C’è una storia, raccontata di recente dalla scrittrice cinese Afra Wang, che ben rappresenta il divario profondo con cui l’umanità sta affrontando la rivoluzione tecnologica. Afra racconta di sua nonna, una donna nata in una Cina rurale e poverissima, che un tempo camminò per ben cinque ore a piedi solo per acquistare un orologio meccanico, indispensabile per far arrivare i figli a scuola in orario. Oggi quella stessa anziana signora vive in un grattacielo, soffre di una sottile dipendenza da shopping online causata dal suo smartphone e guarda fuori dalla finestra i droni che consegnano i pacchi nel suo quartiere. Per lei, conclude la nipote, l’Intelligenza Artificiale non è un incubo distopico ma semplicemente «il giro successivo di una ruota che ha sempre e solo girato in avanti».
lavoro e automazione
AI, perché l’Occidente teme ciò che la Cina trasforma in servizio
L’Intelligenza Artificiale divide culture, economie e immaginari. In Cina prevale un approccio pragmatico, legato ai servizi e alla vita quotidiana; in Occidente domina la paura della sostituzione professionale. Tra Klarna, Duolingo, Marx e Arendt emerge il nodo irrisolto del lavoro umano
Cantautore, librettista, saggista

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