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Dietro le fake news c’è un problema più grande: la crisi della verità

Il falso, non essendo vincolato alla realtà, può spandersi su un territorio assai più vasto di quello che il vero riesce a presidiare e non ci si può illudere che contro le fake news basti un algoritmo. Perché, come diceva Aldo Moro, non sarà mai possibile combattere il falso senza una tensione morale verso la verità

11 Mag 2018

Guido Vetere

Università degli Studi Guglielmo Marconi


La questione della disinformazione online, delle cosiddette ‘fake news’, si presenta come un cancro dell’infosfera, una malattia dei tempi moderni, un inquinamento dovuto al vertiginoso e incontrollabile moltiplicarsi delle voci nello spazio informativo.

Perché le notizie false si propagano più di quelle vere

Le notizie false infatti, secondo un recente studio pubblicato su Science, si propagano più di quelle vere, ma già Michel de Montaigne, agli albori del pensiero scientifico, osservava che “il rovescio della verità ha centomila aspetti e un campo indefinito”, e dunque, per il fatto di non essere vincolato alla realtà, il falso può spandersi su un territorio assai più vasto di quello che il vero riesce a presidiare. Oggi i cognitivisti ci mostrano che perfino la persona intellettualmente più onesta e dotata propende verso la conferma dei propri convincimenti piuttosto che la verifica puntuale delle affermazioni. Su tutto poi, notava Charles Sanders Peirce, aleggia il bisogno primario di lenire l’”irritazione del dubbio”, cioè di raggiungere una condizione di credenza stabile, quale che sia. Non sorprende dunque che il falso, il costruito, l’inautentico trovino nella combinazione tra libertà dell’infosfera e debolezza umana un terreno molto favorevole.

Il rapporto tra linguaggio e verità

La verità vive nella parola. Si tratta infatti di una nozione linguistica: vero (o falso) è un enunciato rispetto allo stato delle cose. I nostri amici animali conoscono mimetismi, simulazioni, agguati, ma non menzogne. Nell’antichità classica, attorno al rapporto tra linguaggio e verità, sofisti come Gorgia e dialettici come Socrate dissero già tutto e il contrario di tutto. Tale rapporto era per i Greci così problematico che Hermes fu per loro al contempo il dio del logos e il patrono degli imbrogli. La discussione sulla verità, filosofica per eccellenza, si protrae fino ai giorni nostri e, come qualsiasi discussione di questo tipo, non è destinata a giungere a conclusione. Il punto di vista di Ludwig Wittgenstein, che tanta influenza ha avuto nel Novecento, è molto interessante: il linguaggio non sarebbe un meccanismo a orologeria come la logica formale, ma una “cassetta di attrezzi” che servono a diversi scopi, il cui uso, incluso quello veritativo, si definisce lavorando. Una visione che suggerisce molta cautela: quando affrontiamo il tema della verità nell’infosfera dobbiamo navigare a vista, esaminare ciascun caso, sapendo che non ci sono ricette facili, o come amano dire gli anglosassoni: “there is no free lunch”.

L’illusione degli algoritmi

Non ci si può illudere, ad esempio, di risolvere la questione mobilitando le schiere degli algoritmi. Tralasciamo il fatto che la comprensione del linguaggio naturale da parte delle macchine sia ancora limitata a poche cose: morfologia, sintassi, “sentiment”, entità, concetti salienti, qualche relazione. Immaginiamo pure una macchina in grado di costruire una perfetta rappresentazione del significato e di confrontarla scientificamente con una completa base di conoscenza globale aggiornata in tempo reale. Questa macchina potrebbe dire se è vero che in questo momento una foglia sta cadendo da un platano nella foresta amazzonica, ma non potrebbe dire (a meno di progressi delle neuroscienze al momento inimmaginabili) se è vero che il Papa crede in Dio, cosa d’altronde alquanto ovvia.

Il fatto è che, negli usi linguistici, la verità non è semplicemente corrispondenza tra detti e fatti (la classica adequatio rei et intellectus) ma spesso invece è coerenza rispetto a sistemi di credenze fondate su narrazioni per lo più prive di riscontri fattuali. “In un punto o nell’altro devo cominciare con il non dubitare” diceva Wittgenstein a proposito della certezza. Un verificatore automatico al quale volessimo affidare la lotta alle ‘fake news’ dovrebbe ad un certo punto giustificare i propri giudizi sulla base di narrazioni a vario titolo accreditate. Ma accreditare narrazioni sarebbe proprio lo scopo della macchina, sicché avremmo un sistema che assume come presupposto il suo stesso risultato atteso. Un cane che si morde la coda, insomma.

Qualche soluzione concreta al problema fake news

Nel merito delle soluzioni concrete al problema delle “fake news”, preso atto che la Commissione Europea non raccomanda per il momento azioni legislative, si registrano iniziative di responsabilità sociale delle piattaforme, nascita di siti di debunking e fact-checking, campagne di educazione al pensiero critico digitale. In una prospettiva pragmatica e pluralistica va tutto bene. C’è però un punto fondamentale che è necessario evidenziare: non sarà mai po1ssibile combattere il falso, né in rete né sulla terra, senza una tensione morale verso la verità. Lo diceva tra gli altri Aldo Moro, di cui ricorre in questi giorni il quarantennale del sacrificio. Una vicenda riguardo alla quale, stando alle conclusioni della Commissione Parlamentare di inchiesta, siamo stati nei decenni passati esposti a un buon numero di ‘fake-news’, e non certo sulla rete.

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