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Direttore responsabile Alessandro Longo

Il rapporto

Quasi un ente su due abbandona il proprio progetto eGov

di Giuliano Noci, Osservatori ICT Politecnico di Milano

10 Feb 2014

10 febbraio 2014

I dati di una recente indagine dell’Osservatorio eGovernment del Politecnico di Milano. Gli investimenti continuano, in certi casi crescono, ma spesso non danno i risultati previsti. Per la difficoltà di gestire le attività di sviluppo. Urgente una riqualificazione delle competenze nelle PA

Pagamenti elettronici, gestioni di pratiche esclusivamente on line, sistemi di autenticazione digitale, servizi più veloci e più semplici per cittadini e imprese, meno passaggi e meno carta negli uffici, più capacità di elaborare dati per programmare le attività dell’Ente: in una parola eGovernment. Da anni in Italia si discute e si cerca di realizzare lo snellimento della burocrazia attraverso la digitalizzazione dell’amministrazione, ma basse restano le percentuali di successo in questo campo. Se, infatti, più della metà degli Enti pubblici italiani ha attivato progetti di eGovernment (circa il 60%), resta alta la probabilità che le soluzioni sviluppate e adottate siano abbandonate (35%).

Sono questi i dati emersi da una recente indagine dell’Osservatorio eGovernment del Politecnico di Milano relativa alla gestione dell’innovazione nelle PA italiane. Dall’analisi dei dati raccolti appare evidente come le Pubbliche Amministrazioni siano disposte a investire proprie risorse economiche e a mettere in campo proprie competenze per sviluppare soluzioni in grado di ammodernare i propri processi. Quasi la metà delle PA (45%) per la copertura finanziaria dei progetti eGovernment ricorre esclusivamente a fondi propri e, per questo 2014, la maggior parte degli Enti intervistati dichiara che manterrà invariati gli investimenti in questo campo (66%), se non li aumenterà addirittura (23%). Si deve però dire che spesso questi sforzi non si traducono sempre nel raggiungimento dei risultati desiderati. A fronte di un impegno economico che resta costante, nonostante i vincoli del Patto di Stabilità e della Spending Review (segno che, in particolare le Pubbliche Amministrazioni Locali, credono fortemente nella possibilità di snellire le procedure attraverso la semplificazione e la digitalizzazione), bisogna però rilevare come, quasi un Ente su due, abbia dichiarato che i progetti attivati sono spesso abbandonati per le difficoltà a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Perché questi fallimenti? Tante possono essere le cause, ma le maggiori criticità sono legate alla difficoltà di gestire le attività di sviluppo progettuale e di consolidamento del cambiamento organizzativo all’interno dell’Ente. Appare quindi evidente che, più che di problemi tecnologici, legati quindi alla digitalizzazione vera e propria, si tratta di questioni di natura organizzativa. Analizzando i dati dell’osservatorio eGovernment emerge come gli Enti siano determinati: nella maggior parte dei casi, infatti, sviluppano progetti in autonomia o al massimo in collaborazione con altre PA, utilizzando prevalentemente le proprie risorse economiche, pur non avendo chiare competenze di gestione dei progetti, capacità di coinvolgere gli stakeholder, un adeguato commitment politico e della dirigenza, così come un adeguato supporto degli uffici interni. E tutto questo porta spesso al fallimento. Come evitarlo?

Secondo gli Enti, in particolare, le istituzioni sovraordinate dovrebbero favorire e supportare la formazione del personale (57% delle risposte), impegnarsi in interventi infrastrutturali (41%), rendere disponibile personale ad hoc (32,1%), assicurare attività di consulenza tra PA (30,7%) e portare avanti campagne per sensibilizzare sul tema sia i cittadini che le stesse PA (30,5%). Ciò di cui gli Enti sentono il bisogno, quindi, è acquisire competenze e conoscenze per fare le cose al meglio. A coordinare queste politiche di eGovernment dovrebbero essere,  secondo più della metà degli intervistati (50,2%), le Regioni, seguite da un nuovo e crescente paradigma di riferimento, costituito dalle gestioni associate (18,4%). Meno del 7% dei Comuni affiderebbe invece questo ruolo ai Ministeri o alle loro Agenzie.

Per poter quindi assicurare una più alta percentuale di successo dei progetti di digitalizzazione negli Enti locali sarà necessario che questa regia sovraordinata operi su più livelli. Innanzitutto sarà fondamentale una (ri)qualificazione delle competenze all’interno delle PA. Dalle indagini svolte appare infatti evidente che se i Comuni dovranno continuare a gestire più o meno autonomamente lo sviluppo dell’eGovernment nei propri territori dovranno anche poter disporre di adeguate risorse e competenze per poterlo fare. Hanno infatti bisogno di conoscenza, intesa sia come formazione che come esperienze passate che fungano da esempi. La formazione è una prassi consolidata nel mondo privato, perché appare esserlo meno nel pubblico?

Dal punto di vista delle esperienze passate, sarà importante condividere le esperienze di successo (quindi può giocare un ruolo cruciale la condivisione non solo delle soluzioni applicative, ma anche delle esperienze a queste legate), ma – forse in misura eguale – avrà senso far circolare anche le esperienze negative. Conoscere che cosa è andato male e perché, fare autocritica e condividerla, infatti, potrà essere utile a non intraprendere una strada che per altri si è rilevata fallimentare. Anche questo tipo di approccio è molto diffuso nel mondo del privato, ad esempio, soprattutto negli Stati Uniti, non vengono stigmatizzati coloro che hanno alle spalle start up che hanno fallito, anzi vengono valorizzati perché si è coscienti che si tratta comunque di un’esperienza utile e di cui fare tesoro. Per portare tutto ciò all’interno del mondo pubblico, non ci si può aspettare che basti l’autonomia e l’indipendenza degli Enti. È necessario, bensì, che si sviluppino dei meccanismi di condivisione della conoscenza progettuale, meccanismi che devono essere snelli ed incentivanti. Per intenderci: non un catalogo, come per esempio quello relativo al Riuso, ma una community, un gruppo in grado di discutere di questi temi e lavorare insieme per trovare le soluzioni migliori. Solo garantendo un’efficace circolazione del know-how e delle competenze delle PA sarà possibile raggiungere quello snellimento della burocrazia a cui la Pubblica Amministrazione ha dimostrato di voler tendere, ma che ancora non è stata in grado di generare.

  • Nello Iacono

    Sono pienamente d’accordo sul suggerimento finale.
    Un errore che si sta facendo è di non pensare che un elemento fondamentale della governance sia quello relativo alla gestione delle esperienze, che non significa mettere le buone pratiche in un catalogo, ma avere un centro di competenza (uno? articolato territorialmente?) in grado di rendere efficace un sistema di knowledge management nazionale.

  • Attilio A.Romita

    Interessanti i risultati dello studio del Politecnico e cioè il progressivo abbandono dello eGov.
    Forse da meglio esaminare le cause di questa regressione.
    Io propongo due spunti di riflessione a seconda del punto di vista dal quale si esamina il fenomeno.
    Cominciamo dal primo e forse più semplice: il digital divide culturale. In Italia circa la metà delle persone non usa la rete e non per mancanza di copertura in quanto tra fissa, mobile e satellite arriviamo al 100%. La Rete non viene usata perche non si sa usarla e perche si ritiene che non sia utile: è un ciclo vizioso che si chiude su se stesso.
    Dal punto di vista dei fornitori, cioè gli enti pubblici di ogni ordine e grado, le colpe che causano la regressione sono ancora maggiori. Mettere in piedi un servizio di eGov efficiente è costoso e richiede specialisti esperti e non basterebbe una disponibilità smisurata di finanziamenti per fare le cose bene. Almeno il 50% delle procedure e dei protocolli ufficiali cui devono attenersi sono comuni alle amministrazioni pubbliche. Il secondo 50% può essere suddiviso in grandi gruppi che danno gli stessi servizi. Per esemplificare la carta di identità rilasciata a Voghera o a Misilmeri sono lo stesso documento basato, tra l’alto, su informazioni che dovrebbero essere messe a fattor comune in Italia.
    Solo una cosa è diversa per tutte le entità della PA: il nome della istituzione sia esso Comune di Varese o Ministero dei Trasporti.
    In realtà in Italia esiste qualche migliaio di applicazioni eGov tutte sviluppate, e pagate, da esperti locali. Nel migliore dei casi, cioè ammettendo che tutti gli sviluppatori e manutentori siano ottimi, si paga lo stesso servizio centinaia di volte e …in tempo di vacche magre non è una buona prassi.
    La proposta per una buona prassi è quasi ovvia, ma prima occorre ridimensionare, al meno nel settore della automazione pubblica, le pretese dei mille padroncini locali di una inutile confederazione di piccole entità con pochi soldi.
    E’un sogno pensare con spirito cooperativo? Molti pensano che sia una idea dittatoriale….e voi che ne pensate!

  • MAu

    Non credo sia possibile cambiare il percorso che l’evoluzione tecnologica e i conseguenti comportamenti indotti ci impongono. Che ci piaccia o no dobbiamo cominciare a ragionare in un quadro più social, che guarda a caso non ha la “e” davanti.
    Credo che eGov fosse già vecchio quando è stato concepito. Ricordo una presentazione un po’ surreale del ministro Stanca a Palazzo Barberini, un sacco di tempo fa. Alla domanda “Quale linguaggio avrebbe usato l’eGov per comunicare?” mi rispose “Lei sta correndo troppo.” che spense il lumicino che si stava accendendo in me. E il fenomeno social non c’era ancora.
    Credo che per far funzionare il progetto di ammodernamento della pubblica amministrazione occorra un progetto veramente globale di cui la fornitura dei documenti dei certificati è solo una briciola. Occorre avere almeno un progetto a 10 anni, per quanto una visione a un tempo così lungo è impossibile.
    Dobbiamo pensare in termini di content leadership e di user experience: comportamenti guidati in funzione dei contenuti e contenuti sviluppati per produrre effetti comportamentali positivi. La formazione non deve essere necessaria ci deve essere un wizard.
    Per questo politici, amministratori, tecnici, operatori, e quant’altri devono cambiare registro, frame di riferimento; in caso contrario non otterranno nulla. Non possiamo pensare ad un mondo nuovo con uno schema mentale vecchio (l’ha detto tanto tempo fa un grande visionario che fino ad oggi non è stato smentito).
    Se interessano i dettagli, applicati in parecchie imprese grandi e piccole, ne possiamo parlare.

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