Il risultato delle elezioni di Berlino del 20 settembre 2026 ha segnato l’affermazione di Die Linke e della sua candidata Elif Eralp: giurista specializzata nei diritti dei migranti, figlia di rifugiati politici provenienti dalla Turchia e volto di una nuova generazione della sinistra berlinese, nella quale biografia personale e identità pubblica si intrecciano in modo riconoscibile.
Con Eralp candidata alla guida della città, Die Linke ha ottenuto il 25,7 per cento dei voti, diventando per la prima volta la forza politica più votata nella capitale tedesca.
La dimensione generazionale del voto, tuttavia, permette di cogliere un cambiamento che il semplice risultato elettorale non restituisce completamente.
Secondo le analisi post-elettorali, Die Linke ha raccolto il 43% dei consensi tra gli elettori tra i 16 e i 24 anni e il 49% nella fascia tra i 25 e i 34 anni, percentuali che mostrano quanto il successo berlinese del partito sia stato sostenuto dalle generazioni più giovani.Altre rilevazioni descrivono che tra gli under 30 avrebbe scelto Die Linke il 54 per cento delle donne e il 40 per cento degli uomini.
Secondo il modello dei flussi elettorali elaborato da Infratest dimap per ARD, Die Linke avrebbe inoltre guadagnato circa 75 mila voti dall’area dei non votanti rispetto alla precedente elezione berlinese, un dato che suggerisce una capacità di mobilitazione estesa anche a una parte dell’elettorato precedentemente inattivo Anche in questo caso siamo di fronte a una stima statistica, che, anche se non consente di ricostruire individualmente il comportamento degli elettori, suggerisce che la crescita del partito ha coinvolto anche una quota di cittadini che nella precedente consultazione non aveva votato.
L’intreccio tra voto giovanile, recupero dell’astensione e strategia di campagna consente di osservare l’adattamento europeo di alcune tecniche sperimentate con successo a New York da Zohran Mamdani e capaci di conservare, anche dopo le elezioni, una significativa forza di mobilitazione. Più in generale, evidenzia una trasformazione del rapporto tra comunicazione digitale, organizzazione politica e mobilitazione elettorale.

Indice degli argomenti
Da Mamdani a Eralp, un collegamento costruito prima delle elezioni
Il confronto tra Elif Eralp e Zohran Mamdani potrebbe essere interpretato come una delle analogie che il racconto giornalistico tende a costruire dopo un risultato elettorale inatteso. In questo caso, però, il rapporto tra le due esperienze precede il voto berlinese e presenta una dimensione operativa.

Nel novembre precedente alle elezioni, una delegazione di Die Linke si è recata a New York per studiare da vicino l’organizzazione della campagna di Mamdani. Ne facevano parte, tra gli altri, Maximilian Schirmer, co-presidente della sezione berlinese del partito, e Liza Pflaum, consigliera di Eralp. Durante la visita la delegazione ha incontrato esponenti della struttura elettorale newyorchese, tra i quali Morris Katz, chief strategist della campagna di Mamdani.
L’obiettivo della delegazione berlinese era comprendere quali elementi organizzativi e comunicativi dell’esperienza newyorchese potessero essere adattati a un sistema politico e istituzionale profondamente diverso. Eralp stessa, durante la campagna, ha indicato nell’esperienza di Mamdani un riferimento per la capacità di riportare al centro della competizione elettorale le questioni sociali e il problema dell’accessibilità economica della vita nelle grandi città.
La convergenza nasce anche da una condizione urbana comune. New York e Berlino presentano mercati immobiliari, regimi normativi e dinamiche demografiche differenti, ma in entrambe le città il costo delle abitazioni è diventato una delle questioni che incidono maggiormente sulla percezione della qualità della vita. La casa costituisce così il punto nel quale una domanda sociale molto concreta incontra una strategia di comunicazione costruita per renderla immediatamente riconoscibile.

La trasformazione avviene prima della pubblicazione sui social
Descrivere campagne di questo tipo attraverso la sola categoria della “campagna TikTok” rischia di concentrare l’attenzione sullo strumento e di trascurare il cambiamento più rilevante, che riguarda la progettazione del messaggio prima ancora della scelta della piattaforma sulla quale distribuirlo.
Per molti anni i partiti europei hanno utilizzato i social media prevalentemente come canale terminale della comunicazione politica: una conferenza stampa, un’intervista, un comizio o un intervento televisivo costituivano il contenuto originario; successivamente, alcuni frammenti venivano selezionati, accorciati e pubblicati su Facebook, Instagram e, più recentemente, TikTok e YouTube Shorts. Il linguaggio rimaneva sostanzialmente quello della televisione o della comunicazione istituzionale, adattato alla durata richiesta dalle piattaforme.
Le campagne costruite intorno ai formati digitali seguono una logica differente, in cui il contenuto viene concepito fin dall’origine per uno schermo verticale, per una fruizione prevalentemente mobile e per un ambiente nel quale l’attenzione dell’utente può interrompersi in qualsiasi momento. La durata rappresenta soltanto uno degli elementi di questa trasformazione, che riguarda anche la struttura narrativa, l’apertura del video, il registro linguistico, il ruolo del candidato e la capacità di rendere riconoscibile il tema prima che l’utente decida di proseguire verso il contenuto successivo.
La conseguenza riguarda direttamente il linguaggio politico. Un messaggio destinato a questi ambienti deve poter essere compreso anche da chi non conosce il dibattito parlamentare che lo precede, non segue quotidianamente l’attualità politica e non possiede familiarità con il lessico specialistico utilizzato dai partiti. L’accessibilità del messaggio diventa quindi una condizione della sua distribuzione, soprattutto quando il destinatario viene raggiunto fuori da un contesto esplicitamente politico.
In questo passaggio la campagna di Eralp mostra le maggiori affinità con l’esperienza newyorchese.
La casa come punto di ingresso nel discorso politico
La campagna di Die Linke ha concentrato una parte rilevante della propria proposta su una domanda facilmente riconoscibile per chi vive nella capitale tedesca: quanto costa oggi abitare e muoversi a Berlino?
Affitti, trasporto pubblico e funzionamento dei servizi urbani sono stati collocati al centro della comunicazione. Sul versante abitativo, Eralp ha sostenuto misure di contrasto agli affitti illegali e speculativi e ha continuato a promuovere l’attuazione dell’indirizzo emerso dal referendum del 2021 sulla socializzazione dei grandi patrimoni immobiliari (che chiedeva cioè il trasferimento alla proprietà pubblica delle abitazioni detenute dai maggiori gruppi immobiliari). Anche il ciondolo che recita “Mietendeckel” (letteralmente: tetto agli affitti), indossato dalla candidata durante la campagna, è diventato un elemento ricorrente della sua riconoscibilità pubblica.
Dal punto di vista della comunicazione, l’aspetto significativo riguarda l’ordine attraverso il quale viene presentata la proposta politica. Il punto di ingresso è costituito dall’esperienza concreta dell’elettore (il canone mensile, il prezzo di un abbonamento ai trasporti, l’accessibilità di un servizio) dalla quale si risale successivamente alla soluzione proposta e alla sua collocazione politica.
La differenza, che può apparire marginale, acquista un peso considerevole all’interno dei sistemi di raccomandazione delle piattaforme. L’utente che incontra casualmente un contenuto nel proprio feed non deve necessariamente possedere un interesse preliminare per “la politica abitativa di Die Linke”. Può invece riconoscere immediatamente un problema che riguarda la propria esperienza quotidiana e, attraverso quel problema, entrare in contatto con una proposta politica.
Questa dinamica aiuta anche a spiegare perché i temi materiali si prestino particolarmente alla comunicazione politica contemporanea: un aumento dell’affitto, il costo del trasporto pubblico o la difficoltà di trovare un appartamento, possiedono una dimensione concreta che precede la loro interpretazione ideologica e consente di raggiungere anche pubblici caratterizzati da un interesse politico discontinuo.
Nell’economia dell’attenzione la politica compete con tutto il resto
Il funzionamento delle piattaforme introduce inoltre una condizione radicalmente diversa rispetto all’ecosistema televisivo. Nel feed di Instagram o TikTok un contenuto politico non compete soltanto con i messaggi degli altri partiti, ma con l’intera offerta disponibile sulla piattaforma: intrattenimento, musica, sport, creator, informazione, pubblicità, tutorial e contenuti personali.
La risorsa contesa è l’attenzione dell’utente. Chi sceglie di guardare un telegiornale, leggere un quotidiano o seguire un dibattito televisivo ha già manifestato una disponibilità, almeno temporanea, a ricevere contenuti informativi. L’utente che apre una piattaforma social non esprime necessariamente la stessa intenzione. La politica entra nel suo flusso insieme a contenuti di natura completamente diversa e deve riuscire a essere comprensibile e rilevante prima che l’utente decida di proseguire.
Per questa ragione la costruzione dell’incipit, il ritmo, la presenza del candidato, il registro linguistico e la riconoscibilità immediata del problema assumono un valore che supera la dimensione estetica. Sono elementi che incidono sulla possibilità stessa che il messaggio venga fruito e, attraverso i sistemi algoritmici di raccomandazione, ulteriormente distribuito.
Rimane naturalmente il problema della semplificazione. Una questione complessa come la regolazione degli affitti a Berlino coinvolge diritto costituzionale, politiche urbanistiche, interessi economici, disponibilità di alloggi e differenti livelli istituzionali; nessun video di pochi secondi può restituirne integralmente la complessità. L’obiettivo è quindi rendere accessibile il punto politico senza trasformare la semplificazione linguistica in impoverimento del contenuto.
Dallo schermo al territorio
Die Linke ha accompagnato la propria presenza digitale con una campagna territoriale estesa, fondata sul porta a porta, sul coinvolgimento dei volontari e sul contatto diretto con gli elettori, compresi i quartieri nei quali il partito partiva da posizioni meno favorevoli.
Proprio l’integrazione fra presenza digitale e organizzazione territoriale costituisce uno dei principali punti di contatto con l’esperienza di Mamdani. Le piattaforme consentono di aumentare la riconoscibilità di un candidato, raggiungere persone difficilmente intercettabili attraverso i media tradizionali e abbassare la soglia di accesso a un messaggio politico. La trasformazione di quella visibilità in partecipazione richiede però una struttura organizzativa capace di proseguire la relazione fuori dallo schermo.
Il processo può essere descritto come una sequenza nella quale attenzione digitale, relazione, mobilitazione e comportamento elettorale appartengono a fasi differenti. La capacità di raggiungere un pubblico attraverso un video costituisce il primo passaggio, mentre il coinvolgimento di volontari, il contatto personale e la presenza nei quartieri intervengono nelle fasi successive.
La disponibilità di strumenti capaci di distribuire un messaggio a centinaia di migliaia di persone non ha infatti reso superflue le tecniche più tradizionali della mobilitazione politica; al contrario, le campagne che riescono a integrare efficacemente i due livelli sembrano attribuire nuova importanza al porta a porta, alle reti locali e al rapporto personale con gli elettori.
La tecnologia amplia la capacità di contatto e l’organizzazione determina in quale misura quel contatto possa diventare partecipazione.
Perché l’astensione è più interessante dei follower
Alla luce di questo meccanismo, il saldo positivo stimato di circa 75 mila voti provenienti dall’area dei precedenti non votanti assume un significato particolare e, dal punto di vista dell’analisi della comunicazione digitale, il dato offre un’indicazione molto più rilevante rispetto al numero di follower o delle visualizzazioni accumulate durante la campagna.
Le metriche delle piattaforme descrivono infatti la circolazione dei contenuti: impression, visualizzazioni, tempo di permanenza, commenti e condivisioni misurano differenti forme di esposizione e interazione. Tuttavia, nessuna di queste grandezze coincide automaticamente con un comportamento politico, dal momento che un contenuto può raggiungere milioni di utenti senza modificare la partecipazione elettorale, così come una comunità digitale numericamente più piccola può produrre un livello di mobilitazione considerevole.
L’esperienza di Eralp suggerisce, da questo punto di vista, almeno tre fattori da osservare. Il primo riguarda la presenza di un problema materiale sufficientemente rilevante da essere riconosciuto anche da chi segue la politica in modo discontinuo. Il secondo consiste nella capacità di tradurre quel problema in un linguaggio coerente con gli ambienti digitali nei quali si intende raggiungere il pubblico. Il terzo riguarda l’esistenza di una struttura organizzativa capace di raccogliere l’attenzione prodotta online e di trasformarla in contatto, volontariato, presenza territoriale e partecipazione elettorale.
La relazione tra questi livelli distingue una campagna capace di generare visibilità da una campagna capace di utilizzare la visibilità come risorsa politica.
Cosa dice davvero il voto della Gen Z
Le consultazioni degli ultimi anni hanno mostrato comportamenti giovanili molto differenti a seconda del paese, del territorio, dell’offerta politica e dei temi presenti nell’agenda elettorale. Anche in Germania il voto delle fasce più giovani ha assunto configurazioni diverse e ha incluso, in altri contesti, un sostegno significativo a formazioni collocate all’estrema destra.
Il dato berlinese consente però una conclusione ben circoscritta: una quota molto ampia dell’elettorato giovane della città ha riconosciuto nella proposta di Die Linke una risposta a problemi considerati rilevanti per le proprie condizioni di vita. Il punto è importante perché sposta l’analisi dalle presunte caratteristiche politiche di una generazione alle condizioni nelle quali un’offerta politica riesce a diventare significativa per quella generazione.
Il successo elettorale può quindi essere letto anche all’interno di un tema più ampio di rappresentanza: comprendere quali linguaggi, temi e forme di partecipazione riescano a ridurre la distanza tra istituzioni politiche e cittadini che non si riconoscono nei tradizionali canali di intermediazione.
La campagna elettorale diventa redazione
L’evoluzione dei formati modifica anche la struttura interna delle campagne. La comunicazione digitale richiede ormai competenze e tempi di lavoro che avvicinano un team politico a una redazione editoriale permanente: individuazione dei temi, scrittura, ripresa, montaggio, pubblicazione, analisi delle reazioni e capacità di intervenire rapidamente nel ciclo dell’attualità.
La velocità richiesta dalle piattaforme entra inevitabilmente in tensione con le tradizionali catene di approvazione dei partiti, in quanto, un contenuto legato a una notizia o a una conversazione pubblica può perdere gran parte della propria rilevanza se la pubblicazione arriva quando l’attenzione si è già spostata altrove. Di conseguenza, acquistano importanza l’autonomia del team media, la capacità del candidato di comunicare senza una sceneggiatura eccessivamente rigida e la presenza di procedure editoriali abbastanza rapide da accompagnare il ritmo delle piattaforme.
Anche il ruolo del candidato cambia. La comunicazione televisiva tradizionale affidava a giornalisti, conduttori e redazioni una parte rilevante della mediazione: erano questi soggetti a stabilire tempi, domande, formato e contesto dell’apparizione pubblica. Nella comunicazione attraverso le piattaforme, una quota crescente di quella funzione editoriale viene internalizzata dalla campagna, che sceglie direttamente argomento, linguaggio, durata, ambientazione e modalità di distribuzione.
Una campagna digitale matura richiede oggi una struttura in grado di operare come un piccolo sistema editoriale, mantenendo però un collegamento continuo con l’organizzazione politica, i volontari e le attività sul territorio. Probabilmente è proprio questo uno degli aspetti dell’esperienza Mamdani-Eralp che presenta il maggior potenziale di trasferibilità.
Quanto è replicabile il modello in Europa
La possibilità di trasferire il modello richiede, tuttavia, di distinguere gli elementi organizzativi dalle condizioni specifiche che ne hanno favorito il funzionamento. Riprodurre un formato video, un registro linguistico o una determinata estetica è relativamente semplice; ricostruire il sistema politico e sociale che attribuisce significato a quei contenuti è molto più complesso.
A Berlino (come a New York) la questione abitativa occupa da anni una posizione centrale nel dibattito cittadino, Die Linke dispone di una rete militante radicata e cresciuta negli ultimi anni e il referendum del 2021 aveva già costruito attorno alla casa un terreno di mobilitazione politica. La campagna del 2026 ha operato quindi all’interno di uno spazio sociale che esisteva prima della sua strategia digitale.
Tuttavia, il “modello Mamdani” non può essere interpretato come un insieme di tecniche comunicative da trasferire meccanicamente da New York a Berlino e successivamente a Roma, Parigi o Madrid. Ciò che appare trasferibile è piuttosto un metodo: selezione di problemi materiali riconoscibili, linguaggio accessibile, produzione nativa per le piattaforme, capacità editoriale interna, riconoscibilità dei protagonisti e collegamento strutturale tra comunicazione digitale e organizzazione territoriale.
La variabile decisiva rimane ciò che accade dopo la visualizzazione di un contenuto. Se l’interazione termina sulla piattaforma, il risultato della campagna coincide essenzialmente con la produzione di engagement. Quando invece esistono strumenti capaci di trasformare quell’attenzione in volontariato, contatto personale e partecipazione, la comunicazione digitale diventa una componente di un’infrastruttura politica più ampia.
Dopo la politica dell’engagement
Da New York a Berlino, alcune delle campagne più avanzate nell’uso delle piattaforme digitali stanno recuperando strumenti che appartengono alla storia più antica dell’organizzazione politica: volontari, reti di quartiere, conversazioni personali e porta a porta. Il digitale interviene come infrastruttura di scoperta, distribuzione e attivazione, mentre il territorio continua a svolgere una funzione essenziale nella costruzione della relazione politica.
Follower, impression, visualizzazioni e tassi di interazione restano indicatori utili per comprendere la circolazione di un contenuto, ma dicono poco sulla capacità di una campagna di modificare i comportamenti.
Per la politica digitale, la metrica più interessante potrebbe trovarsi ormai fuori dalle piattaforme, cioè nella capacità di raggiungere persone che prima non partecipavano, trasformare l’attenzione in relazione e riportare quella relazione dentro il processo democratico.
Oggi il digitale richiede dunque anche il coraggio di abbandonare formule prudenti, lessici autoreferenziali e messaggi costruiti per non scontentare nessuno. Parlare in modo diretto di problemi concreti, assumersi il rischio della chiarezza e rendere comprensibili le proprie proposte può davvero essere la forma di innovazione più profonda.
























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