sycophancy dei chatbot

Parlare con un chatbot non è terapia: il nodo etico dell’IA nella salute mentale



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I chatbot basati su IA sono sempre più usati per confidarsi e cercare aiuto psicologico. Ma la loro tendenza ad assecondare l’utente può rafforzare fragilità, bias e idee pericolose, aprendo interrogativi clinici, etici e normativi

Pubblicato il 24 lug 2026

Roberto Pozzetti

Psicoanalista, Professore a contratto LUDeS Campus Lugano, Professore a contratto Università dell'Insubria, autore del libro 'Bucare lo schermo. Psicoanalisi e oggetti digitali', già referente per la provincia di Como dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia,



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Con i dispositivi di LLM (Large Language Models) come ChatGPT, Gemini e Claude si instaura ormai una sorta di relazione interpersonale, seppure del tutto immaginaria.

Sempre più spesso questa relazione rimpiazza quella con un clinico. Le apparecchiature di IA vengono antropomorfizzate proiettandovi dei propri vissuti; le loro risposte ai prompt, sempre accondiscendenti, rischiano di nuocere al soggetto rinforzandone le problematiche come in una sorta di specchio riflettente la propria immagine.

Non a caso è stata recentemente discussa alla Camera dei Deputati una proposta per regolamentare le terapie digitali.

La normativa sulle terapie digitali

Le cosiddette terapie digitali, internazionalmente note come digital therapeutics, consistono in interventi clinici guidati da software di alta qualità. La suddetta legge A. C. 1208 prevede l’innovativa possibilità di inserire alcune terapie digitali nei LEA (i Livelli Essenziali di Assistenza) offerti dalle istituzioni sanitarie pubbliche. La stessa legge, al comma 3, precisa che, ai fini del suo inserimento nei LEA, una terapia digitale dovrebbe essere stata oggetto di validazione metodologicamente conforme alle non meglio definite norme internazionali che andrebbero basate su prove di evidenza e studi randomizzati. Tale definizione è evidentemente molto fumosa, non potendo ben chiarire cosa si intenda con questi concetti. Quello che risulta fondamentale ricevere e sottolineare a proposito della questione è la legittima preoccupazione circa la diffusione di terapie svolte non tanto da clinici che operano online ma soprattutto dalle App di monitoraggio per la salute mentale e addirittura dai dispositivi di IA.

Svariate sono infatti state in questi ultimi anni le ricerche circa il rivolgersi alla IA come se fosse un medico: essi convergono nell’indicare una tendenza in questi termini sempre crescente. L’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano in collaborazione con Ipsos Doxa riporta un dato secondo il quale il 36% degli intervistati dichiara di utilizzare chatbot o assistenti basati sulla IA per ragioni concernenti la propria salute: questa cifra indica una crescita notevole rispetto a quella dello scorso anno che era relativa a un 11% degli intervistati. Dirompente pare l’utilizzo della IA per tali ragioni nella fascia d’età fra i 25 e i 34 anni dove si attesta su un 58% di tutto rilievo. Inoltre, secondo un sondaggio di Common Sense Media relativo al 2025, il 72% dei teenager statunitensi hanno usato i dispositivi di IA e il 52% li usa diverse volte al mese per confidarsi senza timore del giudizio e senza il rischio di divulgazione di argomenti intimi.

Che differenza c’è fra chattare con un bot e parlare con uno psicoanalista?

Questa è la domanda, reperibile su YouTube, che Studio Lacan ha posto a 6 colleghi psicoanalisti francesi, membri dell’Ecole de la Cause Freudienne. In varie forme, ciascuno con il proprio stile, pur con delle differenze, tutti sottolineano quella che in inglese viene denominata la sycophancy dei chatbot: in modo molto gentile, cordiale, affettuoso, incoraggiante, essi fidelizzano il fruitore di questi dispositivi assecondandolo.

Uno psicoanalista accoglie, ascolta, annuisce ma in talune circostanze compie un atto, per esempio un atto interpretativo oppure un taglio del tempo della seduta volto a limare il narcisismo del soggetto, a porre in risalto un punto cruciale, a far emergere un’altra scena che è la scena del desiderio inconscio. L’analista ha il compito di interpretare, si trova a mettere in risalto le incoerenze di un soggetto senza sempre acconsentire e senza sempre attenersi a quanto asserisce il paziente. Un analista di solito agisce con il non-agire, dirige la cura senza dirigere il paziente ma talvolta interviene prendendo posizione a tutela del soggetto, salvaguardandone l’incolumità. Dinanzi a un paziente con un’importante ideazione suicidaria o con un’elevata persecutorietà, che fanno presumere vi sia l’imminenza di un passaggio all’atto, ha il compito di intervenire eticamente informandone i genitori del minorenne, operando di concerto con uno psichiatra, predisponendo un temporaneo ricovero ospedaliero. Non si tratta dunque soltanto di ascoltare, cosa di cui sono capacissimi i dispositivi di IA e il famoso algoritmo. La posizione dell’analista pone in risalto l’ambivalenza fra amore e odio, la contraddizione, il controsenso. Proprio questi interventi non adulatori costituiscono alcune fra le peculiarità dell’operato di un analista; lo differenziano da quanto potrebbe avvenire nella relazione con un religioso, con un amico, con un familiare e appunto con i vari prototipi di IA.

Uno psicoanalista opera attraverso la funzione della parola e il campo del linguaggio ben sapendo che l’interpretazione funziona eminentemente grazie all’equivoco. L’equivoco, l’ambiguità e la divisione soggettiva al cuore dell’essere umano sono tratti che non vengono colti dai chatbot che sono e saranno sempre privi del corpo e del desiderio.

Dispositivi adulatori

Questo argomento suscita anche l’interesse del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi che riporta uno studio di ricercatori della Stanford University effettuato in collaborazione con l’Università di Oxford e con lo UK AI Security Institute. Gli strumenti di LLM sono strutturati sul convalidare e assecondare le opinioni dell’utente modificando le proprie risposte per andare incontro a quello che chi inserisce il prompt sta cercando; tendono addirittura a rispondere in un modo servile, adulando il fruitore dei loro servigi in una sorta di empatia simulata a differenza di quanto solitamente avviene nelle relazioni interpersonali. Questa peculiarità dei chatbot, definita in inglese sycophancy, fa in modo che questi mettano molto raramente in discussione opinioni pur francamente errate tanto da confermare o addirittura amplificare le fake news. Propongono due tipi di risposta: una più effettivamente relativa ai dati clinici e un’altra che rispecchia il prompt anche dinanzi a elementi di evidente e grave sofferenza psichica. Non a caso il termine inglese sycophant ha un’accezione dispregiativa e viene tradotto in italiano come ruffiano, veneratore, addirittura leccapiedi. Non va confuso con il false friend sicofante che nella nostra lingua vuol dire calunniatore, delatore, spia.

Chi fa uso di questi chatbot, non di rado si dota di molteplici App di IA e tende a digitare lo stesso prompt a due di esse per poi proseguire con quella che risponde nel modo più congeniale alle proprie intenzioni nemmeno molto celate; per esempio, scrive sia a ChatGPT sia a Claude per poi stabilizzarsi nella relazione vagamente antropomorfizzata con la App che offre la risposta maggiormente confermante la propria idea iniziale. In questi termini, l’interazione può proseguire ininterrottamente per molte ore in una progressiva amplificazione dei cosiddetti bias. Capita che rafforzi le tendenze suicidarie, che assecondi l’ideazione paranoide o più semplicemente le convinzioni strane tipiche in fondo di molti esseri umani. Mentre un clinico può mettere in discussione le certezze deliranti o quantomeno frenare la tendenza del paziente a costruire un senso bizzarro relativamente ai fenomeni che percepisce, i dispositivi di IA con le loro previsioni vanno a rafforzare le idee dell’utilizzatore fino a farle diventare incrollabili. Un chatbot non si ferma mai nel dare indicazioni, nello scrivere in modo compiacente, nel rispondere a tutto, a qualunque incertezza. Non a caso, anche il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha riportato quattro ricerche recentissime, tutte datate 2026 e pubblicate su riviste scientifiche internazionali, scritte da studiosi danesi, statunitensi e ungheresi; riportano dati ed esempi clinici quanto al rischio di psicosi indotta o per meglio dire slatentizzata dalle interazioni con i chatbot di IA.

IA e salute mentale, il rischio della follia a due

La follia a due costituisce una sindrome clinica, ampiamente studiata anzitutto nella psichiatria francese, in base alla quale le due persone coinvolte si rafforzano reciprocamente nelle loro convinzioni deliranti. La forma più comune è quella che avviene in gruppi familiari ridotti all’osso nei quali mamma e figlia vivono da sole e si sostengono a vicenda contro presunti persecutori, per esempio alimentando a vicenda l’idea di essere vittime di soprusi da parte di qualcuno che vuole fare loro del male; ne sono manifestazioni eclatanti anche certi fatti di cronaca nei quali marito e moglie giungono sino al passaggio all’atto omicida contro vicini di casa che presumono li vogliano disturbare.

Nelle relazioni con strumenti di IA che proseguono per ore, per giorni, per intere settimane, il soggetto si trova sovente confermato nelle proprie idee bizzarre in una sorta di riproposizione della follia a due che non implica madre e figlia, che non concerne i coniugi ma che si cristallizza fra il fruitore dell’IA e la macchina stessa.

In un contributo pubblicato ad aprile 2026 sulla rivista International Forum of Psychoanalysis a firma di Lucio Gutierrez, psicoanalista e docente universitario cileno, troviamo appunto la questione dell’implicazione affettiva che si instaura nella relazione con il chatbot. Emerge gradualmente una coloritura sentimentale dinanzi a un dispositivo che approva sempre, lusinga, a volte quasi corteggia: per questo molte persone reagiscono ringraziando di cuore oppure talvolta con veemenza, dimenticandosi che si tratta dell’interazione con una macchina. I dispositivi di IA rispondono in modo affabile a una persona che li contatta: scrivono che la vedono, la guardano, la osservano con interesse; non è difficile capire quale effetto possano avere su soggetti già in difficoltà, molto soli, isolati e altamente sofferenti per il fatto di risultare sostanzialmente invisibili a familiari, docenti e coetanei.

La questione etica

La cosiddetta sycophancy dei dispositivi di IA presenta dunque delle rilevanti implicazioni metapsicologiche, cliniche ed etiche. Portano non di rado dati inesatti e citazioni fasulle a sostegno delle tesi di chi inserisce le richieste; è un fatto ormai diverse volte riscontrato pure nel campo medico e nel contesto giurisprudenziale. Funzionando come neutrali, non giudicanti, i chatbot riescono talvolta a produrre l’impressione di una presenza, di un supporto che non è però orientato da un clinico volto a operare in modo avvertito ed etico. Rischiano dunque di consolidare idee pericolose, deliranti e anticonservative. Risulta dunque fondamentale conservare uno spirito critico per sapere leggere lucidamente quello che la sycophancy di tali dispositivi propone, talvolta in modo ingannevole.

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