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Direttore responsabile Alessandro Longo

Lo studio

Il Parlamento spende 12 mln di euro in carta. “Un paradosso”

di Carlo Lavalle

12 Mar 2013

12 marzo 2013

Un nuovo studio dell’Istituto Bruno Leoni mostra una contraddizione in seno all’Agenda. “Il Legislatore parla bene e razzola male”. Il digitale farebbe risparmiare 40 milioni di euro in Parlamento. Che ora prova a fare qualche timido passo avanti sull’informatica. Ce ne parla Diego Marangon, uno degli autori e candidato alle prossime elezioni nella lista “Fare per Fermare il declino”

La materialità cartacea sembra essere ancora radicata proprio in seno all’organo investito della funzione legislativa: il Parlamento italiano.

Eppure con il varo del Nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale e l’istituzione dell’Agenda Digitale Italiana il Legislatore stesso ha dettato regole per cercare di digitalizzare e dematerializzare l’attività di Pubblica Amministrazione, società e impresa.  

Per investigare su questa contraddizione abbiamo interpellato Diego Menegon – Fellow dell’Istituto Bruno Leoni e candidato alle prossime elezioni nella lista “Fare per Fermare il declino”, autore di una  ricerca sul tema della dematerializzazione del Parlamento, dalla quale risulta che se le due Camere passassero in toto al digitale risparmierebbero 40 milioni di euro l’anno. Ora ne spendono 12 milioni solo per l’uso della carta.

“Il Legislatore parla bene, ma razzola male – afferma Diego Marangon. La classe politica attribuisce alla ricca semantica che fa perno sul digitale (informatizzazione, dematerializzazione, digitalizzazione dell’amministrazione) un certo appeal; tanto che ogni decreto in materia di crescita o di semplificazione reca norme per la modernizzazione degli strumenti di comunicazione tra cittadini e autorità pubbliche. Le norme che però il Legislatore detta per le amministrazioni pubbliche (che spesso sono inattuate e si riducono a mere dichiarazioni di intenti), non valgono per gli organi legislativi; che ne sono esenti in nome dell’autonomia e dell’autodichia del potere legislativo. Nei fatti, il Parlamento spende ancora circa 12 milioni di euro l’anno per la stampa degli atti e della documentazione parlamentare”.

Sembra che norme interne del Parlamento siano fatte apposta per il mantenimento dell’attività su supporto cartaceo. “Ad essere onesti, si è fatto qualcosa per rendere trasparente l’attività legislativa – riconosce Marangon. E si paga a caro prezzo: ogni anno si spendono quasi 20 milioni di euro, tra Camera e Senato, per l’acquisto di strumenti informatici, per la loro manutenzione, per l’accessibilità alla documentazione parlamentare in via telematica. A lato di questa spesa significativa, che negli ultimi 10 anni è raddoppiata al Senato e triplicata alla Camera, se l’accessibilità agli atti da parte del pubblico è garantita, è altrettanto vero che le modalità di presentazione e di circolazione della documentazione legislativa continua a basarsi sul cartaceo. Disegni di legge, emendamenti e atti di sindacato ispettivo sono presentati e firmati a mano, talvolta con correzioni a penna”.

Firma elettronica e posta certificata non hanno validità per il Parlamento? “Ad ogni parlamentare è attribuito un indirizzo di posta elettronica di Camera o Senato – spiega Diego Marangon – ma questa non viene utilizzata per la presentazione degli atti. La cosa che più fa rabbrividire è il fatto che il bilancio della Camera stanzia ogni anno una voce di spesa, che nel 2012 ammontava a 400 mila euro, per la formazione linguistica e informatica degli onorevoli. Il Senato nel 2012 ha destinato mezzo milione di euro per il rimborso delle spese sostenute dai Senatori per l’acquisto di strumenti informatici. Computer e tablet che paghiamo noi anche se potrebbero benissimo essere acquistati con le ricche retribuzioni riconosciute ai parlamentari Eppure la presentazione degli atti parlamentari continua ad essere eseguita a mano, su supporto cartaceo. In via informale, i funzionari talvolta chiedono la trasmissione del documento in formato informatico, ma questo non è legalmente valido e va volta per volta confrontato con la copia cartacea. Solo in questi giorni, al Senato, si sta riflettendo sull’opportunità di rendere telematico il procedimento di presentazione degli atti a partire dalla prossima legislatura. Alla Camera, invece, tutto tace”.

Le norme non aiutano, poi. C’è ancora l’obbligo per i parlamentari e i loro uffici di recarsi materialmente presso gli uffici della Camera e del Senato per depositare i testi, anziché poterlo fare in via telematica. “E’ la norma. Gli uffici dei singoli parlamentari e dei gruppi scrivono gli atti da presentare a mano o al computer; in quest’ultimo caso devono comunque stampare una copia per la firma autografa. Presentano l’atto agli uffici competenti, dove i funzionari si mettono a trascrivere i testi. Spesso chiedono in via informale l’invio di una copia digitale, ma devono comunque confrontarla con la copia cartacea e tener conto di eventuali correzioni a penna. Gli atti sono poi stampati e distribuiti per il loro esame e ristampati una volta esaminati per dar conto della loro approvazione o bocciatura”. Tutto questo ha dei costi enormi. Non solo per i costi di stampa ma soprattutto per le ore uomo impiegate dai funzionari impegnati nella trascrizione e revisione degli atti presentati. “Con la digilitazzazione dell’attività parlamentare – chiarisce Diego Marangon – si potrebbero ridurre i trasferimenti ai gruppi, che ammontano a 75 milioni di euro l’anno e le spese per il personale, cresciute ad un tasso più che doppio rispetto all’inflazione negli ultimi 10 anni (del 55%, da 100 a 156 milioni di euro, al Senato e del 45%, da 161 a 234 milioni di euro alla Camera)”. “I funzionari del Parlamento sono lautamente pagati e assunti dopo concorsi generalmente molto difficili da superare. Dovrebbero aver cura della qualità della nostra legislazione. Strapagarli per far loro svolgere mansioni esecutive di copiatura di testi, facilmente evitabili con l’utilizzo della posta elettronica certificata, è uno dei tanti sprechi posto a carico dei contribuenti“.

Qual è l’ordine di grandezza dell’attività di “carta” e quanto costa al cittadino la mancata dematerializzazione? Il contachilometri segna 5714 progetti di legge alla Camera e 3596 disegni di legge al Senato (senza contare i testi che tornano in terza, quarta o quinta lettura). “Gli emendamenti e le diverse versioni e correzioni non sono nemmeno calcolabili, ma se pensiamo che ai decreti crescita o alla legge di stabilità vengono proposti tra i mille e i duemila emendamenti in ciascuna delle due camere, possiamo avere quantomeno un’idea dello spreco di carta e tempo che ne consegue.
I parlamentari, nel corso della XVI legislatura, hanno poi presentato 1933 mozioni, 2348 interpellanze, 43046 interrogazioni, 1889 risoluzioni, 15518 ordini del giorno”.
Sappiamo che Camera e Senato costano complessivamente al contribuente un miliardo l’anno. “Sicuramente i tagli più urgenti riguardano i privilegi, le indennità, i vitalizi dei parlamentari. Rendendo più efficiente la macchina amministrativa sarebbe sicuramente più facile contenere anche le altre voci di spesa. La sola dematerializzazione degli atti porterebbe ad un abbattimento dei costi di stampa, oggi pari a 12 milioni di euro l’anno, ma consentirebbe anche una riduzione delle spese per il personale a parità di qualità dei servizi resi e dei trasferimenti ai gruppi. Un obiettivo plausibile è la realizzazione di risparmi per un importo complessivo di 40 milioni di euro”.

  • Anonimo

    Ma se anche sottopongono i documenti stampati, non esistono poi gli scanner con OCR? E non esistono magari anche service esterni opportunamente certificati, invece di usare costosissimi funzionari e impiegati di Camera e Senato, pagati il triplo di un docente?

  • anonimo123

    L’autodichia designa un’area di attività delle Camere sottratte alla giurisdizione della magistratura (e, per questo motivo, rimesse – in caso di contestazione – allo scrutinio di organi interni alle Camere stesse). Dopo la sentenza n. 120 del 2014 della Corte costituzionale la concezione “geografica” di tale sottrazione – fino ad allora comunemente riferita a tutto ciò che le fonti interne (regolamento parlamentare maggiore e atti da esso previsti) ritenessero di deferire agli organi interni – è in via di abbandono, avendo la sentenza ricordato (sia pure entro i limiti della modalità prescelta dalla Cassazione per investirla) che “negli ordinamenti costituzionali a noi più vicini, come Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, l’autodichia sui rapporti di lavoro con i dipendenti e sui rapporti con i terzi non è più prevista”.
    Nella vita amministrativa degli organi costituzionali si fa discendere – dalla suddetta concezione geografica della guarentigia – il principio di sottrazione alla legge “esterna” delle Camere stesse (v. posizione espressa dal Governo italiano nella seduta della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2 dicembre 2008 nella causa Savino ed altri contro Italia). In altri termini l’autodichia rifletterebbe una forma di autocrinia, della quale sarebbe l’espressione processuale: laddove la legge non sia espressamente richiamata da decisioni degli organi interni, competenti a disciplinare un qualsiasi aspetto della vita delle Camere, ad essa sarebbe inibito di disciplinare automaticamente aspetti importanti come il rapporto di lavoro dei dipendenti, la regolamentazione delle forniture e dei lavori degli appaltatori, ecc.; la clausola che conclude la promulgazione delle leggi dello Stato (“A chiunque è fatto obbligo di osservare e fare osservare…”) non si applicherebbe alle amministrazioni delle Camere, se non quando separatamente e gerarchicamente a ciò richieste dall’organo politico di gestione di questo tipo di rapporti (di solito il Presidente o l’Ufficio di Presidenza). La legge stessa riconoscerebbe questo ambito di autonomia normativa interna quando – nel rivolgere alcune sue previsioni anche agli organi costituzionali – invece di assumere una veste prescrittiva, utilizza la formula “nell’ambito della loro autonomia, adeguano i rispettivi ordinamenti interni ai principi della presente legge” (o formule similari: per la nascita di questa dizione, in riferimento agli organi costituzionali, v. Testa-Gerardi, Parlamento zona franca, Rubbettino, 2013).
    Un’ulteriore inferenza sarebbe quella secondo cui la disciplina retributiva dei dipendenti sfuggirebbe – laddove non espressamente richiamata dalla regolamentazione interna, soggetta peraltro ad apposite procedure di negoziazione sindacale – alla normativa di diritto comune dei “tetti retributivi” imposti, a partire dal secondo governo Prodi (2006-2008) e dal governo Monti (2012), fino al decreto n. 66/2014 – per la generalità del pubblico impiego e per i contratti individuali con società partecipate pubbliche (Marro, Corsera 28 giugno 2014; Rizzo, Corsera 26 luglio 2014; Economist, 8 agosto 2014).
    Sull’affermazione di un diverso modo di concepire l’autodichia degli organi costituzionali, secondo una nozione funzionalista, vedi il seguente atto parlamentare.
    ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ì

    Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 302 del
    07/08/2014

    SENATO DELLA REPUBBLICA
    —— XVII LEGISLATURA ——

    302a SEDUTA PUBBLICA
    RESOCONTO STENOGRAFICO
    GIOVEDÌ 7 AGOSTO 2014
    _________________
    Presidenza del presidente GRASSO,
    indi della vice presidente FEDELI,
    della vice presidente LANZILLOTTA
    e del vice presidente GASPARRI
    ….
    Testo integrale della dichiarazione di voto del senatore Buemi in sede di
    esame dell’emendamento 39.21 ai disegni di legge costituzionale nn. 1429, 7,
    12, 35, 67, 68, 125, 127, 143, 196, 238, 253, 261, 279, 305, 332, 339, 414,
    436, 543, 574, 702, 732, 736, 737, 877, 878, 879, 907, 1038, 1057, 1193,
    1195, 1264, 1265, 1273, 1274, 1280, 1281, 1355, 1368, 1392, 1395, 1397, 1406,
    1408, 1414, 1415, 1416, 1420, 1426, 1427 e 1454
    Onorevoli colleghi, anzitutto una correzione sul testo stampato (a pagina 728
    del fascicolo); l’ultima parola del testo dell’emendamento 39,21 non è
    “comma”, ma “comma 3”.
    L’argomento dell’autodichia è costellato, nella sua pluriennale riemersione,
    di una costante, nella reazione alle proposte di abrogazione: NON È QUESTA
    LA SEDE.
    Ci è stato detto quando abbiamo proposto il disegno di legge ordinaria:
    nonostante il fatto che la dottrina abbia confermato, soprattutto dopo la
    sentenza Amato, che la materia delle amministrazioni parlamentari è
    liberamente disciplinabile per legge, ci è stato detto che non era quella la
    sede. Il disegno di legge Maritati e quello Bernardini giacquero per anni
    nelle Commissioni affari costituzionali di Camera e Senato, e lì ancora
    giace quello socialista in questa legislatura.
    Ci è stato poi detto che neppure la controversia Lorenzoni – arrivata
    addirittura davanti alla Corte costituzionale – era la sede giusta: chiedemmo
    al Presidente del Senato di non costituirsi a difesa dell’odioso privilegio,
    ma ci fu risposto che non era quella la sede. Fu chiesto al Presidente del
    Consiglio di lasciare che la Corte decidesse senza alcun intervento
    dell’avvocatura dello Stato, ma neppure quella era la sede.
    Quando il Governo fissò un tetto alle retribuzioni pubbliche, si pose il
    problema dei dipendenti degli Organi costituzionali: la soluzione – nel senso
    dell’estensione graduale del tetto, a tutti costoro – fu proposta da me e dal
    collega Di Gioia, in sede di conversione del decreto legge n. 66, ma anche
    qui ci si disse che non era la sede, col risultato, per inciso, del
    degradante spettacolo di decisioni assunte a livello interno sotto i fischi e
    le contestazioni dei dipendenti; sono convinto che – invece – costoro
    avrebbero rispettosamente adempiuto ad una norma di legge, pubblicata in
    Gazzetta Ufficiale.
    Come raccontava Truman, esiste un posto in cui c’è scritto: “Qui finisce lo
    scaricabarile” Quel posto a Washington è l’ufficio del Presidente degli
    Stati Uniti. Nel nostro ordinamento costituzionale quel posto è il
    Parlamento in sede di revisione costituzionale. In questa sede si può tutto:
    far sparire un livello di legittimazione democratica, sopprimere una sede di
    bilanciamento legislativo, alterare il sistema delle garanzie repubblicane.
    Allora non si capisce perché non si possa fare un’operazione più semplice e
    più sensata: affermare l’automaticità dell’ingresso della legge nella vita
    amministrativa degli organi costituzionali. L’alibi che essi rispondono solo
    a giudici interni deve essere rimosso. Su faccende esterne alle loro
    funzioni, deve potersi instaurare un normale contenzioso dinanzi ai giudici
    esterni: rapporti di lavoro ed appalti devono poter ricadere nella grande
    regola dello Stato di diritto, come ha scritto Giuliano Amato nella sentenza
    n. 120.
    Abolire l’autodichia si può, in questa sede, perché è finalmente la sede
    giusta: chiunque, che non sia in malafede, deve riconoscere che questo è
    l’albero giusto per Bertoldo.
    Abolire l’autodichia si deve, perché è fonte di perenne delegittimazione
    del Parlamento, alimentando leggende che danneggiano le professionalità che
    vi lavorano: non spetta a loro proporlo; spetta a noi disporlo, perché la
    politica assuma finalmente il suo ruolo decisionale e, riformando le sue
    istituzioni, le renda resistenti alla becera polemica populista. Qui finisce
    lo scaricabarile.

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