Teologia della moneta digitale: proprietà metafisiche e divine del denaro virtuale - Agenda Digitale

Metafisica del denaro

Teologia della moneta digitale: proprietà metafisiche e divine del denaro virtuale

La smaterializzazione del denaro conduce alla moneta digitale. Partendo da questa premessa, ci interroghiamo sulla forma odierna della moneta e sulla coerenza che essa ha con la propria storicità. Le proprietà metafisiche e divine della moneta

01 Dic 2021
Alessandro Ugo Imbriglia

Sociologo del conflitto e dell'industria culturale

La moneta digitale costituisce l’espressione compiuta di un costante processo di smaterializzazione del denaro. A partire da tale premessa, ci interroghiamo sulla specifica espressione destinale (Heidegger, 2017 [1]) che la moneta, al tempo presente, pare consolidare.

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Da una prospettiva ontoteologica, ci chiediamo se sia possibile giungere a un esito che, nella propria inevitabile parzialità, restituisca la forma odierna della moneta, nonché l’effettiva coerenza che essa ha con la propria storicità.

Premesse di un’autonomia annunciata

Come giustamente evidenziato da Agamben [2], il 15 Agosto 1971, con l’abolizione della convertibilità del dollaro in oro, il governo statunitense emancipava il valore del dollaro dal vincolo della propria base aurea. La banconota perdeva un requisito esterno a sé, cioè il proprio controvalore materiale [3].

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Il valore monetario cedeva dunque due fondamentali criteri di valutazione: la specifica proporzionalità con un oggetto esterno, e ad esso legato, cioè l’oro, e un significativo grado di dipendenza rispetto a tale oggetto. Una data quantità di denaro perdeva il proprio corrispettivo aureo.

Tale misura privava anzitutto il denaro della propria consistenza materiale e poneva le condizioni dalle quali il denaro stesso avrebbe ampliato, nel verso opposto, la propria immateriale consistenza, sino alla realizzazione della moneta digitale.

A partire da questa premessa, oggigiorno, è possibile constatare come l’autoreferenzialità del valore monetario aumenti, in maniera direttamente proporzionale, all’accrescimento della sua forma virtuale.

La virtualità agevola, difatti, una proliferazione degli usi e delle speculazioni attivabili dal denaro e dai suoi “operatori”. È la consistenza immateriale del denaro che, congiuntamente all’istantaneità delle sue transazioni, agevola l’aumento del volume di scambio delle proprie operazione.

L’accelerazione delle transazioni, il loro incremento quantitativo e, in ultimo, il raggiungimento della definitiva virtualità monetaria sono, in ordine cronologico, le conseguenze manifeste di una particolare frattura, che corrisponde alla sospensione del gold exchange standard.

Luoghi e scenari dell’indipendenza monetaria

La virtualità, nel campo della moneta, non si oppone al criterio di realtà. Fra i due elementi – virtuale e reale – si instaura, al contrario, un nesso di causalità diretta, ove all’accrescimento del carattere virtuale della moneta, ne deriva un potenziamento dei suoi effetti reali. Ed è questo nesso causale che consente alla moneta di accrescere sensibilmente la propria autonomia.

Sino al 1971 era la moneta ad avere un grado di dipendenza da un elemento esterno, la sua base aurea; oggi invece la moneta digitale – assumiamo come caso esemplificativo il bitcoin – poggia su un circuito autonomo, conosciuto come blockchain, il quale stabilisce, attraverso l’attività dei miner, un campo di generazione monetaria completamente autoregolamentato. La moneta digitale dunque si distingue dalla moneta tradizionale per due fondamentali peculiarità:

  • non è stampata né battuta, bensì è generata attraverso processi algoritmici interamente computerizzati;
  • ad attivare e consolidare il regime produttivo e speculativo del bitcoin non sono le istituzioni statuali o sovra-statuali, men che meno le società bancarie tradizionalmente riconosciute e accreditate: la produzione e l’utilizzo della moneta digitale non è pianificato e gestito, ex ante, da attori politici e soggetti finanziari riconoscibili entro apparati istituzionali. Al contrario, sono i grandi istituti bancari che, ex post, iniziano a modellare la propria impalcatura finanziaria e a ridefinire i propri piani di investimento, in vista della gestione della moneta digitale.

Il consolidamento e l’estensione di un campo monetario indipendente potrebbe fornire l’impulso ad un futuro rovesciamento nella logica della sovranità monetaria: se fino ad oggi è stata l’entità statuale o sovra-statuale ad esercitare e legittimare il proprio potere grazie all’effettivo monopolio sulla moneta, in un futuro imminente, potrebbe essere la moneta, nella sua effettiva autonomia, a mettere in discussione e a erodere la sovranità dello Stato.

A partire da questa ipotesi, il soggetto istituzionale si vedrebbe costretto ad adeguare, su un piano strutturale, l’esercizio effettivo della propria sovranità ai cambiamenti dettati dalla moneta digitale.

Scenari di questo genere costituiscono l’epifenomeno di un processo ben più profondo, che non è di ordine finanziario. Stabilita una piena autonomia dagli spazi “profani” dell’economia reale – mercato del lavoro, mercato delle merci e mercato dei prestiti – e da logiche di welfare fondate su un più generale principio di equità e di redistribuzione della ricchezza, la moneta non è più, e in alcun modo, subalterna a fini esterni, ma stabilisce, essa stessa, il proprio fine.

La moneta, nella sua esistenza puramente digitale dipende, per il proprio esistere, sempre meno da ciò che è collocato fuori da sé. “Il denaro quindi si svuota di ogni valore che non sia puramente autoreferenziale” (Agamben, 2013 [2]).

Sottraendosi da autorità esterne, essa definisce un proprio carattere impositivo e traccia un percorso che mira alla totale indipendenza.

La sacralità ecumenica della moneta digitale

A partire da un campo di indagine ontologico e teologico, l’indipendenza si qualifica come un primo fondamentale attributo divino, in direzione del quale la moneta tende costantemente.

Il fine della moneta corrisponde alla propria illimitata estensione e, inevitabilmente, alla propria conservazione. Stabilito il proprio autentico dominio, a dispetto di quanto si possa comunemente dedurre, la moneta come ogni entità sacra o che alla sacralità si candida, fa dell’inviolabilità il proprio requisito esistenziale. Sacro, nel culto, è ciò che è effettivamente inaccessibile.

E dunque chi ha la facoltà di varcare il confine fra ciò che è pro-fanum – ciò che è letteralmente collocato fuori dal tempio – e ciò che è sacro, il tempio? Il superamento spaziale del suddetto limite è concesso, per l’appunto, solo ai sacerdoti e ai fedeli, quindi a coloro che ripongono la loro completa e incondizionata fiducia nella moneta, anche laddove la moneta si concede come penuria, come perenne e inumana indigenza.

La fede, così come esplicitato da Paolo nella lettera agli ebrei [4], è “sostanza di cose sperate”, e, difatti, resta tale, inamovibile nella propria postura, anche nel luogo in cui la speranza stessa, quindi l’aspettativa, non trova mai effettiva realizzazione.

Conseguentemente, si comprende come la fede acquisti valenza solo come “sostanza di cose sperate”, e mai come sostanza di cose realizzate. La speranza in un generico qualcosa si dà come indipendente dalla conferma fattuale e concreta della stessa speranza in un elemento compiuto.

La fede nella moneta è indipendente dal raggiungimento della ricchezza. La fede in Dio, e in tal caso nella moneta, si qualifica esclusivamente come speranza “a tempo indeterminato”.

La moneta digitale gode di un credito rinvigorito, che l’uomo da tempo ripone nella moneta. La moneta digitale, in tal senso, fornisce un rinnovato impulso al rapporto fiduciario tra l’essere umano e il proprio Dio. In questa continuità non si intravedono, nel fedele, le tracce di un gesto esitante e men che meno di una crisi di fede.

Se, per assurdo, rivolgessimo a qualsivoglia individuo la domanda “auspichi o immagini un mondo senza denaro?”, la reazione interdetta del nostro interlocutore non sarebbe legata alla difficoltà di scegliere e argomentare fra una risposta affermativa e una risposta negativa, ma, diversamente, sarebbe dovuta all’implicita considerazione per la quale tale domanda non ha ragion d’essere: alcun immaginario si dà, neppur minimamente, come concepibile e ipotetica alternativa alla moneta.

Il punto interrogativo potrebbe apparire, per tal motivo, assolutamente insensato. Non esistono, fra gli esseri umani, apostati o eretici, giacché tutti, seppur con diversa “intensità”, ripongono le proprie speranza nella moneta. I confini sacri del tempio monetario corrispondono ai confini dell’intero globo.

L’inviolabilità di questo tempio, attraverso modalità apparentemente paradossali, garantisce il massimo grado di accessibilità: non ci sono, sulla terra, infedeli e dissidenti da escludere. La moneta gode del credito di un’intera umanità.

Dio in divenire: la perennità di un atto

Delimitando quindi il confine fra un suolo consacrato e uno spazio impuro, la moneta digitale si sottrae alla strumentalità attribuitale, nelle forme precedenti a quella virtuale, dalla sovranità statuale.

Quello della moneta digitale è un luogo sacro, poiché è dominato dalla moneta stessa, ed è dominato dalla moneta giacché è abitato esclusivamente da essa, dalle proprie transazioni e dalle proprie certificazioni. Non ci sono, nello spazio separato e autonomo della moneta, prodotti umani e sociali in grado di minare la sua supremazia.

La moneta, nelle sue vesti digitali, non domina dal centro il proprio impero, ma corrisponde, essenzialmente, a tutto l’impero. Il sovrano pare essere un tutt’uno con gli spazi e i circuiti (la blockchain) che domina.

La moneta non concede aree di indeterminatezza o zone grigie:

  • tutti i nodi della blockchain certificano le informazioni distribuite;
  • l’elemento salvato nel registro è tracciabile in ogni sua frazione.

Si può risalire, con estrema esattezza, alla provenienza delle certificazioni e alle eventuali modifiche apportate. Il contenuto del registro garantisce la massima visibilità e consultabilità. L’esecuzione di queste operazioni esclude l’intermediazione di enti regolatori e soggetti istituzionali.

La moneta digitale dunque procede nell’incessante sforzo di farsi absolutus omni re, cioè di svincolarsi da condizioni e limitazioni esterne a sé. È questa corsa all’assolutezza che fornisce alla moneta, e, in forza esponenziale, alla moneta digitale, le sembianze di un’entità divina, la quale corrisponde, nel perimetro del culto capitalistico (Benjamin, 2013 [5]), al più rigido dei monoteismi.

La moneta, da “particulare” di un intero, va costituendosi come l’intero stesso. La piena autonomia della moneta da un oggetto esterno, dalla sua base aurea, e la definitiva indipendenza da soggetti politico-istituzionali, le consentono dunque di avvicinarsi a un carattere propriamente sacrale.

Questo genere di totalità, se non esistesse già come fenomeno, come reale applicazione, la si potrebbe immaginare, entro un portato metafisico, come un puro astratto, un’idea che precede qualsiasi tentativo di traducibilità scientifica [6], ma che, invero, si rivela già tale nella sua effettiva concretezza.

Prima di immaginarla, ex ante, come un tutto da realizzare, la moneta digitale si dà a noi, oggi, come già compiuta. E se si tentasse di catturarla in un fermo immagine, parrebbe, in un istante, la più aprioristica fra le realtà concrete. È, in effetti, la regolarità del suo impianto ingegneristico a conferirle, quasi paradossalmente, un “aspetto” metafisico.

L’incorporeità della moneta digitale, in aggiunta a una velocità di propagazione istantanea – una forma traslata di ubiquità – ascrivono al denaro un carattere astratto, proteso al divino. Al contempo, essendo la moneta digitale lo strumento che, al pari della moneta tradizionale, definisce il valore di scambio fra varie tipologie di merci e la realizzazione effettiva delle transazioni, le va attribuito un carattere concreto.

La moneta digitale è, al contempo, astratta e concreta; la sua forma immateriale si dispiega come sostanza nei luoghi delle merci e dello scambio. La sua virginea inconsistenza si traduce, immediatamente, nel gesto più insulso del consumo.

Se il capitalismo è un culto (Benjamin, 2013 [5]), la moneta dimora, in questo culto, come un Dio che è sempre da compiersi. A differenza dei monoteismi religiosi, i quali annunciano Dio come Essere che precede il tempo o che è ad esso coeterno, la moneta pare affermarsi come un Dio in perenne compimento.

Dio, in questa essenza monetaria, al contrario dei suoi “predecessori”, nasce e cresce nel tempo e col tempo. Il denaro è stato un Dio Infante nei secoli delle monete metalliche; esso è cresciuto, superando l’infanzia, cosicché, nella sua versione cartacea, si è affermato come un Dio adolescente.

Oggi la moneta attesta il proprio progresso divino per mezzo dell’astrattezza e dell’estensione tecno-digitale. La moneta, al momento, pare un semi-divinità che, sulla scorta dei propri traguardi, tenta, con ampio successo, di affermarsi come un Dio Adulto, o quantomeno in uno stadio avanzato, e mai definitivo, della propria consacrazione.

Insorgenza e proprietà del moto divino

La secolare trasmigrazione del denaro da moneta metallica a moneta digitale, passando attraverso la banconota, costituisce l’itinerario col quale lo stesso denaro si è sottratto, progressivamente, a uno stato di “impurità”.

Così facendo, il denaro, nella sua ultima emancipazione digitale, conferisce a se stesso la dignità di accostarsi alla sfera del sacro. In questo percorso di purificazione, la moneta va concepita come l’entità che consente l’uomo di espiare, da un lato, la propria colpa, e, dall’altro, di sublimare il proprio desiderio.

La prima, la colpa, è di ordine antropologico e concerne, da sempre, la stretta dipendenza dell’uomo da necessità primarie.
Essa è legata, indissolubilmente, alla soddisfazione di bisogni materiali e dunque vitali, dai quali l’uomo non può emanciparsi.

Il secondo, il desiderio, è riconducibile a una proiezione ideale e inevitabilmente incompiuta del genere in quanto specie umana, cioè a una tensione e una realizzazione ideal-tipica di sé, a un compimento che è, per l’appunto, divino.

La colpa-desiderio costituisce lo iato entro cui l’uomo innesta un complesso di inferiorità fra il proprio Sé reale e il proprio Sé ideale. A partire da questa inestricabile duplicità antropologica, l’uomo proietta fuori da sé sia la colpa che il desiderio, ed esternalizza entrambe le funzioni – l’espiazione della colpa e la realizzazione del desiderio – nel compimento metafisico (divino) della moneta.

In questa escalation di carattere teologico, la moneta perdura in una forma che è costantemente imperialistica, giacché pospone, continuamente, e attraverso sempre nuove soluzioni di continuità, il consolidamento del proprio perimetro e la demarcazione esatta dei propri confini: la moneta predilige, in una forma e una forza sempre rinnovate, l’espansione illimitata.

Il carattere imperialistico posticipa, senza interruzioni, ciò che tradizionalmente ad esso segue, e cioè una postura imperiale: non c’è momento in cui la moneta si posa, per amministrare, all’insegna della “stabilità” e della “pace”, il proprio dominio.

La moneta, in quanto divinità sempre in divenire, nel suo progresso digitale, eleva il dualismo concettuale fra concreto e astratto a dualità, sino ad annullare il confine tra le due categorie, attraverso il proprio compimento.

Tale compimento è sempre un parziale superamento di sé, e, in questo moto, la moneta rivela, per l’appunto, due tendenziali proprietà metafisiche e divine:

  • la moneta si dà come necessaria, in quanto niente è concepito e si propone in alternativa ad essa. La moneta è una necessità, la necessità implicitamente data;
  • la moneta si offre come perfetta. La sua perfezione, paradossalmente, non è mai esattamente identica a se stessa, giacché si sostanzia nell’ottica di una continua perfettibilità. La moneta rappresentata l’optimum, ma, nonostante ciò, è sempre migliorabile. Quest’ultima, in quanto astratta, è già perfetta, però, essendo al contempo concreta, nei propri circuiti e nelle proprie transazioni, resta perfettibile in termini di efficienza e di efficacia.

La moneta è un’entità che tenta di compiersi, con esiti effettivamente strabilianti, entro e per mezzo di uno statuto ontologico che si propone di riconoscerle, incontrovertibilmente, gli attributi della necessità e della perfezione, attribuiti che, generalmente, connotano un’entità trascendente, Dio.

Come sopraccennato, nel caso significativo del Bitcoin, la circolazione della moneta medesima avviene entro un sistema infrastrutturale completamente decentralizzato, la blockchain. In questo circuito, le informazioni relative alle transazioni sono registrate nei “blocchi” del circuito.

I blocchi superano la soglia delle settecentomila unità e presentano una peculiarità strutturale: non è possibile disgiungerli. I blocchi non possono essere espulsi dalla “catena” che essi stessi compongono, e, al contempo, non è possibile alterarne la composizione, la quale segue un ordine cronologico.

Il possesso di questi due requisiti conferisce alla blockchain il carattere dell’immutabilità. Non a caso si parla, in gergo, di “immutabilità della blockchain”.

A questo punto, restando fermamente saldi entro una chiave di lettura ontologica e teologica, è d’obbligo sottolineare come, fra i caratteri sovrasensibili che qualificano la moneta, oltre alla sovranità, all’indipendenza, alla necessità, alla perfezione, all’assolutezza, all’ubiquità, ricorra, in ultimo, l’assioma dell’immutabilità.

Con questa prima nota conclusiva si evidenziano le modalità attraverso cui la moneta, nell’incessante moto di emancipazione dal proprio creatore (l’uomo), si definisca a partire da alcuni fra i principali attributi semantici riconducibili ai tre fondamentali monoteismi: ebraismo, cristianesimo e islamismo.

Nel verso dell’onnipotenza

Nella miope convinzione di essere possessore e padrone della moneta, l’uomo, in realtà, non fa che attestare la propria adesione fideistica a una divinità – la moneta appunto – che è sempre in divenire.

La fede incondizionata nella moneta – non solo nella moneta digitale, ma anche in quella classicamente intesa – è massimamente cultuale (Benjamin [5]), nella misura, e solo nella misura, in cui le transazioni e le speculazioni si realizzano entro rituali (le operazioni finanziarie) che, invero, non necessitano della conoscenza di particolari nozioni (le leggi del mercato monetario).

Chiunque può acquistare, vendere e, più in generale, condurre transazioni con la moneta digitale, senza conoscerne difatti le tecnicalità, ergo il corpus di regole codificate, di meccanismi intrinseci e di competenze specifiche, attraverso cui la moneta si produce e propaga.

Alla definitiva disgiunzione della moneta dal suo riferimento aureo, consegue l’ulteriore crasi fra la moneta nella sua versione cartacea, e la moneta nella propria definitiva “consistenza” digitale.

La moneta digitale è nella sua essenza un bit. E il bit corrisponde, effettivamente, a una sostanza che è, letteralmente, inconsistente.

Essa “si emancipa ora da ogni referente esterno…e si afferma nella sua assolutezza” (Agamben, 2013 [2]). Il denaro continua dunque a compiersi come “sostanza immateriale” e, per ovvia corrispondenza, l’adesione incondizionata al suo culto non può che essere concepito e letto come atto di fede: il fedele crede in ciò che materialmente non si manifesta alla propria presenza; il fedele si inscrive nella ritualità di un culto senza esigere la tangibilità del proprio Dio. “Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono” (Ebrei, 11:1).

L’adesione fideistica al credo monetario è direttamente proporzionale alla dissoluzione fisica del proprio idolo.

L’adesione al culto aumenta costantemente, ma solo in relazione alla graduale dissolvenza del proprio Dio, alla sparizione fisica, alla smaterializzazione, della moneta. L’idolo, la moneta, perde gradualmente la propria fattezza, la propria corporeità. Il denaro, quindi, cede la sua connotazione materiale, che però compensa in potenza, con e nel proprio dispiegamento. La moneta digitale, al pari di ogni formula monoteistica, tende all’invisibilità, poiché comprende che la propria legittimità risiede nel proprio parziale occultamento.

Essa si impone, in definitiva, come un significante di carattere teologico, un significante divino, il quale, in un sistema di enunciati autoreferenziale, legittima la sola propria circolazione e non ammette relazioni sintattiche con significanti di pari grado. In questo sistema, gli ulteriori elementi segnici [7] si posizionano, nell’ordine del culto digitale, come funzioni di complemento, orientate, esclusivamente, alla messa in moto di un proselitismo ecumenico.

Non c’è un segno (divino) in grado di sostituirsi alla moneta o che, quantomeno, si proponga in tali vesti. Non c’è un soggetto storicamente determinato che, al pari della moneta digitale, tenda al raggiungimento di uno scopo teologico ed extra-storico.

Il luogo comune secondo cui il denaro può comprare ogni cosa, a partire dalla superficialità della propria retorica, custodisce, e rende implicitamente assimilabile, un portato semantico di rilevanza strategica: l’attributo costitutivo di ogni primato metafisico risiede nella sua onnipotenza, e, nel caso della moneta, nella progressiva realizzazione di questo attributo divino.

Note

  1. Heidegger M. (2017), L’evento, Mimesis.
  2. Agamben G., Un commento, oggi, in Lo straniero, Arte Cultura Scienza Società, Mensile anno XVII, maggio 2013, Contrasto Editore.
  3. Per ulteriori approfondimenti si consiglia Un commento, oggi di Agamben G. al frammento Il capitalismo come religione di Benjamin W., in Lo straniero, Arte Cultura Scienza Società, Mensile anno XVII, maggio 2013, Contrasto Editore.
  4. Lettera agli ebrei 11:1, Nuovo Testamento.
  5. Benjamin W., Il capitalismo come religione, in Lo straniero, Arte Cultura Scienza Società, Mensile anno XVII, maggio 2013, Contrasto Editore.
  6. Reale G., (2000), Platone. Tutti gli scritti, Bompiani.
  7. Gli asserti dell’autonomia finanziaria (compresa la svolta femminista), dell’emancipazione dal lavoro salariato, degli elevati margini di profitto e del self made man si saldano all’interno di un costrutto semantico che, attraverso una molteplice e regolare narrazione discorsiva, consolida la ritualità del culto capitalistico e assolutizza il primato unico e solitario del suo Dio.
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