischi legati alla criminalità informatica, la digitalizzazione dei territori minori appare estremamente fragile. Circa i due terzi dei piccoli Comuni intervistati (67%) hanno dichiarato di non aver adottato alcuna misura di sicurezza. Solo il 20% ha implementato misure minime e appena il 10% dispone di standard elevati. Questa vulnerabilità è diffusa in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, senza distinzioni geografiche significative, rappresentando un rischio per la protezione dei dati dei cittadini residenti nelle aree periferiche.
Competenze e servizi al cittadino
Anche sul fronte dei servizi erogati, la situazione mostra forti contrasti. Mentre i servizi per le imprese appaiono più avanzati a causa di normative stringenti, i servizi rivolti ai cittadini soffrono ancora di una forte dipendenza dal supporto cartaceo. Claudio Russo ha evidenziato come: «Osservando le tonalità di rosso, ci si accorge che in una fetta consistente di Comuni molti servizi sono ancora legati alla carta ed è proprio su questi che è utile intervenire». La mancanza di competenze digitali interne al personale amministrativo aggrava la situazione, rendendo l’adozione di nuove tecnologie un processo spesso superficiale che non incide sull’efficienza operativa reale dell’ente.
La cooperazione come leva per la digitalizzazione dei territori
Per superare i limiti dimensionali e finanziari, la ricerca individua nella cooperazione tra enti la soluzione principale. Tuttavia, i dati sulla governance collaborativa sono tra i più bassi rilevati dall’Osservatorio. L’82% dei piccoli Comuni italiani non aderisce ad alcuna forma di gestione associata del digitale, operando in un isolamento che ne rallenta lo sviluppo e la diffusione di buone pratiche. La collaborazione, attraverso unioni di comuni o affidamenti a società in-house, permetterebbe invece di condividere costi e competenze, migliorando la qualità della spesa ICT.
L’adozione del modello Government as a Platform (GaaP) rappresenta la frontiera per le amministrazioni locali. Questo approccio include l’Open Government, l’interoperabilità tra sistemi e la progettazione di piattaforme integrate che semplifichino l’esperienza dell’utente finale. Affinché la digitalizzazione dei territori diventi una realtà tangibile, è necessario che le Regioni agiscano come catalizzatori, fornendo strumenti pratici come la checklist di supporto sviluppata dall’Osservatorio, che elenca oltre 100 requisiti tecnici e normativi per orientare i piccoli enti nelle fasi di acquisto e procurement.
Il futuro della trasformazione digitale locale dipenderà dalla capacità di integrare le tecnologie emergenti, come l’Intelligenza Artificiale, in una visione coerente e basata sui dati. Solo attraverso un rafforzamento delle competenze e una reale apertura alla cooperazione sovracomunale, l’Italia potrà colmare i divari evidenziati e garantire una transizione equa per tutti i territori, trasformando gli investimenti del PNRR in cambiamenti strutturali permanenti.













