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IA generativa in Italia: la usano in molti, la capiscono in pochi



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I chatbot di intelligenza artificiale generativa sono entrati nella quotidianità degli italiani più digitalizzati, ma una persona su due non ha mai ricevuto formazione sull’IA. Emerge un netto divario di genere: tra i non utenti, quasi due terzi sono donne

Pubblicato il 28 mag 2026

Giorgia Lucchi

Esse Ci Centro Studi



competenze ai degli italiani; procurement innovativo
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In Italia l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa corre più veloce della capacità di capirla: un nuovo studio rivela come chatbot e GenAI si siano già insediati nella vita quotidiana di milioni di persone, mentre la consapevolezza dei rischi resta bassa e il divario tra chi è dentro e chi è fuori si fa sempre più netto.


Un Paese a due velocità: l’IA avanza, le competenze digitali restano indietro

Si diffonde in fretta, ma in un Paese dove solo la metà dei cittadini ha competenze digitali di base. E tra chi non usa i chatbot, le donne sono la maggioranza. In pochi anni i chatbot di intelligenza artificiale generativa sono passati da curiosità per addetti ai lavori a compagni silenziosi di studio, lavoro e vita quotidiana. Scrivono email, riassumono documenti, spiegano concetti difficili, suggeriscono itinerari di viaggio o diete personalizzate.

E in Italia, come altrove, sempre più persone li usano senza quasi accorgersene. Un nuovo studio condotto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori italiani e europei fotografa per la prima volta in modo sistematico questo fenomeno nel nostro Paese. Il sondaggio, realizzato tra maggio e agosto 2025, ha coinvolto 1.906 persone di lingua italiana e ha analizzato non solo quanto e come vengano usati i chatbot, ma anche quanto gli utenti ne comprendano limiti e rischi, con un’attenzione particolare alle differenze di genere.

La fotografia si inserisce in un contesto noto: l’Italia resta una delle nazioni europee con i livelli più bassi di competenze digitali di base. Nel 2025 solo il 45–46% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di livello base, contro una media europea che supera di diversi punti percentuali questo valore. In altre parole, quasi metà del Paese fatica ancora con strumenti fondamentali come posta elettronica, servizi online e gestione dei dati, mentre una nuova generazione di tecnologie basate su IA entra prepotentemente nella vita di chi è più connesso.


Come e perché gli italiani usano i chatbot: dal lavoro alla vita quotidiana

Lo studio mostra che, tra gli utenti più digitalizzati, i chatbot di IA generativa hanno già superato in popolarità strumenti che sembravano consolidati, come gli assistenti vocali dei telefoni e degli smart speaker.

Molti intervistati raccontano di usare i chatbot per cercare informazioni, scrivere testi, tradurre, riorganizzare appunti, in alcuni casi anche per farsi aiutare a prendere decisioni pratiche. Una quota significativa dice di aver iniziato a sostituire almeno in parte i motori di ricerca tradizionali con le risposte generate dall’IA, una tendenza che potrebbe rafforzarsi con l’arrivo dei “riassunti intelligenti” in cima ai risultati di ricerca.


Il paradosso dell’uso senza comprensione: comodità vs consapevolezza

Ma qui si apre il primo paradosso messo in luce dallo studio: usiamo moltissimo questi strumenti non perché li riteniamo più accurati o affidabili, bensì perché sono comodi, versatili, sempre disponibili. La scelta della GenAI è guidata dalla facilità d’uso e dalla capacità di passare con la stessa interfaccia dallo studio al lavoro, dal tempo libero alla vita privata. Il problema è che questa comodità spesso non si accompagna a una comprensione minima del funzionamento dei modelli, dei loro limiti strutturali e dei rischi di errore.

Alfabetizzazione all’IA: un’urgenza ignorata

Su questo punto i dati sono netti. Una persona su due, tra i partecipanti alla ricerca, non ha mai ricevuto alcuna formazione – né formale né informale – sull’intelligenza artificiale, e la maggioranza dichiara di non sentirsi sicura di saper riconoscere errori o contenuti fuorvianti generati dai chatbot. La cosiddetta alfabetizzazione all’IA si rivela bassa anche tra utenti frequenti e istruiti: molti non sono in grado di distinguere in modo affidabile un testo scritto da un essere umano da uno prodotto automaticamente, né di descrivere con precisione che tipo di dati vengano usati per addestrare questi sistemi.


Consigli medici e fake news affidate all’IA: i rischi degli usi più delicati

La distanza tra uso e comprensione emerge ancora più chiaramente guardando alle attività per cui la GenAI viene impiegata. Nel campione compaiono richieste di consigli medici, verifiche di fatti e notizie, ricerca di informazioni sensibili, compiti che richiederebbero un alto livello di controllo critico.

Questa tendenza risulta particolarmente diffusa tra gli utenti più anziani, che hanno in media le competenze digitali più fragili e che rischiano di essere più esposti a errori e disinformazione.


Il divario di genere nell’adozione dell’IA: gli uomini usano di più, le donne restano fuori

Accanto a questo squilibrio generale, lo studio mette in luce una frattura meno visibile ma altrettanto significativa: il divario di genere. Pur in un campione bilanciato tra uomini e donne, i chatbot di IA generativa risultano usati di più dagli uomini, sia in termini di adozione sia di frequenza.

Tra chi utilizza la GenAI gli uomini sono la maggioranza relativa, mentre tra i non utenti le donne rappresentano quasi due terzi del totale, segnalando una sproporzione già nella fase di accesso iniziale alla tecnologia.


Età e genere si sommano: le donne anziane le più escluse dalla GenAI

Questo divario non è uniforme e tende ad ampliarsi con l’età. Nelle fasce più anziane della popolazione la quota di donne che non utilizzano i chatbot cresce sensibilmente, suggerendo che l’arrivo della GenAI non sta colmando le disuguaglianze preesistenti, ma rischia piuttosto di consolidarle lungo linee generazionali e di genere.

Il quadro è tanto più preoccupante se si considera che il campione analizzato è composto in buona parte da persone con istruzione medio‑alta, cioè da un segmento relativamente privilegiato rispetto alla media italiana.


Non è solo questione di competenze: perché il genere “pesa” nell’adozione dell’IA

Una spiegazione semplice potrebbe essere: le donne usano meno l’IA perché hanno meno competenze digitali. In Italia, infatti, gli indici europei mostrano ancora differenze tra uomini e donne sul fronte delle competenze digitali, della presenza nelle professioni ICT e nei percorsi STEM. Tuttavia, i dati dello studio indicano che questo non basta a spiegare tutto. Anche controllando per livello di istruzione, età, condizione socioeconomica ed esperienza con altre tecnologie linguistiche, il genere continua a “pesare” come fattore che predice se e quanto una persona adotterà l’IA generativa.

Un rapporto diverso con la tecnologia, non una minore capacità

Qui entra in gioco una dimensione più culturale e percettiva. In media, le donne mostrano un atteggiamento più prudente verso i chatbot, una maggiore attenzione ai rischi e una minore propensione a delegare compiti cognitivi delicati – come la valutazione di informazioni sensibili – a uno strumento automatizzato. Gli uomini tendono invece a una sperimentazione più intensa e a un uso esteso della GenAI per attività produttive e di problem solving, dall’ottimizzazione del lavoro alla stesura di documenti complessi.

Queste differenze non indicano minore capacità da parte delle donne, ma un diverso rapporto con la tecnologia, che la sola offerta di corsi e tutorial potrebbe non essere sufficiente a modificare.


L’IA come infrastruttura cognitiva: chi resta indietro rischia l’esclusione dal lavoro

Le implicazioni di questo squilibrio vanno oltre il semplice “chi usa di più un certo strumento”. Se la GenAI diventa, come molti prevedono, una sorta di infrastruttura cognitiva di base – un supporto quotidiano per scrivere, informarsi, apprendere, lavorare – un accesso diseguale rischia di tradursi rapidamente in nuove forme di esclusione.

Sul mercato del lavoro, chi saprà integrare efficacemente l’IA nei propri compiti potrebbe acquisire un vantaggio competitivo, mentre chi ne resterà ai margini potrà trovarsi in ulteriore difficoltà, soprattutto nei settori ad alta intensità di conoscenza.


L’Italia digitale a metà del decennio: luci e ombre di un Paese in transizione

Nel complesso, la fotografia che emerge dell’Italia a metà del decennio digitale è ambivalente.

Da un lato, un Paese in cui la diffusione dell’IA generativa procede a ritmo sostenuto tra i segmenti più connessi della popolazione e in cui la quota di cittadini con competenze digitali di base sta crescendo, pur restando sotto la media europea. Dall’altro, una società che fatica ancora a sviluppare gli strumenti culturali necessari per governare queste tecnologie in modo consapevole ed equo, con divari significativi tra fasce d’età, territori, livelli di istruzione e generi.


Alfabetizzazione all’IA come nuova infrastruttura democratica: le sfide da affrontare

Colmare questo scarto non è soltanto un compito per tecnici ed esperti di AI. Richiede scelte politiche e culturali: investimenti in alfabetizzazione digitale e “alfabetizzazione all’IA” lungo tutto l’arco della vita, programmi mirati per donne e anziani, trasparenza su come i sistemi basati su intelligenza artificiale vengono introdotti nei servizi pubblici e nelle organizzazioni.

Se nell’Ottocento imparare a leggere e scrivere è stato il prerequisito per partecipare alla vita democratica, e negli ultimi decenni lo è diventato saper usare internet, oggi comprendere almeno in parte come funzionano gli strumenti di IA appare sempre più una nuova infrastruttura democratica. Senza questo passo, l’intelligenza artificiale rischia di trasformarsi da opportunità di inclusione in un ulteriore fattore di disuguaglianza, proprio nel momento in cui entra nella stanza di tutti.

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