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il commento

Il conflitto capitale-lavoro ai tempi dell’economia digitali: le sfide epocali

Le conseguenze della trasformazione del capitale, da proprietà di un bene tangibile a possesso della conoscenza, e le possibili soluzioni per redistribuire nella società i proventi dei dati. Opporsi al digitale oggi non ha senso e, come ha sempre fatto, l’uomo finirà per adattarsi. Vediamo con quali mezzi

31 Ago 2018

Alessandra Talarico


Di fronte alla crescente presenza delle macchine nel mondo del lavoro e alla raccolta sempre più estesa dei nostri dati da parte di pochi colossi dell’economia digitale, in più sedi ci si interroga con crescente apprensione sulle possibili soluzioni al dilemma. Come consentire ai lavoratori di non subire passivamente la trasformazione dell’economia? Come riuscire a ridistribuire nella società parte dei proventi, enormi, generati dai dati che noi produciamo?

La trasformazione del capitale

La risposta non è facile, ma è tassativo che la società impieghi tutte le energie possibili per ricercarla.

Il dibattito sull’impatto della tecnologia sull’occupazione negli anni a venire tiene banco, animato da due opposte fazioni: i catastrofisti, convinti che nessun impiego potrà dirsi al sicuro, e gli ottimisti, i quali mostrano una cieca fiducia nell’autoregolazione. Nel dibattito si fanno spazio argomenti e tesi diverse: dal ruolo della globalizzazione alla perdita di conflittualità dei sindacati, ma una chiave, per tentare di fare luce su un tema dalle svariate implicazioni economiche e sociali, è partire dalla trasformazione del concetto di “capitale”. Se, infatti, fino a tutto il XX secolo il termine “capitale” indicava beni tangibili quali  gli impianti, i macchinari, le risorse naturali – la cui proprietà ha determinato l’economia durante tutto l’arco dei secoli – nel nuovo millennio, non sono più i beni materiali a essere centrali, bensì la conoscenza.

Una riflessione complessiva, sebbene non certo esaustiva, sull’argomento può trarre spunto da due libri di recente pubblicazione negli Stati Uniti: l’opera di Thomas Piketty dal titolo “Il Capitale del XXI secolo” e Radical Markets di Eric Posner e Glen Weyl.

Il conflitto capitale-lavoro e gli allarmi del FMI

Il dibattito sull’impatto dirompente delle tecnologie sul lavoro e sul conseguente indebolimento di quest’ultimo in favore del capitale non è certo una novità, sebbene oggi appaia esasperato dalla sempre più estesa diffusione dell’Intelligenza Artificiale, del software, della robot process automation, di “Industria 4.0”, delle “platform company” e così via. 

La tecnologia ha avuto in passato e sempre più ha e avrà un ruolo centrale nel conflitto capitale-lavoro. Conflitto che nell’analisi di Karl Marx si evidenzia nella distribuzione del reddito e la cui centralità è un dato assodato dagli economisti, seppur con i dovuti distinguo. Così come certo sembra anche il “vincitore” di questo conflitto.

Alcuni allarmi lanciati dal Fondo Monetario Internazionale evidenziano come l’aumento delle diseguaglianze sia stato determinato dalla riduzione della conflittualità sindacale. In particolare, uno studio del 2015 condotto da Florence Jaumotte e Carolina Osorio Buitron, esamina una serie di fattori tra i quali il ruolo della tecnologia, della globalizzazione e lancia un warning sulla capacità di crescita delle economie moderne.

Un ulteriore e più recente studio del FMI[1] sembra confermare in modo evidente come il conflitto tra capitale e lavoro ha visto soccombere il secondo ed evidenzia come tra il 1980-2016 sia cresciuta la quota parte di ricarico (markup) da parte delle aziende e la loro concentrazione, mentre sono diminuiti gli investimenti in innovazione. A rischio c’è la capacità di innovazione tecnologica.

Esistono tuttavia gli anticorpi alle distorsioni sociali prodotte dal capitalismo, il primo fra questi è senza dubbio la conoscenza e sono molte le evidenze di questo assunto.

Trasformazione del capitale e valore della conoscenza

Lester C. Thurow, già nel 1999 pone la questione della trasformazione del capitale, evidenziando come “La conoscenza è la nuova base della ricchezza. Questo non si è mai verificato prima. In passato, quando i capitalisti parlavano della loro ricchezza, si riferivano alle loro proprietà in termini di impianti, attrezzature e risorse naturali. In futuro, quando i capitalisti parleranno della loro ricchezza, intenderanno la loro capacità di controllare la conoscenza. Anche il lessico della ricchezza cambia. Si può parlare del “possesso” di impianti o di risorse naturali. È in questo caso il concetto di “possedere” è chiaro. Ma non si può parlare nello stesso modo di “possesso” della conoscenza. “Possedere conoscenza” è un concetto sfuggente. Gli esseri umani che possiedono la conoscenza non possono essere trasformati in schiavi. In effetti, proprio il modo in cui si controlla la conoscenza è una questione cruciale in una economia basata sulla conoscenza”.[2]

Arriviamo quindi all’opera di Thomas Piketty dal titolo “Il Capitale del XXI secolo”, nella quale si esamina la distribuzione della ricchezza facendo largo uso di serie storiche statistiche, egli afferma che “Quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito -come accadde nel XIX secolo e come rischia di accadere di nuovo nel XXI – il capitalismo produce automaticamente disuguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si reggono le nostre società democratiche. Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale riprendano il controllo sul capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro far ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche”[3]

La questione pertanto, non è solo politica ma si estende anche a chi si occupa di innovazione e digitale.

Il capitalismo senza capitale

La trasformazione del rapporto capitale-lavoro determinata dall’informatizzazione è evidente se si riflette su che cosa determini oggi il valore economico di un’azienda: non è più il possesso di beni tangibili ma il complesso di quelli intangibili. Pensiamo ai software, all’intelligenza artificiale, alla Ricerca & Sviluppo, all’investimento sulla conoscenza delle persone che vi lavorano.

Come evidenziato da Jonathan Haskel and Stian Westlake in “Capitalismo senza Capitale” aziende multinazionali come Apple o Microsoft hanno una capitalizzazione enorme anche se non hanno molti impianti o beni fisici. Il valore della società della mela a Wall Street ha superato i 1000 miliardi di dollari, 4 volte il prodotto lordo della Grecia. I beni intangibili rappresentano l’80% della valorizzazione delle aziende dell’S&P500. Quindi, solo il 20% è legata al possesso di beni tangibili.

Anche volendo partire dall’assunto secondo il quale oggi le macchine, anche grazie all’Intelligenza Artificiale, possono imparare a svolgere dei compiti semplicemente analizzando cosa fanno le persone e poi possono sostituirle, non è però del tutto corretto sostenere o temere che le macchine finiranno per appropriarsi del lavoro dell’uomo, per espropriarglielo.

Il ruolo determinante della cultura aziendale e della conoscenza

E’ vero che i dati che tracciano il comportamento delle persone diventano il “carburante” per addestrare le macchine, le quali si appropriano di questo comportamento e lo trasformano in processi automatici. Ma è altrettanto vero che un’economia basata sulla conoscenza sarà caratterizzata in misura sempre minore da task ripetibili e processi strutturati. E questo è dimostrato già oggi dal fatto che il valore complessivo di molte aziende leader della società della conoscenza è determinato da un mix composto dalle persone che vi lavorano, dagli approcci utilizzati, dal know-how e dal problem solving. Un insieme di fattori, modi di fare e comportamenti che definiscono e caratterizzano l’azienda, rendendola unica e diversa dalle altre.

E’ proprio questa la ragione per cui anche se le macchine tenderanno a  sostituire sempre più persone e/o affiancarle nei task quotidiani, aumentandone la produttività e riducendone la necessità di lavoro, una completa automazione andrebbe a snaturare la cultura aziendale, che potremmo definire come il vero marchio distintivo di un’azienda, alimentato dalle persone che vi sono dentro, dai loro comportamenti quotidiani.

Il conflitto capitale-lavoro investe la sfera politica

La situazione cambia, e andrà inevitabilmente a investire la sfera politica, in quegli ambiti dell’economia in cui il valore della conoscenza ai fini della produzione è basso. Qui, sì, si assisterà a una inevitabile sostituzione dell’uomo con le macchine, a una progressiva perdita di potere nei luoghi di lavoro, con conseguente emarginazione di parti importanti di manodopera e una neutralizzazione della forza sindacale.

L’unica per riappropriarsi del potere contrattuale e sperare di recuperare un po’ di quel benessere e di quella ricchezza che sembrano precluse alle nuove generazioni sarà allora l’utilizzo del voto politico: un fenomeno già in essere e che si è manifestato con la crescita in Europa dei movimenti cosiddetti populisti.

Come redistribuire i proventi dei dati nella società

Su come redistribuire il reddito generato dai dati sulla società le tesi sono diverse: c’è chi propone – come Bill Gates – di applicare una tassa sui robot e chi, come lo Stato norvegese sostiene un generoso welfare state grazie ai dividendi di aziende private alla cui proprietà partecipa attraverso un fondo sovrano da circa 1 trilione di dollari.

Uno spunto interessante su come remunerare il contributo che ognuno di noi da all’automazione arriva dall’opera Radical Markets di Eric Posner and Glen Weyl. La loro tesi, molto interessante, è questa: ciascuno di noi, ogni giorno, navigando in rete, dando un input vocale allo smartphone o semplicemente utilizzando una mappa digitale, produce una mole di dati che viene poi utilizzata per perfezionare dei servizi o crearne di nuovi.

Tutto questo avviene, naturalmente, senza che noi che i dati li produciamo otteniamo alcun tipo di compenso. Tutto il guadagno va alle aziende che raccolgono e sfruttano i dati. Ogni persona, pertanto, produce dati che vengono poi usati dai sistemi di intelligenza artificiale: pensiamo a sistemi come Siri, a app come Waze o a tecnologie come le auto a guida autonoma che letteralmente si “nutrono” dei dati generati dagli utenti.

Nell’economia dei dati, le persone producono ricchezza. E, sebbene sia troppo complesso pensare di elaborare un sistema di miliardi di micro-pagamenti individuali, più realistico – e questa è la tesi di Posner e Weyl –  sarebbe un sistema che considerasse i dati come bene collettivo nazionalizzato.

I dati, ovviamente anonimizzati, sarebbero quindi resi disponibili alle aziende interessate, a determinate condizioni e dietro pagamento di un costo  fissato dallo Stato. Fermo restando che le aziende che raccolgono i dati avrebbero un accesso esclusivo ma limitato nel tempo e pagherebbero una cifra minore. Ma scaduto il periodo di esclusiva i dati sarebbero a disposizione di tutti e alle stesse condizioni.

Con i proventi così raccolti si potrebbe creare un fondo per andare a coprire i costi sociali dell’automazione e mitigare, così, gli effetti della rivoluzione digitale. Certo è che di fronte a fenomeni nuovi quali l’appropriazione dei nostri dati e la conseguente “ricostruzione” delle nostre abitudini, dei nostri modi di fare e stili di vita, servono nuove risposte, non basta adattare vecchi strumenti.

Una riflessione adatta ai nuovi interrogativi potremmo trarla da un recente articolo di Martin MühleisenThe Long and Short of The Digital Revolutionpubblicato nella rivista del FMI “Finance & Development”[4] : “One thing is certain: there’s no turning back now. Digital technology will spread further, and efforts to ignore it or legislate against it will likely fail. The question is “not whether you are ‘for’ or ‘against’ artificial intelligence—that’s like asking our ancestors if they were for or against fire,” said Max Tegmark, a professor at the Massachusetts Institute of Technology in a recent Washington Post interview. But economic disruption and uncertainty can fuel social anxiety about the future, with political consequences. Current fears about job automation parallel John Maynard Keynes’s worries in 1930 about increasing technological unemployment. We know, of course, that humanity eventually adapted to using steam power and electricity, and chances are we will do so again with the digital revolution.”

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[1] “Global Market Power and its Macroeconomic Implications”, Federico J. Díez, Daniel Leigh and Suchanan Tambunlertchai, July, 2018

[2] Thoma Piketty, “Il Capitale nel XXI secolo”, 2014, Bompiani

[3] Lester C. Thurow “La costruzione della ricchezza”, 1999, Il Sole 24 Ore

[4] “Finance & Development”,  June 2018, Vol. 55, N. 2

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