La “plastica” ha smaterializzato il contante ed è stata per decenni il modo più moderno di pagare. Per lungo tempo la carta di credito (o di debito) è stata la frontiera dell’innovazione nel settore dei pagamenti: banda magnetica, chip, contactless, ogni novità sembrava avvicinare il momento in cui il portafoglio fisico sarebbe scomparso.
La pandemia ha accelerato quella corsa: milioni di europei hanno imparato a pagare in modalità contactless ma con strumenti basati sulle carte di credito, prendendo così confidenza con un gesto, l’avvicinamento del dispositivo al POS, che oggi ripetono con la stessa naturalezza usando il telefono al posto della tessera di plastica. Ma qualcosa sta cambiando.
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I pagamenti digitali europei oltre la carta
Gli europei stanno lentamente lasciando gli strumenti di pagamento basati su carta. I numeri della Banca centrale europea lo raccontano senza enfasi.
Nell’ultima indagine sulle abitudini di pagamento dell’area euro, lo studio SPACE del 2024, il contante è sceso al 52% delle operazioni nei punti vendita, contro il 59% di due anni prima; le app di pagamento su smartphone valgono ormai il 7% del valore speso in negozio, quasi il doppio del 4% del 2022; e gli acquisti online sono cresciuti fino a rappresentare il 36% del valore dei pagamenti quotidiani, con i portafogli digitali e le app che da soli coprono quasi un terzo delle transazioni in rete.
La carta non è morta e, per ora, resta lo strumento di pagamento più diffuso e utilizzato anche quando virtualizzata nel telefono. Ma ha perso qualcosa di più importante della quota di mercato: ha perso il monopolio sull’idea stessa di “modo moderno di pagare”. Lo strumento che era stato la punta avanzata dell’innovazione è diventato il sistema da superare.
Pagamenti europei e dipendenza dai circuiti americani
Il motivo per cui l’Europa vuole andare oltre la carta non è la moda, ma una dipendenza rimasta per anni invisibile. La carta che teniamo in tasca è emessa da un istituto europeo, ma è basata su un’infrastruttura americana. Circa due terzi dei pagamenti con carta nell’area euro, il 61% secondo la stessa BCE, passano attraverso Visa e Mastercard; tredici Stati membri non possiedono alcun circuito nazionale e dipendono interamente da loro.
Persino dove un circuito domestico esiste, come il Bancomat in Italia, non è ancora pienamente spendibile all’estero: appena si varca la frontiera, l’italiano deve ripiegare su una carta Visa o Mastercard. Fin qui si potrebbe parlare di semplice comodità industriale.
Visa e Mastercard nella dipendenza geopolitica europea
Poi è arrivato il marzo del 2022. Quando Visa e Mastercard hanno giustamente sospeso le operazioni in Russia, bloccando le carte russe all’estero e le carte estere nei negozi russi, l’Europa nello stesso momento ha scoperto all’improvviso che quella che sembrava un’infrastruttura neutra e invisibile poteva rispondere anche ad altre logiche, comprese quelle politiche. Un’infrastruttura che funziona finché gli alleati restano alleati.
Non è un timore isolato: nel suo rapporto sulla competitività dell’Unione, Mario Draghi ha messo in guardia dal fatto che un’integrazione profonda ha creato dipendenze che possono essere sfruttate proprio quando non tutti i partner si comportano da alleati. È la ragione per cui Piero Cipollone, il membro del comitato esecutivo della BCE che segue l’euro digitale, ripete che l’obiettivo è evitare che l’Europa dipenda in modo eccessivo da sistemi di pagamento “che non sono nelle nostre mani”.
La fragilità delle infrastrutture di pagamento concentrate
La carta è stata una grande innovazione il cui strato di controllo, quello che decide se e quando il pagamento attraversa il confine, è però rimasto fuori dall’Europa.
E la dipendenza ha una seconda faccia, meno raccontata della geopolitica e molto più quotidiana: la fragilità. Concentrare i pagamenti di un intero continente nelle mani di pochi operatori significa che, quando quegli operatori si fermano, si ferma tutto. Non è un’ipotesi di scuola.
Il primo giugno del 2018 un guasto hardware in un centro dati europeo di Visa fece fallire in una decina d’ore circa 5,2 milioni di pagamenti in tutta Europa: negozi e clienti, soprattutto nel Regno Unito e in Irlanda, si ritrovarono di colpo senza poter usare la carta, al ristorante come al supermercato.
E per restare a casa nostra: tra il 28 e il 29 novembre del 2024 un guasto alla rete di Worldline, la società che gestisce una quota rilevante dei pagamenti con carta, mise in difficoltà per quasi due giorni i pagamenti elettronici nei negozi anche in Italia, non solo Bancomat, PagoBancomat e il circuito Nexi, ma anche le carte di credito e di debito che passavano per i suoi terminali, colpendo i clienti di diverse tra le principali banche del paese.
La causa scatenante era quasi grottesca nella sua banalità: dei lavori di posa di una conduttura del gas avevano danneggiato i cavi del fornitore di rete di Worldline, interrompendo il collegamento con i suoi centri dati. Un continente che affida i propri acquisti a un’infrastruttura così concentrata è esposto per costruzione: basta un cavo reciso o un errore tecnico in un solo nodo perché un’intera nazione scopra di non poter comprare il pane. È qui che entra in gioco la resilienza, e con essa la ragione più solida, più ancora della sovranità, per non affidarsi a un solo sistema.
Lo smartphone apre una nuova fase per i pagamenti in Europa
Se questo cambiamento avviene proprio ora è perché tre condizioni si sono incontrate nello stesso momento, e tutte e tre ruotano attorno allo smartphone. La prima è che il telefono è diventato universale e, soprattutto, non vi sono più recinti chiusi.
L’accesso al chip dell’iPhone per i wallet concorrenti
Ad esempio, fino a poco tempo fa il chip che permette il pagamento basato su carta ma attraverso il sistema contactless dell’iPhone, era riservato ad Apple Pay, detto in altre parole la carta doveva stare per forza nel Wallet di Apple e l’emittente della carta doveva pagare una fee per ogni transazione.
Nel luglio del 2024 la Commissione europea ha chiuso un’indagine antitrust (quindi non sotto le regole del DMA) accettando l’impegno di Apple a consentire l’utilizzo del chip anche ad app di concorrenti, gratuitamente e per dieci anni, in tutto lo Spazio economico europeo: da allora anche una app bancaria o un wallet non Apple possono usare l’hardware dell’iPhone per i pagamenti contactless, senza passare dalla mediazione di Apple.
Bonifici istantanei come nuovi binari europei
La seconda condizione sono i binari. Il regolamento europeo sui pagamenti istantanei ha reso obbligatorio per le banche dell’area euro inviare e ricevere bonifici che arrivano in pochi secondi, e ha vietato di farli costare più di un bonifico ordinario: dal 9 ottobre del 2025 muovere denaro da un conto all’altro in tempo reale costa quanto un trasferimento normale, e la banca deve inoltre verificare – prima che l’operazione sia disposta – che il nome del destinatario corrisponda all’IBAN e comunicare l’esito al pagatore.
Open banking e pagamenti da conto a conto
La terza condizione è l’apertura dei conti: le regole europee sull’open banking, la PSD2 e la nuova cornice PSD3 e PSR, impongono alle banche di lasciar dialogare con i conti dei clienti, previo consenso, anche soggetti diversi da chi detiene il conto.
Messe insieme, queste tre cose producono uno strumento nuovo: il pagamento da conto a conto. Invece di far lavorare i circuiti, il denaro va direttamente dal conto di chi compra a quello di chi vende, un bonifico che si conclude in pochi secondi. Lo smartphone non digitalizza più la carta, ma contiene tutte le tecnologie per sostituirla.
Certo quello che manca è ancora la comodità di pagare oggi e vedersi addebitata la spesa il mese successivo, o di avere una protezione in caso di difformità sulla qualità del prodotto rispetto a quanto dichiarato dal venditore, cosa che può accadere nelle vendite online.
Wero, EuroPA ed euro digitale nei pagamenti europei
Ma al netto di quelle che sono scelte commerciali degli operatori, che possono orientare la scelta del pagatore, oggi ci sono molti più strumenti per pagare.
Wero dai trasferimenti tra persone ai negozi
Lo strumento più avanzato in questa direzione si chiama Wero, il portafoglio lanciato nel 2024 dalla European Payments Initiative e integrato dentro le app delle banche: funziona sui binari dei pagamenti istantanei e all’inizio del 2026 ha superato i 43 milioni di utenti registrati, con oltre 7,5 miliardi di euro movimentati nei primi dodici mesi tra Germania, Francia e Belgio.
Nato per i trasferimenti tra persone, da novembre del 2025 in Germania e da gennaio del 2026 in Francia e Belgio ha aggiunto il pagamento nei negozi online; nei Paesi Bassi il diffusissimo sistema iDEAL sta migrando sotto il marchio unico “iDEAL Wero”, e per la fine del 2026 è previsto l’ingresso nei negozi fisici.
EuroPA ed EPI collegano i circuiti nazionali
Accanto a Wero, il 2 febbraio del 2026 le principali soluzioni domestiche europee riunite nell’alleanza EuroPA, il Bancomat italiano, la spagnola Bizum, la portoghese MB WAY e la nordica Vipps MobilePay, hanno firmato con EPI un protocollo per collegare tra loro i circuiti nazionali invece di costruirne uno nuovo da zero, con un obiettivo dichiarato senza troppi giri di parole: ridurre la dipendenza dai due circuiti americani.
Insieme servono circa 130 milioni di utenti, il 72% della popolazione dell’Unione più la Norvegia. La sola Bizum conta oltre 30 milioni di utenti, copre il 99% del mercato bancario spagnolo e regola 3,4 milioni di trasferimenti istantanei al giorno.
Nella primavera del 2026 Bancomat, EPI e la portoghese SIBS hanno già superato una prima prova tecnica, facendo dialogare le rispettive app con un pagamento tramite QR code tra tre paesi diversi; i trasferimenti transfrontalieri tra persone sono attesi entro la fine dell’anno, mentre la sfida più impegnativa, quella dell’accettazione nell’e-commerce e nei punti vendita, è rimandata al 2027.
L’euro digitale nel futuro dei pagamenti europei
Sopra tutto questo si muove il progetto pubblico: l’euro digitale, la moneta della BCE in forma elettronica, per cui a fine ottobre del 2025 il Consiglio direttivo ha chiuso positivamente la fase preparatoria e aperto quella successiva, con una possibile prima emissione nel 2029, a condizione che il regolamento venga approvato nel corso del 2026.
Pagamenti digitali europei tra sovranità, tutele e resilienza
La posta in gioco è più grande del gesto comodo di avvicinare il telefono al lettore. Se la scommessa riesce, l’Europa smette di affittare l’autostrada e ne possiede finalmente un tratto: le commissioni che oggi defluiscono verso i circuiti esteri, i dati su come spende un continente intero e, soprattutto, la garanzia di poter continuare a pagare anche quando soffia un vento politico sfavorevole, tornerebbero dentro i confini. Del resto chi controlla lo strumento non incassa soltanto la commissione: sopra il pagamento costruisce i servizi che contano davvero, dalla fidelizzazione del cliente alla riconciliazione dei conti dell’esercente.
Le tutele da ricostruire oltre la carta
Questo passaggio, però, non è una liberazione senza costi. Abbandonare del tutto Visa e Mastercard significherebbe rinunciare a ciò che quei circuiti, in decenni, hanno costruito meglio di chiunque: un’accettazione pressoché universale, perché l’europeo che viaggia a New York o a Tokyo ha ancora bisogno della carta; difese antifrode collaudate; e, soprattutto, una tutela del consumatore che i nuovi strumenti devono ancora ricostruire.
Un pagamento con carta si può contestare e farsi restituire; un bonifico istantaneo da conto a conto è definitivo: una volta partito, il denaro è andato, e il rischio si sposta su chi paga. Non a caso le nuove regole europee impongono la verifica del nome del beneficiario e obbligano le banche a rimborsare alcune truffe: sono l’impalcatura con cui l’Europa prova a dare al pagamento istantaneo le stesse garanzie che la carta offre da tempo.
Il rischio di una nuova concentrazione europea
C’è poi un rischio più sottile, quello di sostituire un monopolio straniero con una nuova concentrazione domestica. Il blackout dello scorso novembre insegna proprio questo: a fermarsi non furono Visa o Mastercard, ma l’operatore tecnico che stava sotto di loro. Costruire ogni cosa su un unico hub europeo o su un solo processore significherebbe spostare il punto di rottura, non eliminarlo.
La vera posta, allora, è spezzare la dipendenza: la resilienza non nasce dal rimpiazzare un sistema dominante con un altro, ma dall’averne più di uno. Un continente che può pagare con la carta, con il bonifico istantaneo dal telefono e, un domani, con l’euro digitale, è un continente che continua a funzionare anche quando uno di questi sistemi si ferma.
È questo, più ancora della bandiera della sovranità, il premio in palio: non soltanto strumenti nostri, ma strumenti che si fanno da scorta l’uno all’altro.
Adozione, concorrenza e regole dei nuovi pagamenti
Sarebbe però sbagliato nascondere che il cimitero dei progetti europei di pagamento è affollato, e che il tentativo precedente, Monnet, fu abbandonato nel 2012. La differenza, questa volta, è il punto di partenza: non un foglio bianco, ma sistemi che già funzionano e utenti che li usano ogni giorno nei propri paesi.
Il rischio, invece, è quello classico dei mercati a due facce: il consumatore non usa ciò che il negozio non accetta, e il negozio non accetta ciò che il consumatore non usa; nel mezzo i circuiti internazionali non stanno certo fermi ad aspettare, mentre Apple e Google, pur avendo aperto il chip, governano i sistemi operativi degli smartphone e le nuove features di AI… e anche su questo fronte potrebbero aprirsi nuove questioni.
Qui il compito di chi scrive le regole è preciso: le norme su antifrode, resilienza operativa e concorrenza non possono diventare un alibi per rallentare l’integrazione e l’innovazione, ma vanno costruite per agevolarla. Perché i circuiti, alla fine, hanno insegnato all’Europa una cosa sola ma decisiva: uno strumento di pagamento non è mai soltanto un modo per pagare, è un’infrastruttura, e un’infrastruttura è potere. E oggi un pezzo di quel potere si è trasferito nello smartphone.



























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