In un’aula di dodici persone, imprenditori e responsabili di piccole aziende lombarde riuniti per un corso sull’intelligenza artificiale finanziato da un fondo interprofessionale, la domanda “sapete chi ha pagato questa giornata” produce quasi sempre lo stesso effetto: silenzio, poi un tentativo di risposta sbagliato, la Regione, l’Europa. La risposta corretta, che quasi nessuno conosce, è che hanno pagato loro stessi, mesi prima, attraverso un contributo che versano ogni anno senza saperlo e che potrebbero usare molto di più di quanto facciano.
Indice degli argomenti
Come funzionano i fondi interprofessionali per la formazione AI
Il meccanismo esiste dal 2000 e si chiama contributo integrativo dello 0,30 per cento, versato all’INPS da ogni datore di lavoro sulla retribuzione dei dipendenti. Un’azienda può destinare quella quota a un fondo interprofessionale invece che lasciarla confluita nel fondo residuale statale, e da quel momento quei soldi tornano disponibili, sotto forma di piani formativi finanziati, esclusivamente per la formazione dei propri dipendenti.
Fondimpresa copre la generalità dei settori industriali e dei servizi, Fondirigenti si rivolge specificamente ai dirigenti, Formatemp ai lavoratori in somministrazione. Il denaro, in altre parole, non è un contributo pubblico nel senso in cui lo intende chi pensa a bandi e graduatorie: è denaro dell’azienda, già versato, che l’azienda può richiedere indietro sotto forma di formazione.
Le adesioni dimenticate dalle piccole imprese
Qui si apre la prima crepa tra teoria e pratica. L’adesione a un fondo interprofessionale è quasi sempre automatica, decisa anni prima da chi si occupava di payroll al momento dell’assunzione del primo dipendente, e sopravvive al turnover dei responsabili amministrativi senza che nessuno in azienda la ricordi.
Capita con una regolarità che definirei strutturale, non aneddotica, di trovarsi davanti a un titolare che scopre solo durante un corso di aderire già a Fondimpresa da dieci anni, senza aver mai presentato un piano formativo.
Perché le PMI usano poco i fondi per formarsi sull’AI
Il secondo problema è chi arriva a sapere che il canale esiste. I piani formativi si costruiscono attraverso un ente di formazione accreditato o un consulente che conosce le scadenze, i formulari, le regole di rendicontazione: un’intermediazione che ha senso economico solo se l’azienda ha già una funzione HR strutturata o una rete di fornitori che gliene parla.
Il risultato è una selezione rovesciata rispetto al bisogno reale: le aziende che usano più spesso i fondi interprofessionali per la formazione sulla intelligenza artificiale sono quelle che già hanno una direzione del personale consapevole, mentre le micro e piccole imprese senza HR strutturata, quelle in cui l’adozione dell’AI avviene per iniziativa spontanea di un dipendente e senza alcuna governance, restano fuori dal canale che sulla carta è pensato apposta per loro.
Le microimprese sottorappresentate nei piani finanziati
È una tesi falsificabile, non un’impressione: se fosse sbagliata, ci si aspetterebbe una distribuzione uniforme dei piani finanziati per classe dimensionale d’impresa. Chi lavora nel settore sa che non è così, e chi volesse verificarlo può confrontare i dati di utilizzo pubblicati dai fondi con la distribuzione dimensionale del tessuto produttivo italiano, dove le microimprese sotto i dieci addetti restano ampiamente sottorappresentate rispetto al loro peso numerico.
GOL e fondi interprofessionali: due canali diversi
C’è un canale distinto, spesso confuso con i fondi interprofessionali, che merita una precisazione. Il programma GOL, Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, finanziato dal PNRR nell’ambito della Missione 5, si rivolge principalmente a chi cerca lavoro o percepisce un ammortizzatore sociale, non ai dipendenti già occupati di una PMI che vuole formarsi sull’AI.
La sovrapposizione lessicale tra i due strumenti, entrambi presentati come leve di formazione, genera confusione ricorrente nelle aule, dove qualcuno arriva convinto di poter accedere a GOL per formare il proprio personale attivo, cosa che il programma non prevede.
GOL, peraltro, offre un’illustrazione paradigmatica di quanto sia instabile la programmazione su cui si costruisce la formazione pubblica in Italia: nato con una scadenza fissata al 2026 in coerenza con i vincoli del PNRR, ha già subito una proroga dei termini di erogazione dei servizi fino a dicembre dello stesso anno, e al momento della scrittura non è chiaro cosa sostituirà l’impianto attuale una volta esaurito il finanziamento europeo. Chi costruisce percorsi formativi contando su un canale pubblico deve mettere in conto che le regole cambiano a calendario aperto, non a percorso concluso.
L’alfabetizzazione AI finanziata dai fondi
Tornando ai fondi interprofessionali, la parte più sottoutilizzata riguarda proprio la formazione sull’intelligenza artificiale. L’articolo 4 del regolamento europeo sull’AI, in vigore dal febbraio 2025, chiede alle imprese di garantire un livello adeguato di alfabetizzazione al personale che utilizza sistemi di AI: è esattamente il tipo di obbligo che un piano formativo finanziato da Fondimpresa o Fondirigenti può coprire senza alcun costo diretto per l’azienda, al di là del tempo del personale in aula.
Eppure la percezione diffusa, anche tra chi progetta formazione, resta quella di uno strumento residuale, buono per corsi generici di sicurezza sul lavoro o di lingua inglese, non per qualcosa di specifico come l’adozione dell’AI in un contesto aziendale reale.
Formazione AI nelle PMI: le tre verifiche operative
Il punto operativo per una PMI che voglia usare davvero questo canale si riduce a tre verifiche, da condurre in sequenza precisa perché ciascuna dipende dall’esito della precedente.
Verificare il fondo interprofessionale di adesione
La prima è amministrativa: verificare presso il proprio consulente del lavoro a quale fondo interprofessionale l’azienda aderisce e che spesso rivela un’adesione dimenticata.
Individuare un catalogo di corsi accreditati
La seconda è progettuale: capire se esiste già, presso un ente di formazione accreditato dal fondo di riferimento, un catalogo di corsi sull’intelligenza artificiale applicabile senza dover costruire un piano formativo da zero, opzione che riduce drasticamente i tempi di attivazione.
Rispettare il calendario delle finestre
La terza è temporale: i fondi aprono e chiudono le finestre di presentazione dei piani secondo calendari propri, spesso annuali, e un piano presentato fuori finestra slitta all’anno successivo senza eccezioni.
Fondi per la formazione AI: il problema è l’accesso
Resta un’osservazione più scomoda, che completa il rovesciamento rispetto alla narrazione più comune sulla formazione AI in Italia. Non manca il denaro: le aziende lo versano ogni anno e in larga parte non lo richiedono indietro, lasciandolo confluire in fondi che accumulano risorse inutilizzate proprio mentre si discute di gap di competenze digitali nel tessuto produttivo nazionale.
Manca l’informazione su come recuperarlo, e manca soprattutto in quella fascia di impresa, la piccola azienda senza funzione HR dedicata, che avrebbe più bisogno di formazione sull’AI e meno strumenti per orientarsi tra fondi, piani e scadenze. È un problema di architettura dell’accesso, non di disponibilità delle risorse, e continuare a trattarlo come un problema di budget produce la stessa distribuzione rovesciata di oggi anche tra cinque anni.

































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