Il concetto di “racconto del reale” è in trasformazione da ormai qualche decennio. L’avvento del digitale, connesso con la pervasività dei media online e delle piattaforme social hanno moltiplicato le versioni della realtà disponibili, inaugurando un clima culturale definito da molti post-verità.
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La crisi della verità nell’era post-digitale
Uno scenario in cui i fatti oggettivi faticano a imporsi di fronte al potere delle narrazioni personali. Oggi questo concetto appare non solo in trasformazione, ma viene del tutto messo in discussione dall’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa.
Documentaristi di fama mondiale come Werner Herzog ci invitano a ripensare la natura stessa della realtà e della verità. Nel suo recente libro Il futuro della verità (2025)*, scritto in un mondo «pervaso da notizie false e dominato dall’intelligenza artificiale», Herzog afferma che la realtà per essere compresa appieno richiede l’immaginazione e l’interpretazione, non solo il nudo empirismo. Richiede cioè di essere tradotta in finzione. Per Herzog la verità fattuale, pur necessaria, è insufficiente.
Egli sostiene che la verità non può esistere senza “poesia” e componente narrativa, quella che chiama «verità estatica» contrapposta alla mera cronaca da ragioniere. Questo non significa abbandonare i fatti, ma riconoscere – come recita la sua Minnesota Declaration – che “i fatti creano norme, mentre la verità illumina”.
La frammentazione narrativa nella società iperconnessa
Se in passato, in ambito audiovisivo, il documentarista deteneva il ruolo di mediatore autorevole del reale, oggi si trova a operare in una “società dei racconti” frammentata e iperconnessa.
Chiunque può costruire e diffondere la propria versione dei fatti. Il risultato è un ambiente in cui coesistono bolle narrative autoreferenziali e bias di conferma, mentre la distinzione tra realtà e rappresentazione si fa labile.
In questo panorama, il concetto stesso di realtà appare fluidificato dall’intervento delle tecnologie digitali. L’IA generativa spinge ancora più in là questa tendenza, grazie alla sua capacità non solo di alterare materiali esistenti, ma di crearne di nuovi, totalmente sintetici.
La crisi dell’indice di realtà e le nuove opportunità
Uno degli effetti più inquietanti è la potenziale erosione della fiducia nel repertorio audiovisivo. E se il pubblico perde fiducia nella veridicità delle immagini, anche i documentari migliori rischiano di perdere la loro rivendicazione di verità anche quando non impiegano affatto contenuti generati dall’IA.
L’esistenza di materiali sintetici potrebbe gettare un’ombra di sospetto su qualsiasi immagine o voce registrata. Non è un caso che studiosi e professionisti parlino di crisi dell’indice di realtà. Herzog stesso, pur affascinato dalle possibilità tecnologiche, esorta a «non prendere mai nulla del tutto per oro colato» e a mantenere «un livello costante di sospetto» verso i media digitali.
L’attenzione si sposta dunque dal prodotto al processo: chi (o cosa) ha creato questo contenuto? In quali condizioni? Con quali eventuali distorsioni? Eppure, pluralità di narrazioni può anche significare democratizzazione del racconto del reale: voci prima marginali trovano spazio, nuove estetiche emergono. La stessa IA può diventare uno strumento per esplorare la realtà da angolazioni inedite. Lungi dall’essere solo un nemico della verità, se ben impiegata, infatti, l’IA generativa può aiutare a mettere in scena l’invisibile, a restituire dimensioni del reale altrimenti irraggiungibili.
È qui che si inserisce il dibattito odierno: da un lato l’allarme per un possibile Far West dell’informazione sintetica, dall’altro l’entusiasmo per un nuovo terreno di sperimentazione creativa nel documentario contemporaneo.
Dall’era postdocumentaria alla trasparenza del metodo
Il cinema documentario vive da sempre in equilibrio tra fedeltà ai fatti e interpretazione creativa: ricordiamo il testo di Ivelise Perniola del 2014 “L’era postdocumentaria” in cui l’autrice descrive come già 10 anni fa il documentario contemporaneo fosse entrato in una fase “postdocumentaria” in cui il potere referenziale dell’immagine non coincideva più automaticamente con un accesso privilegiato alla realtà, perché la realtà stessa veniva ripensata dentro un ecosistema mediale che ne modificava statuto e percezione.
In questo quadro, l’IA generativa non va letta solo come minaccia di falsificazione, ma come un dispositivo che radicalizza la crisi dell’evidenza e, proprio per questo, spinge il documentario a spostare la propria legittimazione dal vedere per credere alla dichiarazione del metodo, alla trasparenza delle procedure e alla responsabilità del montaggio del reale.
I tre assi dell’IA nel documentario: voce, immagine, scrittura
Oggi, gli strumenti di IA generativa stanno modificando concretamente le pratiche produttive e i linguaggi espressivi dei documentaristi. Dalla scrittura al montaggio, dalla creazione di immagini e suoni fino al doppiaggio, l’IA offre nuove possibilità, alcune già ampiamente in uso. L’IA generativa entra nel documentario lungo tre assi principali: voce, immagine, scrittura/montaggio.
Voci sintetiche: il caso Bourdain e i dilemmi etici
Sul fronte delle voci sintetiche, Roadrunner (2021) ha acceso il dibattito perché ricrea con l’AI la voce di Anthony Bourdain per fargli leggere frasi tratte da email mai registrate: l’uso, rivelato solo dopo l’uscita, ha sollevato una questione di trasparenza e di etica. The Andy Warhol Diaries (2022) adotta un approccio simile ma più dichiarato e trasparente, rendendo possibile una narrazione in prima persona altrimenti irrealizzabile.
Immagini generate: protezione e controversie
Sul versante immagini generate o manipolate, Another Body (2023) usa ad esempio deepfake video per proteggere l’identità delle vittime, mantenendo però la loro presenza emotiva in camera e segnalando l’alterazione con marcatori visivi: qui l’AI diventa uno strumento di tutela coerente con il tema del film. Diversa la controversia su What Jennifer Did (2023), accusato di usare immagini sintetiche: i produttori lo negano, ma il caso segnala un punto decisivo, cioè la crescente attenzione di pubblico e stampa nel cercare le cuciture tecniche. L’AI può anche supportare ricostruzioni storiche quando mancano archivi, riducendo costi e tempi, ma richiede la stessa cura e responsabilità delle ricostruzioni tradizionali.
Scrittura algoritmica e documentari generativi
Infine, su scrittura e montaggio, l’AI agisce in modo meno visibile ma strutturale: può proporre bozze di voice-over, strutture narrative e domande. About a Hero (2024) estremizza questo approccio: una IA addestrata sul corpus di Herzog genera lo script e persino una voce narrante deepfake, producendo un ibrido che mette in crisi, deliberatamente, il confine tra vero e costruito. Eno (2024) sperimenta invece un documentario generativo, rimontato da un algoritmo a ogni visione: un’idea che apre possibilità formali, ma solleva anche la domanda su cosa accada alla funzione autoriale quando la struttura è affidata a una macchina.
Trasparenza come imperativo etico
Questi esempi dimostrano che l’IA può essere sia un supporto tecnico (un mezzo per restaurare, ricostruire, velocizzare processi) sia un motore narrativo vero e proprio. Professionisti e istituzioni del documentario, però, avvertono che è cruciale fissare dei paletti.
L’Archival Producers Alliance raccomanda ad esempio la trasparenza assoluta: lo spettatore ha il diritto di sapere quando vede/ascolta un elemento generato.
Due visioni opposte: scorciatoia o strumento creativo
Come sappiamo, la tecnologia non è mai neutra. Ragionando quindi sui diversi approcci possibili al racconto del reale oggi, per mezzo delle nuove tecnologie, direi che possiamo immaginare due atteggiamenti antitetici. Da un lato c’è l’IA come scorciatoia produttiva: generare automaticamente immagini di copertura (B-roll) invece di girarle sul campo, sintetizzare voci anziché ingaggiare narratori, affidare all’algoritmo il montaggio di una scena complessa.
Questo approccio rischia ovviamente di tradursi in un appiattimento qualitativo. Il contenuto generato meccanicamente, infatti, tenderà infatti sempre alla mediocrità, al già visto.
L’IA come partner creativo per nuovi linguaggi
Dall’altro lato vi è l’IA come strumento creativo e interrogativo, un partner con cui l’autore può dialogare per espandere i confini della rappresentazione. Invece di sostituirsi alla fantasia umana, l’IA può stimolarla creando scenari sonori immersivi impossibili con i soli suoni reali, oppure permettendo forme narrative non lineari e personalizzate per lo spettatore.
L’IA in questo senso si contamina con il genere documentario facendo nascere generi ibridi. Si pensi alla docu-animazione (già affermata in opere come Waltz with Bashir), che con l’AI potrebbe evolvere in docu-simulazione, dove parti di realtà sono ricreate proceduralmente per indagare meglio un fatto. O ai documentari interattivi e personalizzati (sulla scia di Eno), che aprono questioni sul ruolo dello spettatore, chiamato a sua volta a partecipare alla generazione del significato.
Un modello generativo può aiutare a immaginare visivamente testimonianze per cui non esistono immagini, mantenendo però chiaro allo spettatore che si tratta di ricostruzioni ipotetiche e non di prove fattuali. In questo senso, l’IA potrebbe addirittura arricchire la “verità estatica” herzoghiana: fornendo nuovi strumenti poetici per avvicinarsi a significati più profondi del reale, pur senza tradire l’onestà intellettuale.
Una sfida evolutiva per il documentario contemporaneo
Personalmente ritengo che l’intelligenza artificiale generativa rappresenti per il documentario una sfida evolutiva simile a quelle poste da altre innovazioni del passato (dal sonoro al digitale): inizialmente destabilizzante, ma potenzialmente foriera di nuovi linguaggi. Il rischio di derive esiste e va gestito con regole, trasparenza e dibattito etico, ma al tempo stesso sarebbe miope non esplorare le opportunità che l’AI offre per spingere più in là la frontiera del reale narrabile.
Il racconto del reale non è mai stato una mera riproduzione oggettiva dei fatti: è sempre un’interpretazione, una costruzione volta a illuminare un senso. Oggi disponiamo semplicemente di nuovi “mattoni” per queste costruzioni. L’IA generativa può arricchire il documentario di nuovi sguardi, aiutandoci a porre domande più profonde sul reale. Del resto, come dice Herzog, “nessuno sa davvero cos’è la verità”, ma è nel processo di cercarla che si illuminano significati.
Fonti
Helen Rosner, “The Ethics of a Deepfake Anthony Bourdain Voice”, The New Yorker, 17 luglio 2021
Werner Herzog, Il futuro della verità, Giangiacomo Feltrinelli Editore, collana “I Narratori”, 2025
Perniola, Ivelise (2014). L’era postdocumentaria. Milano–Udine: Mimesis Edizioni
Archival Producers Alliance, APA GenAI Best Practices, settembre 2024


















