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L’Europa al bivio: diventare potenza senza perdere la democrazia


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L’Unione Europea deve conquistare autonomia strategica e tecnologica senza imitare i modelli autoritari. Le riflessioni di Paolo Gentiloni e Fabrizio Onida collegano lo strapotere delle Big Tech, le fragilità della Cina e la crisi del multilateralismo alla difesa di democrazia, terzietà e Stato di diritto

Pubblicato il 4 nov 2026

Dario Denni

Europio Consulting



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In un’epoca di profonda riorganizzazione degli equilibri globali, le tesi pubblicate da Paolo Gentiloni nel suo libro “Diventare una potenza. Istruzioni per una rivoluzione europea” e le riflessioni economiche espresse da Fabrizio Onida nell’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore (“La Cina affonta i problemi della crescita” del 27 ottobre) ci offrono una griglia di lettura imprescindibile per orientare meglio il dibattito sui temi legati alla sovranità ed all’autonomia europea.

Sovranità europea, Big Tech e autonomia tecnologica

Quando Gentiloni scrive che «l’identità europea nel corso dei secoli è maturata per differenza» e che la conquista di una vera sovranità «potrà realizzarsi solo per differenza. Solo “contro” qualcuno», traccia una diagonale netta che riguarda direttamente la nostra sovranità digitale e la tutela delle garanzie democratiche.

Non possiamo più permetterci di essere territorio di conquista per i giganti tecnologici o per i modelli autoritari asiatici. Riconquistare una sovranità tecnologica non è un mero esercizio regolatorio o un ostacolo al libero mercato, ma il presupposto essenziale per non subire quello che Gentiloni definisce il «nuovo colonialismo estrattivo dei giganti dei dati», sorretto dallo strapotere delle Big Tech. Sono concetti noti, di cui ci occupiamo da 20 anni, ma senza dubbio il libro di Gentiloni li incastona nella collana geopolitica con più efficacia.

La Cina e l’alternativa alla legge del più forte

Dall’altro lato di questa lunga analisi, c’è l’editoriale di Fabrizio Onida che analizza le vulnerabilità interne della Cina, evidenziando come «il Partito Comunista Cinese si trova a gestire» debolezze strutturali come la «domanda interna di consumi delle famiglie fortemente frenata» e la «cronica crisi immobiliare».

Ci mette in guardia da facili entusiasmi geostrategici. A mio avviso, la vera sfida dell’Europa non consiste nel guardare l’erba apparentemente più verde dei regimi autoritari o nell’accettare passivamente lo strapotere dei monopoli d’oltremare, ma nel difendere con intransigenza quei principi non negoziabili, democratici, di terzietà, eguaglianza e riconoscimento che costituiscono l’unica reale alternativa alla legge del più forte. Vediamo come.

L’identità europea nella crisi dell’ordine multilaterale

Intanto c’è da rilevare che siamo sommersi da un flusso ininterrotto di notizie distorte, parziali e spesso apertamente contraddittorie. In questo rumore di fondo costante, dove le narrazioni geostrategiche si accavallano e si annullano a vicenda, l’analisi geopolitica ed economica rischia quotidianamente di smarrire la bussola dei fondamentali.

Di fronte alla crisi dell’ordine multilaterale, la tentazione fragile dell’amministrazione americana è stata finora quella di lasciarsi sedurre dalla presunta efficienza dei modelli autoritari o “imperiali” russi, cinesi, coreani, per cercare risposte propagandistiche che però mascherano la disciplina imposta dall’alto, autocratica, per vigore strutturale. E non lo è. Quindi divieti, dazi e guerre sono la conseguenza visibile del “fraintendimento americano”, se così possiamo dire, usando un eufemismo.

L’Occidente europeo invece, sembra afflitto dalla strana sfortuna di ritenere la propria erba sempre meno verde e meno sana di quella altrui, finendo per etichettare come obsoleti o inefficienti gli stessi principi civili, giuridici e morali su cui i padri fondatori avevano edificato il nostro modello di convivenza e di sviluppo. Gentiloni sviluppa un’argomentazione di forte spessore storico e politico. L’identità europea non si è mai plasmata nell’isolamento indifferenziato, ma è maturata nel corso dei secoli per contrapposizione e alterità: «Differenza dall’Asia, differenza dai barbari, differenza dall’islam, differenza dalle dittature».

Benché si tratti di inevitabili «semplificazioni della realtà storica», esse poggiano su un fondamento reale, poiché l’idea stessa di Europa nasce dal confine, dal limite e dal confronto con l’altro.

Oggi, di fronte a un quadro globale sconvolto da spinte neoisolazioniste e da conflitti sistemici, l’integrazione europea si trova a dover compiere un salto di qualità analogo. La semplice consapevolezza di un’eredità culturale comune non basta più a tenerci insieme, e quindi torna urgente rafforzare un’identità comune intorno ad un principio di comune sovranità.

E’ chiaro che questo non può andar bene agli Stati Uniti. L’amministrazione americana guidata da Donald Trump e dal suo vice J.D. Vance non ha fatto mistero della propria insofferenza verso l’architettura istituzionale di Bruxelles, considerando «l’Unione Europea come un nemico della libertà e della sovranità degli Stati Uniti.

Non è certo il caso di ricordare le affermazioni scurrili indirizzate alle nostre istituzioni eurounitarie, ai nostri rappresentanti e l’attacco politico al sistema di regole sui mercati digitali (i.e. DSA e DMA e AI Act) di cui ci siamo dotati in tempi recenti e che iniziano a dispiegare gli effetti per contenere la dominanza tecnologica, Cloud e AI a stelle e strisce.

La sovranità dell’Unione contro il colonialismo dei dati

A questa pressione si aggiunge una seconda e imponente spinta verso la sovranità europea, rappresentata dalla necessità di contrastare il nuovo colonialismo estrattivo dei giganti dei dati. Forti dello strapotere economico e del sostegno di Washington, questi oligarchi tecnologici «pensano di potersi muovere da padroni in Europa come le grandi compagnie delle Indie (inglesi, olandesi, francesi) facevano nelle colonie due o tre secoli or sono».

Gentiloni con queste parole, individua nell’Unione Europea l’unico attore globale dotato di scala e autorevolezza regolatoria sufficienti per ergersi a difesa dei cittadini, collocandosi così in prima linea nella nuova trincea della democrazia a dimensione globale. Ha ragione.

L’Europa deve smettere di pensarsi come uno spazio di mercato e iniziare a percepirsi come una potenza politica conscia della propria diversità. Tuttavia, questa rincorsa all’autonomia strategica rischia di trasformarsi in un esercizio astratto se non si chiariscono fino in fondo le fondamenta su cui poggia l’alternativa autoritaria e quali siano le reali debolezze di chi si candida a sostituire l’Occidente sul piano globale.

L’autonomia europea davanti alle fragilità della Cina

Di fronte alle incertezze americane e alle tensioni ai propri confini orientali, l’Europa ha finora «guardato con speranza al ruolo della Cina di Xi Jinping come attore ormai centrale e potenziale riequilibratore nella grande geopolitica mondiale», come rileva Fabrizio Onida. Analizzando i dati macroeconomici e le dinamiche interne della Repubblica Popolare, Onida dimostra come la narrazione di una Cina forte e priva di crepe sia ampiamente smentita dai fatti.

La domanda interna di consumi delle famiglie appare «fortemente frenata dalla necessità di supplire col risparmio privato alla inadeguatezza del sistema previdenziale e sanitario», da cui discende la «crescente pressione a esportare a qualsiasi prezzo per sostenere l’occupazione domestica», spiazzando l’occupazione altrui e provocando «giustificate periodiche reazioni protezionistiche all’estero».

A questo si aggiungono l’invecchiamento demografico che rallenta la crescita della produttività, il protrarsi della cronica crisi immobiliare e la pressione sociale che inizia a manifestarsi.

Università, lavoro e controllo del dissenso

Queste evidenze trovano ampio riscontro nelle analisi della stampa internazionale più attenta, di cui sono avido lettore, da The Economist a Foreign Affairs, fino al South China Morning Post. Le università cinesi devono affrontare seri problemi di finanziamento, derivanti in gran parte da un sistema di ricerca orientato all’ossessione per i volumi quantitativi anziché per la qualità reale dei risultati.

Il sistema sforna ogni anno milioni di laureati e giovani ricercatori che non riescono a trovare una collocazione adeguata nel mercato del lavoro, nemmeno ricorrendo alle tradizionali reti clientelari. Di fronte al rischio che la frustrazione giovanile e il dissenso accademico travalichino i limiti stabiliti dal regime, la risposta del potere non è stata il dialogo, ma l’intervento d’imperio, arrivando alla chiusura forzata o al ridimensionamento delle facoltà non allineate con le priorità ideologiche.

In un contesto privo di libera espressione e di dialettica pluralista, questo è il modo in cui il sistema risponde ai problemi. Non si tratta di una dimostrazione di forza, ma di un sintomo di debolezza strutturale. Se la tecnologia e l’intelligenza artificiale dovessero sfuggire al capillare controllo dell’informazione esercitato dal regime, le faglie di instabilità sociale interne esploderebbero in modo ben più violento di quanto non avvenga nelle turbolente piazze democratiche occidentali in questi giorni.

Tecnologia autoritaria e debolezza strutturale

Le meraviglie tecnologiche esibite dai regimi autoritari sono innanzitutto armi e strumenti di disciplinamento sociale. L’illusione che l’autocrazia sia una scorciatoia efficiente per governare la complessità crolla, quindi, non appena si scava sotto il tappeto della propaganda e si analizzano i costi umani, economici e culturali del controllo totale.

Rifiutare la fascinazione per il modello cinese o autocratico non significa esprimere un giudizio di valore astratto o morale slegato dai fatti, ma applicare un rigoroso realismo analitico. In assenza di dati ufficiali pienamente trasparenti da parte di regimi a informazione controllata, gli analisti utilizzano lenti e sonde indirette.

Quando componiamo questi tasselli, emerge un quadro variegato in cui si sommano da un lato i successi cinesi nell’autosufficienza alimentare, nella ricerca agricola, nello sviluppo della robotica avanzata e negli accordi commerciali in Africa o con la Russia, e dall’altro la realtà della disoccupazione giovanile, della crisi immobiliare e dell’inasprimento della censura.

Democrazia e Stato di diritto come forza dell’Europa

L’errore drammatico che l’Occidente sta commettendo non è quello di prendere atto dei successi materiali del proprio competitor geopolitico, ma quello di cedere a un sottile senso di inferiorità culturale. Stiamo scambiando la nostra democrazia per una forma di governo stanca e decadente, dimenticando che ciò che ci distingue da quei modelli non è la quantità di acciaio prodotta o la velocità con cui si costruisce un’infrastruttura d’imperio, ma la natura della nostra architettura civile e giuridica.

I principi che definiscono le democrazie occidentali non sono etichette obsolete da rottamare in nome dell’efficienza competitiva, ma costituiscono presidi fondamentali di civiltà.

L’eguaglianza, intesa come dignità inalienabile di ogni individuo che nessun potere statale può barattare per ragioni di Stato, la terzietà di un potere giudiziario e di istituzioni garanti realmente indipendenti, e il riconoscimento del pluralismo e della libertà di ricerca rappresentano l’architrave del nostro sistema. Senza un giudice terzo non esiste giustizia, ma soltanto l’arbitrio del più forte. In un’epoca di profonda crisi sistemica, la risposta non può essere quella di abbandonare questi presidi di civiltà giuridica.

Lo dico spesso quando sono chiamato come relatore ai convegni: se rinunciamo alla terzietà, all’eguaglianza e al riconoscimento, ciò che resta non è una democrazia più efficiente, ma la barbarie della pura forza. E quando i principi vengono meno, l’unica conseguenza logica è la guerra.

Sovranità europea e legge del più forte

Quando parliamo di guerra, l’errore più comune è quello di limitare lo sguardo ai conflitti armati e ai movimenti di truppe sul campo. La guerra contemporanea è un fenomeno molto più pervasivo e strisciante, è l’assenza di giustizia, il disfacimento del diritto internazionale e l’affermazione sfrontata della legge del più forte. In questa dinamica, le grandi potenze autocratiche si muovono con disinvoltura proprio perché agiscono in un terreno svuotato di regole e garanzie.

Cina, Taiwan e il contesto illiberale

Nessuno desidera una guerra aperta contro un colosso nucleare e demografico come la Cina, sia chiaro, ma ciò non significa che le pressioni militari nel Mar Cinese Meridionale, le intimidazioni attorno a Taiwan, la penetrazione economica in Africa e la dura repressione delle minoranze interne non facciano parte di un unico e coerente pacchetto politico. Non si possono apprezzare i successi della tecnologia isolandoli dal contesto illiberale che li genera. So che non piace che si dica, ma io mi sento ancora libero di dirlo, sono europeo!

Il rischio di un multipolarismo senza regole

Il dibattito contemporaneo celebra spesso l’avvento di un mondo multipolare come garanzia di maggiore equilibrio e democrazia internazionale. Si tratta di un’altra grave ingenuità teorica. Nella realtà dei fatti, la frammentazione del quadro globale non sta producendo un multilateralismo armonioso, ma sta determinando la chiusura delle relazioni internazionali in una serie di direttive bilaterali asimmetriche.

Nei rapporti a due privi di un arbitro terzo, ad avere la meglio è inevitabilmente il contraente più forte, riducendo gli accordi a semplici patti contingenti che valgono finché conviene al più forte rispettarli. La presunta stabilità del triangolo negoziale tra Stati Uniti, Cina e Russia rappresenta un’anomalia concettuale, poiché le dinamiche geostrategiche basate su tre attori principali sono intrinsecamente instabili e tendono sistematicamente a scomporsi in alleanze tattiche a due contro uno, alimentando un clima di diffidenza e riarmo permanente.

L’Unione Europea al bivio tra potenza e servilismo

In questo scenario di disgregazione delle regole globali, l’Unione Europea si trova di fronte a una scelta esistenziale. Se sceglierà di accettare la logica della pura forza bilaterale, sarà destinata all’irrilevanza e al servilismo verso l’uno o l’altro blocco egemonico. Se invece saprà fare proprio il richiamo di Gentiloni a diventare una potenza sovrana, dovrà farlo senza mai tradire la propria matrice democratica e lo Stato di diritto.

La vera sfida che attende l’Unione Europea nei prossimi decenni non è quella di trasformarsi in una copia conforme delle superpotenze imperiali o autocratiche, ma quella di combinare la sovranità strategica industriale, tecnologica ed energetica con un’intransigenza assoluta sui principi democratici.

Dobbiamo ritrovare la voglia e l’orgoglio di lavorare per migliorare la nostra casa comune, smettendo di guardare con invidia l’erba artificiale dei regimi autoritari. L’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la terzietà delle istituzioni garanti e il riconoscimento del valore della libertà individuale non sono orpelli del passato, ma le uniche fondamenta su cui è possibile edificare una pace duratura e una prosperità autentica.

Tenersi aggrappati ad essi con fermezza e lucidità non è una scelta ideologica, ma è a tutti gli effetti, l’unico modo che abbiamo per non farci travolgere dalla storia.

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