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200 mila licenziati “per colpa dell’AI”: che c’è dietro i nuovi dati



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Un nuovo studio ha dati allarmanti, su licenziamenti che le aziende riconducono all’uso dell’intelligenza artificiale. Ma dietro i numeri c’è altro. Una dinamica più complessa tra investimenti, bilanci e automazione reale

Pubblicato il 21 ago 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



azienda humanless; finance
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Oltre 180.000 posti aziendali ricondotti all’AI dal maggio 2023, di cui 112.000 nel solo 2026. Per cinque mesi consecutivi l’AI è stata la ragione più citata negli annunci di riduzione del personale.

La cifra viene dalla società di outplacement Challenger, Gray & Christmas e può essere allarmante a prima vista.

Al tempo stesso nel 2026 le aziende tecnologiche americane hanno tagliato quasi 140.000 posti di lavoro, anche se non tutti giustificati con l’intelligenza artificiale, mentre la spesa in intelligenza artificiale raggiungeva livelli record.

I due aspetti vengono raccontati come causa ed effetto: l’AI diventa più capace, quindi servono meno persone. Una spiegazione ordinata che, però, va guardata con attenzione.

Al momento in realtà non c’è alcuna certezza su quanti siano stati licenziati davvero per essere sostituiti dall’intelligenza artificiale.

I posti di lavoro eliminati dall’AI e il dato che alimenta il dibattito

Vediamo meglio. Il dato della società di outplacement registra ciò che le aziende dichiarano quando comunicano un taglio: la somma delle attribuzioni, non la misura di un’automazione. Nessuno, dentro quel numero, ha contato una mansione svolta da una macchina al posto di una persona.

Tagli legati all’AI: perché l’attribuzione non convince il mercato

La prima crepa la apre il mercato, che quel segnale lo ha già riprezzato. Un’analisi del Financial Times mostra che le società che citano l’AI tra le ragioni dei tagli, nei trenta giorni successivi all’annuncio, hanno sottoperformato il Nasdaq di quasi il 10%, contro un divario di circa il 4% per chi ha indicato altri motivi. Meno della metà degli annunci ha prodotto un rialzo del titolo il giorno seguente. Se l’attribuzione all’AI fosse un segnale di efficienza sistematicamente premiato dagli investitori, non si comporterebbe così. Infatti alcuni dei protagonisti stanno uscendo di scena: Amazon e Microsoft hanno dichiarato in modo esplicito che l’adozione dell’AI non è alla base delle loro decisioni sul personale.

Sul perché di quell’attribuzione convergono tre economisti. Carl-Benedikt Frey (Oxford Internet Institute) la legge come un modo per fare colpo sugli investitori. Per Enrico Moretti (UC Berkeley) è la via d’uscita comoda per non ammettere di aver assunto troppo negli anni precedenti. Ben Zweig (Revelio Labs) la riconduce all’incertezza macroeconomica, dazi, conflitti, inflazione, che spinge le imprese a puntare su profili esperti anziché su giovani. Nessuno dei tre nega che l’AI conti: negano che sia la causa che le aziende dichiarano.

I dati indipendenti, del resto, non mostrano l’onda. Oxford Economics parla di evidenze a macchia di leopardo e nota l’assenza di quell’accelerazione della produttività che una vera automazione di massa dovrebbe produrre. Un working paper del NBER stima che i dirigenti stessi si aspettino dall’AI una riduzione degli organici pari ad appena lo 0,7% nei prossimi tre anni. Numeri difficili da conciliare con la narrazione della sostituzione.

AI e posti di lavoro: la riallocazione di capitale dietro i tagli

Se non è automazione, perché si taglia? La risposta più concreta è di allocazione di capitale. I quattro maggiori hyperscaler prevedono di spendere quest’anno circa 725 miliardi di dollari in infrastruttura per data center, Oracle ne mette in conto altri 70. Come sintetizza un analista di RBC, i soldi devono pur venire da qualche parte: la voce che si comprime è il personale di tutto ciò che non è AI. Non è la macchina che sostituisce il lavoratore, ma il budget dell’infrastruttura che erode quello del lavoro: due catene causali diverse che il dibattito pubblico schiaccia in una sola.

Oracle è il caso che tiene insieme i fili in un solo bilancio: 21.000 posti in meno in un anno, e un declassamento di S&P a un gradino dal livello “spazzatura”, motivato da flussi di cassa più deboli e dall’incertezza sui ritorni dell’AI. I tagli non finanziano la trasformazione perché l’AI ha reso quei lavoratori superflui: la finanziano perché la trasformazione va comunque pagata. Moretti lo dice nel modo più asciutto: ciò che le aziende stanno tagliando è tutto il resto.

Il mercato del lavoro nel suo complesso, intanto, regge: la disoccupazione americana resta al 4,2%. Si tratta di un dettaglio che sposta il baricentro della storia. Non l’AI distrugge il lavoro, ma un settore che riorganizza i propri bilanci per liberare capitale.

Dove l’AI incide davvero sul lavoro

Nulla di tutto questo significa che l’AI non incida sul lavoro. Incide, ma altrove rispetto a dove lo cerca il dibattito aggregato. Due punti sono già visibili.

Il customer service e l’automazione delle attività standardizzabili

Il primo è il customer service, dove l’automazione è reale e in corso: Salesforce ha tagliato 4.000 posizioni nel supporto e secondo Forrester i mandati ad automatizzare interi bacini di assistenza arrivano ormai direttamente dai consigli di amministrazione. È un centro di costo con grandi masse di lavoro standardizzabile, per questo il primo a essere investito.

L’ingresso nel lavoro e la scala spezzata della competenza

Il secondo è l’ingresso nel mondo del lavoro. Qui, però, la questione non è quante persone vengono assunte, ma cosa imparano una volta assunte. È il meccanismo che abbiamo chiamato la scala spezzata: non la distruzione dei posti d’ingresso, ma l’erosione del percorso che dalla mansione junior portava alla competenza senior. L’analisi è possibile sui dati di payroll di Brynjolfsson e sulla seniorizzazione rilevata da PwC. Non è nei conteggi aggregati dei tagli che si sviluppa l’effetto strutturale.

Posti di lavoro eliminati e AI: la domanda diversa

Una domanda diversa

Il dibattito pubblico continua a chiedersi quanti posti distruggerà l’AI. Ma i tagli aggregati del 2026 rispondono a un’altra domanda: contarli dice come si finanzia la corsa all’infrastruttura AI e quanto gli investitori credano al racconto che la accompagna. Parlano di capitale e di narrazione, non di automazione.

L’effetto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, quello che conta davvero, si legge un gradino più in basso, dove le statistiche aggregate non arrivano. Un posto tagliato lascia una traccia, un posto d’ingresso che non viene creato, o un apprendistato che si svuota, ne lascia una più leggera. Una perdita silenziosa, più facile da ignorare proprio finché il totale dei licenziamenti resta contenuto. La domanda giusta, allora, non è quanti posti l’AI cancellerà, ma se stia erodendo i gradini che portano dalla competenza d’ingresso a quella esperta.

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