trasformazione

PA digitale: il PNRR ha fallito, ora serve una vera strategia



Indirizzo copiato

Il PNRR digitale si chiude senza una vera strategia di trasformazione. Rendicontazione, semplificazione, qualità dei dati e formazione della PA restano nodi aperti. Dal 2026 servono visione, progettazione seria e modelli organizzativi sostenibili per non ripetere gli stessi errori

Pubblicato il 24 feb 2026

Donato A. Limone

già professore ordinario di informatica giuridica, Presidente del Comitato consultivo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Sottosegretario di Stato con delega all'innovazione e alla trasformazione digitale.



Mappa dei Comuni digitali 2025 mercato digitale in italia

La trasformazione digitale della pubblica amministrazione è al centro del dibattito post-PNRR: un piano che ha mobilitato miliardi di euro senza produrre la discontinuità attesa. Ecco perché è urgente fare un bilancio onesto e definire una strategia credibile per il dopo 2026.


Il PNRR digitale senza strategia: un’occasione mancata

Partiamo da alcune premesse/domande: il PNRR (con particolare riferimento al digitale pubblico) si è sviluppato secondo una visione o una vera strategia per incidere positivamente sul sistema sociale, istituzionale, economico? La risposta è negativa: nessuna strategia ben definita. Il PNRR è stato espressione di una partecipazione “corale” a processi di innovazione, di cambiamento e di trasformazione? La risposta è negativa. Cosa resterà del PNRR relativo al digitale pubblico: molte risorse finanziarie distribuite ma molto poco da recuperare per il futuro in termini di risultati riusabili, modelli innovativi, metodologie, ecc.

Dal 2026 la partita si sposta dalla spesa ai risultati: rendicontazione, sostenibilità dei servizi acquistati con fondi straordinari, e responsabilità. Sul digitale la sfida è misurare cosa resta davvero: interoperabilità, semplificazione reale, qualità dei dati, competenze e sicurezza. Ritorniamo sul tema perchè la vera questione non è tanto e non solo la rendicontazione (quella tosta, vera, dura, quella che rivela come stanno i fatti…come abbiamo speso i soldi del PNRR) quanto e soprattutto il futuro: cosa facciamo dopo il 2026. Meglio cosa facciamo oggi per definire una vera strategia (nel settore del digitale e del digitale pubblico) per creare le condizioni di un vero processo di trasformazione digitale.

Una vera strategia richiede una “visione” delle cose da fare, una “politica” delle cose da fare, un piano delle cose da fare (cosa fare, come fare, con quali risorse, con quali risultati da raggiungere…). Una vera strategia non si definisce e realizza a “botta” di decreti o di “missioni” da strutturare sulla carta, …. Una vera strategia ha necessità di essere affrontata a tutti i livelli istituzionali (Parlamento, Governo, Regioni, Sanità, Sistema delle autonomie e delle università e della ricerca, Sindacati, espressione del sistema produttivo/aziendale, ecc.) prima di formalizzare e “chiudere” il tutto in decreti e regole astratti definiti in stanze “fuori” dal mondo. Una vera strategia dello sviluppo e del cambiamento incide concretamente e direttamente sul sistema sociale, istituzionale, economico, culturale e produttivo.

Sarà necessario allora superare la logica della “estraneità” del PNRR dai processi di innovazione (quale innovazione prodotta?) e la riduzione degli stessi processi di innovazione a pratiche burocratiche. Abbiamo perso una grande occasione ed ora cerchiamo (se possibile) di “rimediare”.


Il DL PNRR non parla di futuro: solo gestione delle code

A conferma che il futuro (dopo il PNRR) è già compromesso si rinvia alla bozza del c.d. “DL PNRR ulteriori disposizioni urgenti in materia di attuazione del PNRR e in materia di politiche di coesione” e per comprendere che tutta la politica normativa attuale ha lo scopo di “assestare” l’attuale gestione conclusiva del PNRR (e le varie “code” della gestione: ritardi, proroghe, slittamenti, nuovi termini di scadenze, ecc.) sotto il profilo finanziario-contabile, delle scadenze amministrative e delle responsabilità amministrative. Nulla si evince sul futuro dei processi di trasformazione digitale.


Rendicontazione come strumento per costruire il futuro, non per trovare colpevoli

Una prima indicazione per una visione ed una strategia della innovazione a tutti i livelli e a tutti i settori: senza una vera cultura diffusa della pianificazione, della programmazione, della progettazione non si va da nessuna parte. L’operazione di rendicontazione deve superare la logica delle “toppe normative ed amministrative” per essere una vera e propria valutazione di politica per il futuro: come costruire il futuro (il futuro non esiste e deve essere quindi costruito).

Per una operazione di rendicontazione funzionale (lo abbiamo già anticipato nell’articolo citato di dicembre 2025) sarebbe utile operare con un atteggiamento sereno, onesto, finalizzato a coinvolgere decisori pubblici, esperti, cittadini, la burocrazia con l’intento di fare analisi e valutazioni “dure” (ruvide) ma anche utili per il futuro. Non fare una rendicontazione di dettaglio per la ricerca di “responsabili” e “colpevoli” ma fare una rendicontazione per comprendere come non fare gli stessi errori nel futuro. Gli errori sono legati alla mancanza di una “cultura” della progettazione, della pianificazione, della trasparenza dei progetti, della partecipazione ai progetti da parte dei soggetti che poi devono usufruire dei processi di innovazione.

Gli errori sono strettamente legati alla carenza di una qualità dei dati e della messa in comune degli stessi dati di qualità.

Gli errori sono legati alla mancanza di una visione unitaria del sistema pubblico-privato: pubblico e privato (anche nella loro necessaria differenziazione) non sono due verticali fuori da una logica di “sistema” ma fanno parte della logica di sistema. Non si può continuare a normare questi settori come “contrapposti” con normatori “squisitamente” legati a regole di normazione che non hanno niente a che vedere con i ritmi, i contenuti, le logiche di sviluppo, il digitale.

Il futuro dopo il PNRR non può essere la “copia” dell’attuale PNRR: significherebbe perpetuare un sistema fallimentare che ipotecherebbe il futuro pesantemente fino al blocco totale di qualsiasi sviluppo.

Il DL legge PNRR citato è la strada da non seguire anche se comprendiamo la logica dell’intervento per ovviare a pesanti criticità dovute a carenza di programmazione, di professionalità nella progettazione, a ritardi di vario tipo, ecc.

Quindi un’analisi del PNRR certamente senza “ambiguità” ma con una finalità “positiva” per costruire una nuova visione dell’utilizzo delle risorse (informative, economiche, tecnologiche, umane) per il cambiamento, l’innovazione, la programmazione, le regole, il controllo.


I vincoli strutturali che hanno bloccato l’innovazione digitale nella PA

Sicuramente, per il futuro dobbiamo procedere questa volta con progetti “veri”, con risorse “pesate”, con verifiche non solo finali sulla “efficacia” dei progetti stessi. Fuori da luoghi comuni, da approcci approssimativi, senza strategia, senza controlli e verifiche durante la realizzazione dei progetti.

Abbiamo rilevato in questi 4 anni di PNRR alcuni “vincoli” molto forti per attivare processi di innovazione e cambiamento burocratico nella logica della trasformazione digitale:

a) La trasformazione digitale nel settore pubblico significa il cambio di modelli organizzativi e funzionali dello stesso settore pubblico: il settore pubblico opera ancora nella logica di organizzazioni datate; formalistiche, con procedure lunghe e costose; con servizi che non sono a misura di cittadini e di imprese; con organizzazioni inutili e dannose;

b) La semplificazione (forte e radicale) deve precedere inevitabilmente la semplice utilizzazione di tecnologie digitali “miracolose” (fino alla IA): non si possono finanziare progetti che non rispettano il vincolo “Prima si semplifica e si riorganizza e poi si digitalizza” (art. 15 del Codice dell’amministrazione digitale);

c) Superare l’incapacità di progettazione da parte delle PA e da parte della dirigenza pubblica (le eccezioni sono sempre da considerare ma sono poche);

d) Superare la gestione delle risorse messe a disposizione nella logica italica di burocratizzare la spesa pubblica: cioè frammentare le risorse e distribuirle a pioggia;

e) Se i progetti non incidono sulla innovazione e sul cambiamento non devono essere finanziati;

f) Se i progetti non incidono “pesantemente” e “positivamente” sul futuro delle giovani generazioni non devono essere finanziati;

g) Se i progetti non sono in linea e non attuano quanto stabilito dal piano triennale dell’informatica della PA non possono partecipare a finanziamenti.


Come rilanciare la trasformazione digitale: i punti essenziali

Se vogliamo recuperare alcuni risultati (pochi) del PNRR e vogliamo rilanciare il processo di trasformazione digitale allora la strategia deve riguardare alcuni punti essenziali e fondamentali (come è stato già indicato):

a) Adozione di modelli organizzativi per la realizzazione di ecosistemi digitali diversificati rispetto ai diversi livelli istituzionali e finalizzati a modificare profondamente nell’arco di 5 anni (non oltre) l’assetto amministrativo pubblico.

b) Adozione di modelli di sostenibilità organizzativa, normativa, tecnologica, digitale, ambientale dei sistemi burocratici pubblici innovativi.

c) Adozione di modelli organizzativi di servizi semplificati e digitali ai cittadini e alle imprese.

d) Creare le condizioni per la realizzazione di sistemi documentali digitali a norma valorizzando la qualità dei dati, dei documenti, delle informazioni.

e) Superare i modelli formativi attuali per realizzare profili di dirigenti e di pubblici dipendenti in grado di supportare il passaggio verso nuovi sistemi di amministrazione pubblica.


Le criticità delle PA: perché non riescono a innovare, organizzarsi e semplificarsi

Partiamo da aspetti critici considerati tali da parte di molti osservatori del PNRR:

Incapacità progettuale: le PA non sanno come innovare

  • Perché non hanno mai effettuato interventi di progettazione per innovare (parliamo di oltre 30 mila organizzazioni pubbliche): questo vale per tutte le organizzazioni pubbliche.
  • Normative che calano dall’alto per “imporre” modifiche, cambiamenti, ecc. senza avere effettuato “spazi” di sperimentazione della efficacia delle stesse normative.
  • Di solito le normative per i processi innovativi (o ritenuti tali) sono scritti da giuristi che non hanno una cultura ed una formazione su processi organizzativi e tecnologici.
  • I processi innovativi sono tali quando interessano aspetti istituzionali, organizzativi, procedurali, tecnici, ecc.; norme scritte a “pezzi” non servono a niente e a nessuno (forse a pochi).
  • I processi di innovazione digitale richiedono una grande vicinanza e relazione tra pubbliche amministrazioni e mercati/imprese/servizi.
  • I processi di innovazione richiedono un coinvolgimento forte di soggetti istituzionali, di pubblici decisori, di cittadini, di utenti, di dirigenti pubblici, esperti, ecc.
  • I processi innovativi non possono seguire logiche di improvvisazione.

Niente riorganizzazione: le PA restano ferme ai vecchi modelli

  • Le 30 mila organizzazioni pubbliche di solito non hanno mai proceduto a “riorganizzarsi” o ad “organizzarsi”: sia per le norme di organizzazione che non sono tali e sia per carenza progettuale dei decisori pubblici, della dirigenza pubblica, ecc.
  • Le regole di organizzazioni di solito ostacolano i processi di riorganizzazione oppure non esistono.
  • Non esistono modelli di riorganizzazione da utilizzare (non da copiare ma da assorbire e contestualizzare).
  • Non esistono modelli di organizzazione di servizi (sempre da contestualizzare).
  • I modelli non possono essere articolati solo aspetti burocratici ma dovrebbero operare secondo modelli sostenibili.
  • La riorganizzazione o la organizzazione trovano la propria condizione “naturale” in ecosistemi amministrativi digitali.

La semplificazione amministrativa resta un obiettivo mancato

  • Pochissime amministrazioni dal 1990 (legge 241/90 sm) hanno applicato il principio della semplificazione amministrativa. Ed anche il PNRR non ha spinto sul fronte della semplificazione e può darsi che vedremo effetti positivi di semplificazione anche dopo il 2026.
  • Pochissime amministrazioni hanno applicato quanto stabilito dalla legge 241/90 unitamente all’art. 15 del Codice dell’amministrazione digitale (digitalizzazione e riorganizzazione).
  • La semplificazione amministrativa è fondamentale anche nella protezione dei dati personali e per la cibersicurezza.
  • La semplificazione amministrativa è fondamentale nei processi di anticorruzione.
  • La semplificazione amministrativa è necessaria nell’attività di controllo di gestione, ecc.
  • La sostenibilità digitale è possibile solo a fronte di interventi di semplificazione e reingegnerizzazione dei processi.

PA ancora lontane dall’essere nativamente digitali e trasparenti

  • Senza amministrazioni nativamente digitali non è possibile superare il sistema misto analogico/digitale che caratterizza oggi il sistema documentale delle PA.
  • Anche su questo aspetto siamo deficitari e ciò costituisce un vincolo allo sviluppo di servizi digitali in rete.
  • Senza amministrazioni nativamente digitali non è possibile garantire il diritto alla trasparenza e l’accesso più ampio possibile ai dati/documenti/informazioni delle PA.

Sicurezza informatica e cibersicurezza: un fronte ancora scoperto

  • Per le stesse PA non sono in grado di semplificare, di riorganizzarsi, di digitalizzare i processi amministrativi.
  • La sicurezza informatica è espressione di interventi di organizzazione, di semplificazione, di digitalizzazione.

Piani triennali dell’informatica: obblighi formali senza attuazione reale

  • I piani triennali sono un obbligo di legge; devono essere approvati ed adottati da tutte le PA.
  • I piani triennali devono attenersi ai principi di organizzazione, di semplificazione, di digitalizzazione.
  • I piani triennali sono uno strumento importante nella strategia di trasformazione digitale.

Servizi in rete: la PA non progetta pensando ai cittadini

  • Infatti i servizi non sono progettati e realizzati in modalità semplificata e digitalizzata.
  • Per la progettazione e realizzazione dei servizi non sono effettuate le rilevazioni sui bisogni dei cittadini e non sono effettuate le rilevazioni sulla soddisfazione dei cittadini nella fruizione dei servizi.

Formazione assente: il deficit che blocca la transizione digitale

Senza formazione non si può garantire una trasformazione digitale completa.

Non abbiamo formato le PA sul PNRR, sulla progettazione, sulla qualità dei servizi digitali, sulla semplificazione, ecc.

La formazione della dirigenza e dei dipendenti è stato un ulteriore elemento critico dell’insuccesso diffuso del PNRR.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x