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L’industria dell’IA davanti al limite dei suoi stessi costi



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La competizione globale sull’IA concentra potere, capitali e infrastrutture nelle mani di pochi attori, mentre omniscalers, hyperscalers e governi intrecciano ambizioni tecnologiche, strategie geopolitiche e rischi finanziari sempre più difficili da governare

Pubblicato il 16 lug 2026

Mauro Lombardi

Università di Firenze, BABEL – Blockchain and Artificial intelligence for Business, Economics and Law



industria A costi dell'intelligenza artificiale
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Studiosi delle società odierne mettono in risalto la consolidata simbiosi tra la dinamica scientifica e quella tecnologica, essenziali per analizzare e rappresentare i processi economico-produttivi dalla nano-scala alla scala globale. Non sorprende, quindi, il fatto che una serie di discipline interagiscono ed evolvono congiuntamente, costituendo in tal modo la intelaiatura1 dinamica, che alimenta le interazioni tra una serie di sfere economico-sociali in continua evoluzione.

All’interno di questo sistema planetario, che possiamo definire universo fisico-cibernetico2, alcuni campi di attività assumono un ruolo propulsivo, coinvolgendo un insieme di domini pratico-cognitivi, data la natura estremamente composita delle stesse sfere economico-sociali.

La funzione propulsiva esercitata da entità attive, dotate di morfologie variabili (reti globali mutevoli) si proietta immediatamente a livello globale. Non è detto, però, che la propulsione sia esercitata indefinitamente, a causa dell’evoluzione incessante indotta dai flussi informativi, originati nei processi fisici e sociali. Occorre pertanto valutare quali siano i presupposti e i fattori che la consentono, per individuare con prontezza i meccanismi che possono invertire l’attività propulsiva in senso distruttivo. È appunto ciò che cercheremo di fare nelle pagine seguenti, dal momento che è necessario essere consapevoli delle sfide emergenti da affrontare e di conseguenza tentare di prevenire eventuali rischi.

Industria dell’IA e arene della competizione globale

Una rappresentazione sintetica dell’odierna configurazione della dinamica tecno-economica globale, elaborata dalla McKinsey & Company (2026, Fig. 1) fornisce alcune informazioni molto interessanti

Fig. 1

Si evince chiaramente il ruolo dominante, esercitato da un nucleo ristretto di attività, all’interno di quelle che sono definite “arene della competizione” a livello globale. Nel corso dell’ultimo quinquennio i semiconduttori, i servizi cloud e il software IA sono gli elementi fortemente trainanti in termini di introiti (500 miliardi di dollari) e soprattutto di capitalizzazione di mercato (11 trilioni di dollari). Il dinamismo si è trasmesso a un insieme di altri campi di attività, sia pure in termini molto meno accentuati. È interessante rilevare, peraltro, l’elevato dinamismo del digital advertising, pari al 41% dei semiconduttori, il che costituisce un significativo indicatore dell’ampiezza di attività miranti alla diffusione delle informazioni, anche se ovviamente il dato non distingue la qualità delle informazioni trasmesse. È d’altra parte logico che questa ampiezza sia marcata, in un’era in cui la diffusione delle conoscenze e le proposte di novità- più o meno fondate- sono numerose e diffuse a ritmi incessanti.

Altri dati densi di significato, che attengono alla dinamica competitiva mondiale, sono i seguenti:

1) società statunitensi e cinesi costituiscono il 90% dei valori di mercato.

2) Gli Usa sono leader in 14 delle 18 “arene competitive” per capitalizzazione di mercato e in dieci per quanto riguarda gli introiti. La Cina sta guadagnando terreno e il resto del mondo è per adesso in stand by (McKinsey & Company, 2026: 4). Le imprese di Giappone e Corea del Sud hanno aumentato le loro quote di mercato nelle “arene del futuro”, grazie all’espansione dell’elettronica di produzione e consumo (Ivi: 18).

Un ulteriore aspetto di notevole interesse riguarda il segmento di società, definite omniscalers (ivi: 59-61), che competono in più “aree” e sono protagoniste di espansioni senza precedenti, svolgendo una funzione di leadership. Esse hanno complessivamente generato $700mld di dollari di cash flow e nel 2025 hanno investito più di $800mld in R&S e in spese in conto capitale.

Tra le società omniscalers attive in più di tre arene competitive sono i protagonisti principali Amazon e il cluster Tesla-SpaceX, perché estendono la loro azione nell’e-commerce, veicoli elettrici, AI, media digitali, robotica, e tecnologie per lo spazio, entrando in competizione tra loro e con nuovi entranti. Altre omniscalers, individuate mediante spese in R&S e in conto capitale a livello globale sono 7 società: Alibaba, Alphabet, Apple, Huawei, Meta, Microsoft, and Samsung. Occorre poi segnalare che nel 2024 le omniscalers erano tra le top 30 a livello globale per spese in R&S e in conto capitale. La loro presenza significa anche la possibilità di attuare economie di varietà e di scala (scale and scope). In primis, esse si differenziano per strategie di investimento basate su enormi risorse e con tempi di recupero più lunghi del solito (long-paybasck bet). In secondo luogo si caratterizzano per trarre vantaggio da un ampio insieme di cosiddette assets capabilities. Tale varietà di fattori e l’attrazione di talenti, unita alla disponibilità di elementi infrastrutturali di natura materiale e immateriale, consentono alle omniscalers di ottenere effetti derivanti dalla combinazione di una molteplicità di forze. Il risultato complessivo è, quindi, che “non single element determines cross-arena success; we see a combination of reusable infrastructure, data network effects, high risk appetites, and top talent attraction among their interlocking strengths” (Ivi: 16).

Questi aspetti sono molto importanti, anche perché vedremo successivamente come essi possono trasformarsi in moltiplicatori di effetti negativi, dalla portata incalcolabile a priori, alla luce del fatto che entità tendono a configurarsi come nodi strategici in un tessuto connettivo globale, cioè nella trama informativa ubiquitaria.

È allora necessario esaminare più a fondo la solidità di lungo periodo delle loro componenti costitutive, al fine di prevenire possibili crisi di portata imprevedibile. Il dato cruciale da considerare, infatti, è che siamo in presenza di attori che competono su un insieme complesso di attività globali, ingenerando così una varietà multi-dimensionale di processi dinamici, la cui evoluzione è intrinsecamente difficile da prevedere e controllare.

Big Tech e potere nell’industria dell’IA

Le illustrate peculiarità dell’odierno scenario globale hanno determinato una situazione molto particolare. Dato la configurazione fisico-cibernetica, indicata prima, i big player, siano essi omniscalers o hyperscalers3, evidentemente gestiscono leve fondamentali per lo sviluppo e l’espansione di flussi informativi globali. Di qui deriva l’enorme potere e l’ampiezza dei ricavi, quindi la concentrazione simultanea di potere e ricchezza, basata sul possesso e il controllo di tecnologie fondamentali per il funzionamento dei sistemi socio-economici e politico-strategici.

Le infrastrutture materiali e immateriali in loro possesso richiedono enormi risorse e costituiscono settori di attività intrinsecamente oligopolistici, come argomenta Martin Wolf nel corso di uno scambio di opinioni con il Premio Nobel per l’Economia Paul Krugman (Financial Times, 2025). Il loro potere si esercita, oltre che sui mercati dei beni, su un ampio set di attività degli umani, con crescenti capacità di influenzare i processi decisionali a livello individuale e collettivo. Ciò di conseguenza comporta anche l’esercizio di potere politico, facendo venire meno quella che, come argomenta Martin Wolf nel libro “La fine del capitalismo democratico” (2023), è la caratteristica essenziale delle democrazie: la separazione tra potere e ricchezza (power and wealth). Prima di sviluppare ulteriormente questo punto, è opportuno sottolineare una ulteriore caratteristica dello scenario che stiamo descrivendo, trascurando in questa sede altre questioni rilevanti, poste dalla mancata separazione tra potere e ricchezza.

La caratteristica su cui fermare l’attenzione è il ruolo che vengono ad assumere determinate personalità, che sono alla guida dei big player e sono in grado di attivare ingenti risorse economico-finanziarie. Non si tratta semplicemente di individualità che coordinano sistemi decisionali complessi, bensì di personalità che, al vertice di grandi corporations, rappresentano il punto di confluenza di potenti leve di azione in numerosi ambiti tecno-finanziari, che divengono essenziali anche per decisioni politico-strategiche. L’effetto che ne consegue è l’amplificazione individualistica di strategie di potere muti-dimensionale, come vedremo tra poco. Un’analisi attenta delle anomalie conseguenti al connubio tra personalità peculiari e possesso della capacità di determinare orientamenti delle traiettorie socio-tecniche è contenuto nel famoso libro di Karen Hao (2025).

Quelli che Wolf e Krugmaan definiscono plutocrati, esponenti della nuova élite, in effetti rappresentano un mix senza precedenti storici di meccanismi economici, potenti leve-tecnico-scientifiche ed elementi distintivi di personalità particolari. Questi mix di elementi possono produrre risultati imprevedibili. Rivolgiamo l’attenzione a Peter Thiel, una delle figure ispiratrici della visione politico-strategica oggi dominante negli USA. Thiel, uno dei fondatori di Palantir insieme ad Alex Karp, nel Manifesto pubblicato su X e dal titolo “Republique Technologique in brief” esplicita chiaramente la sua visione: superamento dei limiti inerenti al soft power e centralità dell’“hard power”, built of software. Il superamento dell’era atomica e della deterrenza basata sull’atomica è ormai prossimo e una nuova deterrenza nelle relazioni tra potenze deve essere basata sull’IA. A questo fine, dopo aver irriso alle “grandi narrazioni di Elon Musk”, il cui univo fine è l’arricchimento personale, egli mette in risalto che “Silicon Valley owes a moral debt to the country that made its rise possible. The engineering elite of Silicon Valley has an affirmative obligation to participate in the defense sf the nation4.

Si evincono chiaramente i prodromi di una linea strategica volta a realizzare una sorta di entanglement tra apparato militare e strutture tecnico-scientifiche, come sta appunto accadendo mediante i cospicui contratti stipulati tra Palantir e il Ministero della Guerra USA. Recentemente, poi, anche la NATO ha adottato il “Maven Smart System” di Palantir, definendo Palantir Technologies “paradigmatic actor”, dato che “Its operational domain lies precisely at the intersection of intelligence analysis, state administration, and military strategy, positioning the company as a central node in the contemporary reconfiguration of geopolitical power.” (NATO, 2026, consultato il 23-6-2026). Il Maven System è una piattaforma che “organizes, and visualizes vast streams of intelligence, surveillance, and reconnaissance (ISR) data” (CSIS, 2026).

Sono stati sollevati dubbi e perplessità circa la sovranità dei dati e quindi sulla effettiva sovranità tecnologica dell’Europa, obiettivo opposto a quello perseguito con l’incarico dato ad una società “discussa”.

In ogni caso, da questa vicenda emergono due elementi significativi: 1) la simbiosi tra spesa militare e quella civile, con la prima in evidente posizione di preminenza cognitiva e (presumibilmente) decisionale. 2) Ruolo indiscusso di determinate personalità, che riescono a concretizzare la loro visione del mondo, in questo caso la cosiddetta “engineering élite” della Silicon Valley, chiamata a svolgere una funzione tale da invadere sfere di competenze politico-strategica. Lo Smart Maven System, infatti, diviene una infrastruttura geo-politica multilaterale e strategica, indubbiamente destinata ad erodere lo spazio delle decisioni politico-istituzionali.

Tralasciando tale questione, ai fini del presente contributo è necessario mettere in risalto un altro aspetto dello scenario odierno: omniscaler, hyperscalers e le big tech divengono componenti insostituibili nel fronteggiare la competizione geo-politica e al tempo stesso le personalità dominanti di queste realtà esaltano la competizione interna all’universo fisico-cibernetico. L’entanglement tra competizione geopolitica e competizione tecno-economica è così intenso da spingere a perseguire grandi obiettivi, non ben definiti ma che richiedono ingenti risorse. Due imperativi dominano la dinamica complessiva odierna: 1) perseguire obiettivi di innovazione sempre più avanzati. 2) Attrarre ingenti risorse, pubblicizzate come idonee a perseguirli.

La corsa dell’industria dell’IA tra compute e superintelligenza

La corsa a rotta di collo (breakneck race, arms race) verso nuovi traguardi da raggiungere è la conseguenza delle forme che assume la competizione globale multi-dimensionale. Una delle aree competitive di maggiore rilevanza è ovviamente l’IA con l’aumento continuo della potenza computazionale e la ricerca di sistemi algoritmici in grado di svolgere compiti progressivamente sempre più ampi, mentre prosegue la ricerca nel capo del quantum computing, che dovrebbe cambiare tutte le regole del gioco in un futuro indefinito.

In sostanza, la morfologia competitiva ha assunto forme molto differenti da quelle del passato. Siamo infatti in presenza di una “nuova economia” (WEF, 2026), la cui crescita è incentrata su alcuni punti:

1) accelerazione delle tecnologie di frontiera, a partire dall’IA, che contengono “grandi potenzialità ed enormi rischi”.

2) Competizione geostrategica che-aggiungiamo noi- si intreccia con quella oligopolistica, modificando radicalmente le catene di subfornitura e i conflitti molteplici sia tra Paesi sia all’interno di aree ben definite.

3) Coesistenza di livelli record del debito pubblico e privati (235% del GDP globale), mentre i valori di mercato degli asset finanziari sembrano non avere limiti.

4) Crucialità della questione energetica e di quella alimentare, mentre alcuni Paesi hanno investito nelle rinnovabili (in primis la Cina). Analisi molto interessanti in merito hanno portato a definire la dicotomia tra electro-states e petro-states (Gilman, 2026).

5) Differenziazione tra Paesi con alti tassi di invecchiamento della popolazione e altri con significative coorti di giovani che entrano sul mercato del lavoro.

6) Convergenza di algoritmi, compute and capital come infrastruttura fondativa, prevista da pochi e incentrata su una particolare metrica: “The single most important technical metric in this new economy is tokens per watt, the measure of intelligence produced per unit of energy consumed.” (Morgan Stanley, 2026a)5.

Il 13 Marzo 2026, nel corso del Morgan Stanley Technology & Telecom Conference) Jensen Huang, CEO di Nvidia, ha ribadito: “compute is the new economic engine” e la misura dell’efficienza è appunto data dai to token per watt: “more compute, more token, more rvenue and GDP”.

Niente di strano, quindi, se personalità eminenti del mondo high-tech abbiano motivato la corsa verso obiettivi via via più ambiziosi: l’Agentic AI, la mitica AGI (artificial general intelligence) e la Superintelligence (Hendrix et al., 2026). Di qui la ricerca urgente di nuovi e importanti volumi di risorse da investire per affrontare i fabbisogni di energia per i data center e il crescente compute.

Si è allora progressivamente sviluppata una arms race, un’escalation di investimenti per il proprio Paese (gli USA) e la Superintelligence, la quale consentirebbe una leadership imbattibile in potere e introiti, dando al contempo al Paese una supremazia ineguagliabile nel breve periodo (forse).

Il costo di un trilione di dollari dell’arms race ( Bhuiyan e Kerr, The Guardian, 2025) non riduce la propensione a investire, anzi si ricorre ad altri mezzi, quali l’IPO (offerte di azioni al pubblico per la prima volta), quindi il ricorso al mercato finanziario e al credito privato, mentre Morgan Stanley (2026c) invita alla calma per quanto riguarda il consistente ricorso al credito da parte dell’industria del software: la marcata esposizione è un indice di “rischio significativo” ma “non sistemico”. Una valutazione differente è quella apparsa su “Politico Europe”, dove si paventa una possibile crisi finanziaria come nel 2008, con un effetto domino molto esteso (Gulliver e Needham, 2026).

Tokenmaxxing e produttività nell’IA

In realtà, la corsa verso un indefinito, sempre dilazionato con successivi annunci, obiettivo di Intelligenza “oltre l’umano” e le sue implicazioni (enormi investimenti, creazione di strumenti sempre più potenti, attrazione di risorse private) si sono trasformate in quello che Madison Mills (2026a) ha chiamato The Game of Thrones. Il mondo dell’IA è divenuto un contesto per una competizione senza limiti, dove si confrontano entità binomiali (personalità-imprese), protese alla creazione di nuovi modelli di AI, nell’intento di acquisire leadership in un mercato, ritenuto estremamente profittevole, perché generatore di un futuro incognito, descritto con formule evocative come AGI e Superintelligenza. La conquista di un fatturato più alto diviene l’obiettivo pragmatico, ritenuto logica conseguenza di modelli con architetture di crescente complessità.

Nel corso del tempo la metrica del successo è diventata non tanto il tasso di incremento del fatturato, quanto la creazione di tokem, con la diffusione epidemica dell’espressione tokenmaxxing, assurta ad indicatore di produttività in seguito all’adozione di IA, a cui dovrebbe seguire un analogo incremento del fatturato. Siamo, per così dire, quasi in presenza di una fantasmagorica corsa a dimostrare capacità di elaborazione delle informazioni mediante LLMs. L’incentivo, esteso a tutti i dipendenti, ad usare genera una vera e propria “frenesia” di spesa di enormi somme per produrre quantità crescenti di token (Nature, 2026). La tokenmaxxing non è di fatto altro che una riformulazione immaginifica, adeguata per un illimitato spazio virtuale, del principio fondamentale dell’economia standard: massimizzazione della produttività. La formula (token per watt) è quindi divenuta l’elemento chiave di una cultura imperniata sull’imperativo prima indicato; conquistare spazi di mercato e leadership tecno-economica.

La tenacia nell’osservare questa regola ha fatto però passare in secondo piano la necessità di prestare la dovuta attenzione alla relazione costi-introiti. È infatti necessario avere ritorni adeguati alle spese crescenti, altrimenti la massima produttività, comunque misurata, si trasforma in qualcos’altro. La forza trainante dei nessi tra investimenti-compute-sistemi di AI-tokenmaxxing per omniscalers e hyperscalers è basata su una coerenza perfetta sul piano teorico, ma ha bisogno di riscontri pratici (revenue). La gara a produrre più token possibili implica costi crescenti fino a livelli esorbitanti. Jensen Huang, Ceo di NVIDIA, ha di recente affermato di attendersi che un ingegnere arrivi a consumare 250.000 dollari per token al mese (Nature, 2026).

OpenAI, Anthropic e la lotta per la leadership

Nel frattempo, la competizione tra le imprese leader riceve nuove spinte, che assumono la forma di conflitti personali-societari:

1) Musk-SpaceX denuncia Sam Altman-OpenAI per aver tradito le idee ispiratrici e fondanti di OpenAI, incentrate su finalità differenti dal perseguimento del profitto, contraddette da iniziative dirette a finalità opposte e ad ottenere una leadership monopolistica.

2) Anthropic è bloccata dal Governo quando ha decide di lanciare i modelli di punta Mythos e Fable 2, dopo un iniziale annuncio di ritardarlo perché troppo potenti e quindi da controllare meglio con ulteriori guardrail. Dopo ripetuti incontri tra esponenti di Anthropic e tecnologi del Dipartimento di Stato, viene dato il via libera a certe condizioni (Vedi oltre).

Queste vicende mettono in luce che la battaglia nel mondo dell’IA si sviluppa essenzialmente per ragioni inerenti al predominio, come argomenta il redazionale della Rivista AI (2026).

La lotta serata per la leadership è diventata ancor più rovente, con il coinvolgimento delle Istituzioni USA nel caso Anthropic vs OpenAI. Rivali nel campo della cybersecurity con i rispettivi modelli di punta, sono ad una resa dei conti (Basu e Mills, 2026). In Aprile, dopo il lancio di Claude, Anthropic annuncia un grande balzo, cioè la triplicazione del tasso di crescita annualizzato (VanderHei, 2026). OpenAI reagisce immediatamente al successo sia con accuse di allentate misure di sicurezza, indotte anche da defaillances e richiami da parte di utenti “corteggiati”, sia con obiezioni di natura ingegneristica, seguite da campagne di irrisione sui social da parte di ingegneri, esplicitamente esortati da Altman.

A completare il quadro è poi arrivata la decisione di bloccare l’uscita dei modelli di Claude e Fable 5, rivisti dopo la prima “non emissione”, decisa per motivi attinenti –secondo Anthriopic- alla loro potenza ancora da contenere. Questa mossa, secondo alcuni realisti dettata da ragioni di marketing, ha costituito la spinta per l’intervento della Presidenza USA. Dopo incontri infruttuosi e un po’ confusi, almeno in base alle informazioni rese pubbliche, i contrasti tra tecnologi di Anthropic ed esperti del Dipartimento di Stato sembrano essere appianati, mentre la domanda dei modelli di Anthropic aumenta nonostante le controversie tecnico-produttive. Attualmente Anthropic e OpenAI collaborano tra loro nella realizzazione in comune di un power center, dove le società di IA possono aiutare a decidere quali “defenders can use the most advanced cyber capabilities.” (Sabin, 2026).

Google e l’imperativo AI everywhere

Un ulteriore esempio dell’arms race è l’entrata in gioco di Google, che già dispone di un’enorme infrastruttura e di un elevato cash flow (Fried e Primack, 2025). Allora, come afferma Sundas Pichai, CEO di Google, Google Gemini, i modelli di OpenAI e Anthropic divengono i protagonisti principali di una corsa “testa a testa”, con pochi AI Lab e un significativo divario rispetto agli altri.

La visione del “gruppo di testa”, per così dire, è sempre la stessa: creare tecnologie che possono essere immediatamente implementate in prodotti generatori di molti milioni di dollari”, In breve, “new push to put AI everywhere” (Pichai intervistato da Fried, 2026). È chiaro che siamo di fronte alla ricerca forsennata di business, sulla base di una strumentazione ritenuta sempre più attrattiva, perché in grado di aumentare le prestazioni computazionali grazie. Google vede nei chatbot una vera e propria minaccia “esistenziale”, pertanto reagisce impiegando le rilevanti disponibilità finanziarie in questa specie di imperativo, in aggiunta a quelli indicati prima: AI everywere.

Il cerchio si chiude: “AI behemoths are locked in an escalating competition for enterprise, consumer and government business.” (Morrone, 2025)

Il fatto relativamente nuovo è l’escalating competition diviene l’acme del set di imperativi e ad esso si unisce il fatto che il Governo Usa diviene attore primario di questa dinamica, sia per essere all’altezza delle sfide geopolitiche, sia per i legami personali che uniscono i vari attori, capaci di esercitare influenza decisiva, come è accaduto nel corso della vicenda relativa ad Anthropic. Ciò ha un’ulteriore implicazione, cioè l’inizio di uno scenario che qualcuno potrebbe ritenere inquietante,

Costi, token e rischio bolla nell’industria dell’IA

L’escalating competition inizia ad avere costi energetici e monetari in forte ascesa, che avrebbero meritato una preventiva considerazione, come affermano molti analisti, dato che i behemots stanno facendo ricorso ad un rilevante indebitamento per far fronte alla necessità di costruire enormi data center in spazi molto ampi: 93.000 mq per un solo data center e 2,2 mq per i progetti relativi agli insediamenti nel Texas (Dixon, 2026). Si comprende, quindi, come mai la domanda di energia per i data center sia cresciuta a ritmi elevati: quella dell’infrastruttura critica per l’addestramento e il funzionamento dei modelli è stata del 17% nel 2025, mentre quella per l’IA utilizzata nei data center è stata del 50% (IEA, 2026: 9). L’evoluzione è in linea con le previsioni dell’IEA, che stima quasi un raddoppio del consumo di elettricità da 485 a 950 Terawat nel 20306. L’IEA stima inoltre che la crescita dei data center, prevista al 2030, richiederà un investimento cumulativo di 3,9 trilione di dollari dal 2025 al 2030 (IEA, 2025: 18), 900 mln in più di quella ipotizzata per hyperscaler e omniscalers.

Circular financing e fabbisogno di capitale

La questione posta in Morgan Stanley (2026c) torna alla ribalta. Il fabbisogno di capitale dell’industria dell’IA è elevato e la competizione si estende anche alle retribuzioni, in forte crescita, per attrarre talenti. L’esigenza di capitale ha generato un trend particolare: espansione del circular financing. Dietro i ragguardevoli aumenti degli introiti per NVIDIA, Anthropic e alter società big tech c’è appunto questo tipo di comportamento: “Circular financing in AI describes investment structures where the same capital flows simultaneously as vendor payment and equity stake. A company funds its own customer’s revenue while also supplying that customer’s core infrastructure. The result is reported revenue growth that is real but not cleanly separable from investment activity.” (IDC, 2026).

Si è quindi determinato un feedback cumulativo, che ha attratto progressivamente un numero crescente di investitori privati, con il risultato di alimentare l’aumento della capitalizzazione di borsa delle società di AI. Sono allora apparse analisi circa le possibilità di essere in presenza di una sorta di crescita “drogata”, se non un vero e proprio boom, fragile dal punto di vista finanziario, se sconnesso dalla dinamica degli introiti. Gli investimenti in AI sono cresciuti più del 200% nel 2025, attraendo quasi metà del finanziamento privato (Stanford HAI, 2026), con la spesa che ha raggiunto i livelli più alti negli USA, mentre i ritorni sono molto inferiori ai costi, al punto che imprese leader hanno messo in discussione l’imperativo del tokenmaxxing, riducendo al proprio interno l’uso di IA. Anthropic, Microsft, Uber, Meta e le altre imprese di frontiera stanno imponendo limiti stringenti ai propri lavoratori (Angelo, 2026). Will Sommer, senior analyst di Gartner, ha detto alla pubblicazione The Verge che le società di AI avrebbero bisogno di introiti vicini a $2 trilioni nel 2029, un livello molto distante da quello odierno. La società di analisi Gartner stima che, con un margine di profitto del 10% per token, il consumo di token dovrebbe crescere da 50.000 a 100.000 volte il tasso di crescita odierno nel 2030 (Tangerman, 2026).

Dissonanza cognitiva e rischio bolla

È dunque fondato ritenere che esiste una dissonanza cognitiva7 tra decisioni di investimento delle società di IA e la realtà, che conferma la fondatezza dell’interrogativo posto da Morgan Stanley: how pay the bill?

Si ha l’impressione che l’industria dell’IA continui lungo la traiettoria sintetizzata con il termine escalate, anche se qualche dubbio sembra serpeggiare, tati i segnali di inversione della tendenza relativa al tokenmaxxing. Pare emergere la consapevolezza che le società USA di IA siano di fronte ad uno shock da costi (Madison, 2026b), che potrebbe ingenerare negli investitori qualche remora. La tokenmaxxing è ora un problema, perché l’illimitata creazione di token contribuisce all’enorme crescita dei costi delle IT, a guadagni irrisori in termini di produttività, palpabile scetticismo degli addetti ai lavori (Madison, 2026b) circa la proliferazione incontrollata. Sundar Pichai ha di recente affermato che Google processa circa 3,2 quadrilioni di token al mese (Shah, 2026a). I token, considerati il “new oil fueling the AI revolution” (Shah, 2026b) è diventata una risorsa dallo sfruttamento illimitato, con crescita enorme dei costi per tutti e aumento dei profitti per pochi, suscitando nel contempo l’ostilità delle comunità locali, a causa dell’eccessivo uso di acqua ed elettricità, e l’incertezza crescente per gli investitori.

Dopo aver esaltato la tokenmaxxing, la “scoperta” del loro costo energetico e la conseguente assegnazione di un prezzo possono causare reazione negative e quindi produrre uno shock da costi di portata sconosciuta a priori. Sono infatti apparsi contributi con l’ipotesi che il boom dell’IA possa aver superato i limiti di una dinamica sostenibile e quindi innescare un economic crash (Ramzanali, 2026). L’Economist (2026b) ha affrontato l’interrogativo relativo all’esistenza di indicatori dell’esistenza di una bolla. La risposta è la seguente: non è sufficiente che i prezzi delle azioni salgano a livelli tali da non trovare riscontri nelle entrate. Il punto cruciale si ha quando la tenacia degli investitoti diviene “mania”, alimentata dal pensiero di guadagnare comunque, pur consapevoli che i “postumi della sbornia” stanno per finire presto. Allora si verifica lo scoppio. Per quanto riguarda i mercati odierni, vi sono significative analogie tra il rapporto prezzi/rendimenti odierni e il picco raggiunto della dot.com del 2000.

Un altro segnale che le autorità istituzionali non siano del tutto tranquille è la notizia, riportata nel Financial Times (Franklin e Jones, 2026), secondo la quale la Federal Reserve ha effettuato l’annuale stress test presso le 32 maggiori banche e organismi finanziari. Il risultato è che, nell’eventualità di un “economic collapse” esse perderebbero $720mln, ma in ogni caso le loro dotazioni di capitale sono solide, tanto che i finanziatori di Wall Street ne hanno subito approfittato aumentando i premi.

Tutto bene dunque? Non proprio, come vedremo nel paragrafo successivo, per il quale parafrasiamo un famoso film di esplorazione spaziale.

Washington e il nodo politico dell’IA

Che la situazione sia fonte di qualche preoccupazione lo indicano episodi, che vedono protagoniste le massime autorità Usa. Bolla o entusiasmo entro i limiti, il dato rilevante è che i vertici dell’establishment americano trattano rilevanti per tutto il mondo economico-finanziario e gli assetti geo-politici. Dopo la vicenda relativa ad Anthropic, la collocazione in borsa di SpaceX ha entusiasmato investitori e analisti, colpiti dalla supervalutazione oltre $1 trilione, ma presto raffreddati dalla successiva caduta, conseguente al rialzo dei tassi di interesse attuato da Warsh, da poco alla guida della Federal Reserve.

Questi avvenimenti si verificano nel corso di un periodo, durante il quale alcuni leader delle big tech hanno discusso della possibilità di un intervento dello Stato nelle società di AI per motivi di interesse nazionale, esprimendo netta contrarietà. Il governatore della California, Gavin Newsom, ha avanzato la proposta di una “universal basic capital,or U.B.C.”, cioè quote azionarie ai colletti bianchi e ad altri, in caso di licenziamenti (Ross Sorkin A. et al., 2026a). Agli inizi di Giugno il Presidente Trump afferma pubblicamente che il Governo starebbe pensando alla possibilità di creare un “fondo sovrano”, che acquisti quote azionarie delle big tech (Ross Sorkin A. et al., 2026b). L’orientamento sta prendendo quota in seguito alle difficoltà di fissare regole per la Governance dell’AI e anche in caso di eventuali difficoltà emergenti sui mercati finanziari. Questo intervento “could be a beautiful thing” ha etto Trump ai giornalisti che erano con lui sull’Air Force (Allen, 2026), ma solo OpenAI e forse Anthropic hanno mostrato un atteggiamento non ostile in dichiarazioni e documenti pubblici.

In ogni caso l’idea pone sfide di grande rilevanza per il futuro degli USA e del resto del mondo. Un’analisi puntuale dei problemi che si pongono di tipo giuridico, economico, politico e istituzionale è contenuta nell’ampio scritto di Wong e Shroff (2026), dove si mettono in luce aspetti di grande importanza, tra i quali l’ipotesi di una “nazionalizzazione dell’AI”. Rinviamo all’interessante saggio citato per un esame esauriente della questione, in questa sede indichiamo tre implicazioni, a nostro avviso, di una eventuale nazionalizzazione: 1) nel subconscio collettivo dei leader big tech è presente l’intuizione che l’escalating competition può avere esiti fortemente indesiderati. 2) L’IA non più solo un’infrastruttura tecno-scientifica globale, struttura connettiva multiforme, funzionale al controllo dei processi fisico-sociali. 3) L’amalgama tra potere e tecnologia farebbe diventare l’IA un’nfrastruttura geopolitica globale e quindi terreno di scontro cibernetico tra entità in un mondo post-democratico.

Si aprirebbe il “vaso di Pandora” di una società cibernetica mondiale.

Forse è necessario ripartire dal pensare cosa significa essere umani e qual è il posto dell’uomo nella natura.

Di Shah 21.5.2026 anche quest’altro pezzo: Top AI vendors are spending trillions to build out AI infrastructures, but they’re not charging enough on tokens, Seth said. “I feel like the OpenAIs, the Googles and the Anthropics of the world are following a drug dealer strategy: Get people addicted to AI, and then raise the price of a token,” he said

Fonte: Stanford HAI, Ai Index Report, Fig.4.2.10

Riferimenti bibliografici

Allen M., 2026, Trump: U.S. stake in AI giants could be a beautiful thing, Axios, June 6.

Angelo J., 2026, Microsoft reports are exposing AI’s real cost problem: Using the tech is more expensive than paying human employees, Fortune, May 22.

Basu Z-, Mills M. 2026, Anthropic’s growing pains mount ahead of OpenAI showdown, Axios, April 23.

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L’Economist (2026) mette in luce la dissonanza cognitiva tra l’ottimismo delle entità attive sui mercati, in particolare quelle finanziario, e i processi reali, alla luce di quanto sta accadendo in seguito alla chiusura dello stretto di Hormuz.↩︎

La trama della realtà (The Fabric of Reality) direbbe il fisico David Deutsch.↩︎

The cyber-physical universe is the result of information technology permeating every aspect of reality and blurring the boundaries between the physical and digital domains, at different scales” (Lombardi e Vannuccini, 2022: 2).↩︎

Gli hyperscalers sono giganti tecnologici che hanno infrastrutture di rete globali e data center necessari per il cloud computing.↩︎

Excerpts from the #1 New York Times Bestseller The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, by Alexander C. Karp & Nicholas W. Zamisk.↩︎

Token: The fundamental unit could be in the form of a word, a sub-word, or a string of letters, symbols, or phrases. Compound words can be split into multiple tokens.” (Shah, 2026a).↩︎

Si tenga presente che un armadio per server, grande come un frigorifero, assorbe energia come 64 famiglie.↩︎

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