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Blockchain: cos’è e come funziona, tutto quello che c’è da sapere

Cos’è e come nasce e a cosa serve la blockchain; la portata e le sperimentazioni in corso in ambito industriali. Tutto quello che c’è da sapere

31 Dic 2018

Giulia Aranguena

Avvocato, founder di ADLP Studio Legale


La Blockchain è una particolare tecnologia di registro distribuito (DLT), in grado di registrare scambi e informazioni in modo sicuro e permanente, mediante la condivisione di un database che, come detto, rimuove essenzialmente la necessità degli intermediari che, in precedenza, erano tenuti ad agire come terze parti di fiducia per verificare, registrare e coordinare i dati.

Il cuore della tecnologia Blockchain è semplice e ben riconoscibile nelle sue radici storiche, ma purtroppo la contiguità con il Bitcoin e le altre critto-valute sembra aver creato un pregiudizio – specie nelle persone più addentro alla materia – che ne appanna la capacità di cogliere appieno le diverse sfumature applicative e il potenziale.

Cominciamo, quindi, questa analisi sottolineando che sì, la Blockchain è il Bitcoin ma il Bitcoin non è la Blockchain; nel senso che le molte implicazioni dell’uso di questa fantastica tecnologia non si esauriscono affatto al mondo delle critto-valute.[3]

La blockchain è un registro, ecco a cosa serve

Confrontandosi con le molte complessità tecniche della Blockchain, si deve tener presente che il nocciolo di tutto risiede nel fatto che essa è un registro e che i registri sono il pilastro della nostra società, perché essi conservano e tutelano i dati che riguardano le nostre vite – da quando nasciamo, a quando andiamo a scuola, a quando ci ammaliamo, fino a quando moriamo -, oltre che quelli delle nostre proprietà e delle nostre attività economiche.[4]

E, alla stessa stregua dei vecchi registri di pergamena, annotati a mano e divisi in pagine e righe, la Blockchain svolge il suo compito primario, comune a tutti i registri sin dall’antichità: registrare, cristallizzare, custodire e informare, sui dati che vi si trascrivono. Solo che la Blockchain fa il suo lavoro in modo inalterabile, sicuro ed inoppugnabile, e, soprattutto, senza alcun bisogno di una entità centrale esterna, munita di autorità, che garantisca la certezza dei suoi dati.

Ma a parte queste caratteristiche che differenziano la Blockchain da qualunque altro comune registro, essa rimane un registro, cioè un Libro Mastro o Ledger, per dirla all’inglese.

Anzi, la Blockchain è solo un registro espresso con supporto digitale anziché su pergamena, come qualunque altro registro utilizzato nel Medioevo. E ciò, nonostante i suoi caratteri di autosufficienza e di auto-portanza, derivanti dall’impianto ideologico degli ambienti nei quali è nato il Bitcoin, quelli della crypto-anarchia dei cypher-punk, a cui va dato il merito – una volta per tutte – di aver reagito al profilarsi della crisi del 2008 sostenendo, da un lato, l’uso intensivo della crittografia come parte del cambiamento politico e sociale che il mondo necessitava, e, dall’altro, sganciando il Libro Mastro dal nesso inscindibile con l’Autorità che, nel corso della storia, si è fatta garante della portanza stessa dei registri.

Ma, d’altra parte, proprio perché i dati registrati in Blockchain sono auto-portanti, in quanto validati prima della trascrizione ed a prova di manomissione, oltre che indipendenti da un ente centrale, essa rappresenta lo sviluppo di una storia antica, cominciata proprio nel Medioevo.

La blockchain come il Domesday Book

Steve Tendon,[5] che stimo e ammiro molto, su questo punto è a dir poco illuminante perché ha paragonato la Blockchain all’antico Domesday Book, istituito nel 1086 da Guglielmo d’Inghilterra, il Conquistatore, a seguito di un ampio censimento sulle proprietà del regno che gli valse il nuovo soprannome de il Bastardo.

Fu così imponente e preciso il processo di censimento a base del Domesday Book che nulla poté sfuggire all’immenso lavoro svolto dai tecnici della corona che – per perimetrare al meglio l’imponibile su cui far pagare le tasse patrimoniali imposte dal sovrano – registrarono fino all’ultimo capo di bestiame e fino all’ultimo ettaro ogni proprietà dell’Inghilterra.[6]

Tale incredibile lavoro venne effettuato secondo un processo di censimento molto penetrante e attraverso un controllo dei dati prima dell’annotamento affidato al sistema di contabilità dei c.d. tally stick, considerato all’epoca a prova di falsificazione.[7]

Gli ufficiali del regno ponevano set di domande fisse e predeterminate a tutte le persone che risiedevano intorno alla proprietà da censire. Gli interrogatori venivano ripetuti per tre volte al fine di “incrociare i dati” e far emergere informazioni errate o falsate, e venivano erogati incentivi o punizioni per garantire la massima veridicità delle informazioni raccolte, le quali, peraltro, venivano richieste in modo da poter chiarire anche i cambiamenti che erano intervenuti in ciascuna proprietà, prima e dopo la battaglia di Hastings.[8]

Immagine che contiene interni Descrizione generata automaticamente

Quel registro venne chiamato Domesday proprio perché per i proprietari terrieri costituiva il “Giudizio Universale”: non avevano più modo di evadere fiscalmente le tasse patrimoniali occultando i loro possedimenti, né potevano opporre contestazioni su quanto registratovi all’interno, ritenuto, infatti, così affidabile e preciso, al di là della stessa autorità del re, che i record ivi contenuti avevano un effetto quasi automatico, tutto racchiuso nell’iscrizione principale: hic annotatur tenentes terras!

Ma l’autorevolezza oggettiva del Domesday, frutto della precisione e della profondità di indagine che ne sta alla base – e che riuscì a conferire a quel registro un’autosufficienza che durò per secoli – certamente sfuggì in altri casi di composizione dei registri che sono rimasti sempre affidati all’autorità dell’ente centrale a cui venivano affidati.

Blockchain, rivoluzionaria come la stampa

L’avvento della Blockchain ha spezzato questo legame con l’autorità centrale e ciò, a buon diritto, costituisce una rivoluzione di importanza equivalente all’invenzione della stampa da parte di Gutemberg nel 1483, che, con il suo esordio, ha sottratto la conoscenza alle fonti centralizzate che fino ad allora la detenevano, la custodivano, la manipolavano e la diffondevano.

E credo fermamente che la Blockchain, così come è stato con la stampa, ci porterà lontano, perché saranno innumerevoli gli ambiti che verranno innovati con l’applicazione di essa; e ritengo, inoltre, che, combinandosi con la rinnovata fiducia che essa stessa produce per le sue caratteristiche intrinseche, verrà messo l’acceleratore in tutti gli spazi di azione economica e sociale che conosciamo.[9]

Cosa che peraltro sta già avvenendo, e il campo della logistica, appunto, ne è un chiaro esempio, a dispetto degli scettici e di coloro che nutrono veri e propri pregiudizi cognitivi nei confronti di uno degli usi alternativi più concreti della Blockchain attualmente in sperimentazione.

Capire la Blockchain e la sua rotta migratoria

Per secoli, le persone, le imprese e in alcuni casi interi settori economici si sono basati sul semplice principio di fiducia tra più parti.

Questa modalità si è radicata talmente da diventare essa stessa un business, fondato sulla moltiplicazione dei ruoli intermediativi lungo le catene di fornitura di servizi e prodotti.

Ma questa modalità si è drasticamente interrotta grazie all’avvento della tecnologia Blockchain e sta avvicinandosi al suo epilogo riuscendo a liberare valore e risorse che, finalmente, potranno essere ridistribuite.

La Blockchain consente di registrare scambi e informazioni in modo sicuro e permanente, mediante la condivisione di un database che, come detto, rimuove essenzialmente la necessità degli intermediari che, in precedenza, erano tenuti ad agire come terze parti di fiducia per verificare, registrare e coordinare i dati.

Facilitando questo importante passaggio da un sistema centralizzato a un sistema decentralizzato, la Blockchain libera in modo efficace i dati precedentemente conservati in silos protetti e separati, e quasi sempre non interoperabili tra loro, producendo la convergenza tra essa ed altre tecnologie che si nutrono e sono di fonti imponenti di dati, come lo IOT (Internet of Things) e la stessa Intelligenza Artificiale (c.d. A.I.).[10]

Nonostante la sua breve storia ed anche se la consapevolezza del mainstream sia in gran parte attribuibile alla sua applicazione alle valute virtuali, in particolare Bitcoin, la Blockchain – proprio per la sua capacità di garantire un nuovo modello di condivisione dei dati – è in sempre più rapida ascesa nelle agende aziendali così come nei media.

Le sperimentazioni della blockchain nell’industria

Molti sono i settori industriali che hanno avviato sperimentazioni sulla Blockchain; e sono ormai giornalieri gli annunci di utilizzi al di fuori del settore finanziario, come, ad esempio, nel campo assicurativo, nei servizi per il cittadino, nell’assistenza sanitaria, nel commercio al dettaglio, nel settore agroalimentare, nel campo immobiliare, nella logistica, ecc.[11]

Nel comparto logistico, in modo specifico, c’è chi indica la Blockchain come killer app in grado di produrre impatti più profondi che negli altri campi,[12] per gli effetti di semplificazione, sblocco della catena del valore, e forti economie di scala che essa può produrre in modo strutturale sulle filiere di approvvigionamento grazie anche all’integrazione con dispositivi IOT e A.I.

Anche se spesso i benefici dei suoi possibili impieghi alternativi sono oggetto di mistificazioni, per cui occorre sempre fare le opportune valutazioni, rimane il fatto che la Blockchain ha preso la rotta verso altri settori economici.

In modo particolare, si sta assistendo all’avvicinamento della Blockchain a tutti quei settori strutturati a filiera, come, appunto è il settore logistico collegato alla navigazione mercantile, dove c’è una gran quantità di valore intrappolato nelle molte inefficienze in gran parte derivanti dalla predominanza di processi manuali spesso imposti dalle autorità che governano il settore (i.e. dogane e autorità portuali).[13]

Evoluzione della Blockchain 1.0.: gli smart contracts

Per capire le ragioni della migrazione della Blockchain in ambiti economici diversi dalle critto-valute e, soprattutto, verso il settore della logistica legata alla navigazione commerciale, occorre ripercorrere, pazientemente, le innumerevoli specialità di questa sorprendente tecnologia, cominciando, a mio avviso, dalla sua capacità di rinnovarsi ed evolvere.

Le prime applicazioni dei Registri Distribuiti (o Distibuted Ledger Technology, DLT) risalgono ai primi anni ‘90, cioè all’epoca dell’implementazione di funzioni di hash, denominate Merkle Tree, pensate per aumentare la sicurezza delle banche dati digitali (database).[13]

Lo sviluppo di Internet ha poi offerto la base per passare dalle prime infruttuose sperimentazioni fino al rilascio, il 31 Ottobre 2008, da parte di Satoshi Nakamoto, dell’ormai celeberrimo Paper che ha introdotto il concetto di Libro Mastro distribuito in una rete aperta, fondata su meccanismi di consenso diffuso tra tutti i partecipanti.[14]

A partire dal 2011 le cryptocurrencies cominciano a raggiungere un certo grado di maturità e la Blockchain si afferma in modo incontrastato come tecnologia di base del settore delle valute virtuali e nei servizi di pagamento collegati (Blockchain 1.0).

Tuttavia, soltanto con il lancio della piattaforma Ethereum nel 2014, si assiste alla trasformazione della catena dei blocchi da strumento monetario a strumento ordinatorio di contratti smart, automaticamente eseguibili e auto-ottemperanti, cioè alla nascita della Blockchain 2.0.[15]

L’avvento di Ethereum, infatti, introduce la possibilità di stratificare la Blockchain con il layer degli smart contracts, o contratti intelligenti per dare vita a diverse applicazioni decentralizzate (cc.dd. dApp) e trovare spazio di utilizzo in diversi settori.[16]

In particolare, tale punto di svolta della tecnologia Blockchain, fino ad allora relegata al settore delle critto-valute, avviene quando l’allora diciannovenne Vitalik Buterin pubblica il White Paper di Ethereum, delineando le caratteristiche di quella che sarebbe diventata la piattaforma di riferimento per lo sviluppo e l’esecuzione degli smart contracts.[17]

Fino ad allora, pur esistendo modelli teorici di contratti intelligenti – come l’acquisto di un caffè con una macchina distributrice –,[18] questi non disponevano di una tecnologia che offrisse la possibilità di cristallizzare la volontà di una o più parti in modo indelebile ed immutabile, garantendo che ad una certa/e premessa/e, ovvero condizione/i, corrispondesse un risultato certo, o un’azione ben specifica, subordinata appunto al verificarsi di determinate condizioni secondo il principio «if this than that».

Con gli smart contract di Ethereum, la Blockchain è divenuta (anche) ampiamente programmabile e la tecnologia si è potuta evolvere con applicazioni diverse rispetto alle transazioni di flussi di cassa, a cui si era limitata a partire dall’avvento del Bitcoin, aprendosi all’esplorazione da parte dell’industria tradizionale. Tant’è che la sperimentazione industriale in ambiti estranei al Fintech dipende, principalmente, dalla funzione applicativa degli smart contracts che ha, tra i suoi obiettivi generali, quello della progettazione intelligente dei contratti in modo che essi – incontrando condizioni comuni e predeterminate dalle parti (quali termini di pagamento, privilegi, riservatezza, ecc.) – riescano a ridurre al minimo le eccezioni e la necessità di interporre intermediari fidati per la loro risoluzione, oltre che i costi correlati alle frodi, alla risoluzione delle controverse, all’arbitrato, nonché quelli di esecuzione e transazione.

Infatti, solo attraverso gli smart contract, la Blockchain è divenuta capace di trasferire molto di più che crypto-asset, ma anche contratti, record ed ogni altro tipo di informazione, aggiungendo alle funzionalità intrinseche – originariamente progettate per creare “monete originali” ed impedirne la duplicazione e la doppia spesa -, anche quelle necessarie per determinare la piena integrabilità con le altre tecnologie simbolo dell’Industria 4.0 (IOT e A.I. in primis), e preparare il terreno, attraverso la combinazione e la convergenza con queste ultime, all’affermazione della Blockchain 3.0.

Un ordinamento automatizzato e autosufficiente

Sì, nella narrazione collettiva sulla Blockchain non si può fare a meno di ricordare che essa è, prima di tutto, un database distribuito che dà luogo ad una rete di lavoro (network) i cui dati non sono cancellabili o alterabili, soprattutto nelle Blockchain di tipo “pubblico” e “aperto” denominate permissionless, dove tutti i nodi sono pari-ordinati e si richiede il consenso di tutti per aggiornare i dati.[19]

Così come è divenuto imprescindibile precisare che la Blockchain, dal punto di vista funzionale e strutturale, è un normalissimo database con l’unica particolarità della strutturazione in blocchi; cioè è un database in cui i dati sono logicamente raggruppati e memorizzati in insiemi costituiti da blocchi, anziché in linee, colonne, tabelle, file di testo, valori separati da virgola (csv), immagini, elenchi etc., come accade in altri tipi di database

Tuttavia, a tale leitmotif e “ritornello” narrativo – che tende a minimizzare la specialità della Blockchain, insistendo sul suo essere solo un database o Ledger, oltretutto più costoso e meno efficiente di altri -, ripetuto fino alla noia per disconoscerne, aprioristicamente, gli usi alternativi, sfugge, insieme alla programmabilità degli smart contract, una ulteriore caratteristica, fondamentale per capire l’immenso potenziale applicativo a livello industriale della catena dei blocchi.

In particolare, combinando un sistema di calcolo molto potente, alle più evolute tecniche matematiche di cifratura, la soluzione offerta dalle piattaforme Blockchain (soprattutto se) distribuite risolve – contemporaneamente e ad ogni latitudine – il problema della sicurezza dei dati digitali e quello della fallacità delle scelte apicali nella gestione e nel governo di realtà dinamiche e molto complesse come quelle che si sono affermate con l’era di Internet. E la tecnologia distribuita espressa nelle Blockchain risolve tali questioni attraverso un protocollo che prescinde dall’intervento diretto dell’uomo.

La Blockchain, infatti, è in grado di recepire, certificare, proteggere e far eseguire pagamenti e, attraverso gli smart contracts e i DAO da questi costituiti,[20] ogni altra attività o condizione programmabile, quindi obblighi contrattuali e non, in una forma immodificabile oltre che vincolante per tutti gli elaboratori e gli altri mezzi deputati a darne seguito, senza il supporto esecutivo di corti statali, intermediari umani o autorità esterne, dalla cui influenza è anzi del tutto immune.[21]

In altre parole, la Blockchain si pone come un ordinamento automatizzato ed autosufficiente,[22] costituito da algoritmi e da una serie di contratti e documenti elettronici che, istruiti in files, della dimensione di un solo megabyte,[23] danno forma e sostanza ad un’infrastruttura mercantile e di governo, globale e digitale, in grado di supportare, contemporaneamente, funzioni ordinamentali e produttive, in totale trasparenza ed autonomia e prescindendo da figure (apicali o di garanzia) soggettive di sorta. E, in quest’ottica, la Blockchain costituisce il sogno di ogni industria ponendosi come lo strumento organizzativo e produttivo principale della quarta rivoluzione industriale o “Industria 4.0”, in grado di automatizzare processi molto complessi e abbatterne drammaticamente i costi.

Nella Blockchain, infatti, non ci sono soltanto blocchi che ordinano ed archiviano data set che vengono correlati tra loro, condivisi e distribuiti all’interno di una rete, in modo che tutti i partecipanti possano vederli, conoscerli, copiarli (ma non alterarli) e seguirli in ogni loro passaggio lungo la catena, per effetto della concatenazione crittografica dei blocchi stessi.

Non solo un database

La Blockchain non è soltanto un database conservato su un numero di computer connessi ad una rete comune, senza alcuna autorità centrale o singola parte sovraordinata, di modo che ogni computer costituisca un “nodo” e disponga di tutto lo storico relativo ai dati registrati. Né ci sono soltanto procedure di archiviazione tra più gruppi di server collegati tra loro.

Nella Blockchain (pubbliche) ci sono protocolli basati su algoritmi di consenso. Ci sono regole comuni in base alle quali aggiornare i dati e aggiungere i blocchi, c’è lo sviluppo della potenza di calcolo, ci sono incentivi (teoria dei giochi), procedure di convalida e verifica dei dati; c’è la possibilità di registrare, programmare e trasferire record ed informazioni contrattuali e di far auto-eseguire condizioni negoziali e c’è, last but not least, come anticipato in precedenza, una nuova e più sicura modalità di condivisione dei dati, ovvero un nuovo paradigma di data sharing, a prova di manomissione.

In pratica, la Blockchain, vista anche il suo carattere globale, capace di superare gli ostacoli fisici e legali di tutti gli Stati, costituisce un ordinamento internazionale privato completamente autosufficiente, costituito da set di regole predeterminate, fisse, e autonome e da meccanismi di consenso e risoluzione delle controversie basato su un sofisticato sistema di registrazione, custodia e contabilità di valori virtuali e matematici, naturalmente duttile e in grado di combinarsi con una molteplicità di tecnologie e porsi, dunque, come infrastruttura di base dell’industria 4.0.

A tali caratteristiche – senz’altro positive per l’industria – che forniscono della Blockchain accattivanti descrizioni di immediatezza, trasparenza, certezza nella formazione, monitoraggio, esecuzione di contratti e decisioni, si accosta, però, la sua tendenza a sottrarre, ad ogni forma di controllo esterno, quel che pare la sua essenza di modalità di regolamentazione esclusivamente privata e globale che si presenta come autopoietica,[24] e per la quale la tutela giuridica non opera; non già perché non possa, ma perché non avrebbe neppure ragione di operare in quanto tutto resterebbe affidato ai suoi algoritmi.[25]

Ma, a parte le preoccupazioni da ciò derivanti, più consone a qualche altro giurista solitario e sconosciuto come me – che mi sono data, ormai da anni, il disgraziato compito di “inseguire” la Blockchain per rintracciarne i suoi effetti giuridici, implicitamente normativi e monitorare la sua possibile trasformazione in un angosciante totalitarismo privato, [26] gestito dalle macchine e dagli algoritmi -, è un fatto che le caratteristiche della Blockchain costituiscano un Bengodi per aziende ed industrie e a questo occorre attenersi, per non impedire l’innovazione di cui necessitano.

Le industrie sono dominate dalla spinta verso l’efficienza e lo svecchiamento. E la Blockchain garantisce loro la possibilità di farlo con l’utilizzo di piattaforme che riescono a superare, a costi sostenibili, i confini dei mercati nazionali, ad automatizzare le transazioni, ad auto-eseguire impegni contrattuali e pagamenti, ottimizzando, come nel caso della logistica del trasporto marittimo, flussi complessi di soldi, dati e merci, eliminando i costi amministrativo-burocratici, oltre che quelli legati alla risoluzione delle liti.

Tanto più che tutto il sistema Blockchain, rappresentando null’altro che lo sbocco tecnologico di una modalità semi-automatica di regolamentazione esclusivamente privata e globale, dove si conservano inalterati gli ampi spazi libertari provenienti dalla sua antica origine crypto-anarchica, non può che essere un potente faro di attrazione per il settore mercantile. E non a caso, qualcuno ha già preconizzato che la tecnologia Blockchain, con l’avvento della sua speciale lex cryptographica, avrebbe rappresentato il punto di svolta della lex mercatoria.[27]

I numeri, d’altronde, confermano questa forte spinta dell’industria nei confronti della Blockchain. E basta richiamare i recenti studi di PwC (PricewaterhouseCoopers) e Deloitte, che mostrano come migliaia di società intervistate stiano portando avanti progetti Blockchain,[28] per rimanere sopresi e liquidare qualunque accusa di Blockchain hype da parte dei molti, presunti esperti che, puntualmente, avanzano discutibili dubi ogni qualvolta si parla di un impiego di essa al di fuori dell’ambito asfittico delle critto-valute.

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  1. La polizza di carico (in inglese Bill of Lading, o Bill of Loading, abbreviato B/L, o BOL) è il documento principale in uso nel trasporto navale, che attesta l’imbarco della merce da un porto di partenza ad un porto di sbarco. Tale documento è un documento rappresentativo della merce caricata su di una determinata nave in forza di un contratto di noleggio o di un contratto di trasporto. Oltre ad essere un documento rappresentativo della merce caricata, attestante l’avvenuto caricamento, esso conferisce al possessore del documento un titolo di credito costituito dal diritto di farsi consegnare la merce viaggiante al porto di arrivo, ed è solitamente un documento all’ordine che si trasferisce mediante girata e consegna (c.d. “endorsement“). Vedi, ex multis, S. ZUNARELLI – MM. COMENALE PINTO, Manuale di diritto della navigazione e dei trasporti, CEDAM, 2016.
  2. La lettera di credito, o credenziale (in inglese, Letter of Credit, abbreviato L/C) è una forma di pagamento usata nel commercio internazionale per pagare il prezzo della merce acquistata che deve essere importata da un altro paese e deve essere trasportata via nave. La lettera di credito è un credito documentario, che attesta l’apertura di un fido, o prestito, a favore del compratore o debitore del pagamento del prezzo della merce che costituisce delle disponibilità per pagare successivamente una volta avvenuta la consegna. E’ uno strumento contrattuale che soddisfa sia l’esigenza del venditore nell’avere la certezza del pagamento, sia l’esigenza del compratore di subordinare il pagamento stesso all’effettiva consegna. La Lettera di credito consiste in un impegno assunto dalla banca che lo emette (banca emittente) su ordine dell’acquirente (ordinante), ad effettuare una certa prestazione a favore del venditore (beneficiario), contro presentazione, entro una scadenza (data di validità), dei documenti richiesti, conformi ai termini, alle condizioni indicate nel credito stesso e alle Norme internazionali elaborate dalla Camera di Commercio Internazionale di Parigi che disciplinano l’operazione. Per i suoi caratteri di astrattezza, il credito documentario della lettera di credito si presta ad essere trasferibile. In questo caso, il venditore (primo beneficiario) ha la facoltà di chiedere alla banca designata di effettuare il pagamento a uno o più soggetti terzi (secondo/i beneficiario/i).
  3. Al riguardo, è il caso di citare il paragone fatto dall’ottimo G. PERANI, Dal Ledger distribuito agli Smart Contract, uno sguardo agli effetti social della blockchain, in Blockchain4Innovation, 2018, https://www.blockchain4innovation.it/esperti/dal-ledger-distribuito-agli-smart-contract-uno-sguardo-agli-effetti-social-della-blockchain/, che, con un accostamento molto eloquente, equipara la Blockchain al principio farmacologico del citrato di sildenafil: inizialmente studiato per la cura dell’angina pectoris, ed ora alla base del Viagra!
  4. Ibidem.
  5. Steve Tendon è un consulente di strategie Blockchain, fondatore dell’Associazione Blockchain Malta e membro chiave della National Blockchain Task Force di Malta, responsabile dell’approvazione Virtual Financial Assets Act (VFAA) e dell’Innovation Technology Arrangement and Services Act (ITAS), entrati in vigore il 1° di novembre del 2018. Steve, inoltre, è membro della comunità legale, di cui faccio parte anche io, denominata Legal Block.
  6. What can we learn about England in the 11th century?, in http://www.nationalarchives.gov.uk.
  7. N. APOSTOLOU – D. L. CRUMBLEY, The Tally Stick: The First Internal Control?, http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.679.4415&rep=rep1&type=pdf. In tale scritto, gli AA., dopo aver sottolineato che l’origine dei sistemi contabili è ben più risalente dell’invenzione della partita doppia ad opera di Luca Pacioli nel 1494, si interrogano, trovando implicitamente risposta affermativa, sull’applicazione del sistema contabile fondato sui Tally Stick in termini di esercizio di un controllo interno dei dati prima della registrazione dei record.
  8. Cfr nota n. 6.
  9. G. PERANI, op. cit..
  10. E’ ormai stato acquisito che la Blockchain rappresenta un nuovo paradigma di condivisione dei dati a causa delle sue caratteristiche di sicurezza informatica, che garantisce in maniera maggiore rispetto a qualunque altro tipo di database per effetto delle tecniche crittografiche che essa combina nel suo funzionamento e dai meccanismi di consensus che applica (ad esempio, la c.d. Proof Of Work, tipica della Blockchain del Bitcoin che risulta essere quella più sicura dal punto di vista della penetrabilità esterna dei dati). E’ proprio grazie a queste possibilità offerte dalla Blockchain che essa sta convergendo con altre tecnologie e, soprattutto, con il Cloud Computing, l’Intelligenza Artificiale e l’Internet of Things, che si alimentano e sono fonti di una immensa mole di dati, in relazione ai quali la Blockchain può essere inglobata come infrastruttura per aiutare nello scambio e nella condivisione garantendo un alto grado di sicurezza. Per approfondire l’argomento si veda, ad esempio: D. RULL AXIA, Analysis and study of data security in the Internet of Things. Paradigm from a Blockchain technology approach, 2018, Universitat Oberta de Catalunya – Universitat Lull, http://openaccess.uoc.edu/webapps/o2/bitstream/10609/72949/8/d_rullTFM0118Memory.pdf; I. PURDON & E. ERTUK, Perspectives of Blockchain Technology, its Relation to the Cloud and its Potential Role in Computer Science Education, 2017, in Engineering, Technology and Applied Science Research, 7, 2340-2344; e N. NARULA, Blockchains and cryptocurrencies: New paradigms for shared data, Keynote from O’Reilly Velocity Conference in New York 2017, in https://www.oreilly.com/ideas/blockchains-and-cryptocurrencies-new-paradigms-for-shared-data.
  11. Fonte: ricerca dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger della School of Management del Politecnico di Milano, che è stata presentata al convegno “Blockchain & Distributed Ledger: verso l’Internet of Value”, a Milano il 17 Aprile del 2018.
  12. Cfr V. GOYAL, Carnegie Mellon University, https://www.computerworld.com/article/3249252/emerging-technology/blockchain-will-be-the-killer-app-for-supply-chain-management-in-2018.html.
  13. Cfr AAVV., Smart Ports & Supply Chain Technologies Conference e-Book, in Porttechnology, 2018, PTI Journal, 2 Edition SPSC, https://www.porttechnology.org/journal_archive/spsct_conference_e_book_2_blockchain; AA. VV., Blockchain in logistics, Perspective on the upcoming impact of Blockchain technology for the logistic industry, 2018, DHL Trend Research, https://www.logistics.dhl/content/dam/dhl/global/core/documents/pdf/glo-core-blockchain-trend-report.pdf; R. DI GREGORIO – S. NUSTAD, Blockchain Adoption in the Shipping Industry: A study of adoption likelihood and scenario-based opportunities and risks for IT service providers, 2017, Research Gate, DOI: 10.13140/RG.2.2.21839.38561.
  14. L’idea alla base della tecnologia Blockchain può essere rintracciata nel 1991, quando Stuart Haber e W. Scott Stornetta descrissero il primo lavoro su una catena di blocchi protetta da crittografia. Nel 1992, hanno incorporato gli alberi Merkle nel progetto consentendo la raccolta di diversi documenti in un blocco. Sul punto, vedi S. HABER – W.S. STORNETTA, How to time-stamp a digital document, W.S. J. Cryptology (1991) 3: 99. https://doi.org/10.1007/BF00196791.
  15. S. NAKAMOTO, 2018, Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System, versione in italiano reperibile a questo link: https://bitcoin.org/files/bitcoin-paper/bitcoin_it.pdf.
  16. Ethereum è una piattaforma decentralizzata utilizzata per la creazione e pubblicazione peer-to-peer di contratti intelligenti (smart contracts). Ethereum è diverso da Bitcoin in quanto consente di creare contratti intelligenti che possono essere descritti come denaro digitale altamente programmabile (Guida a Ethereum, in CryptoTrend, 23 ottobre 2017).
  17. Senza approfondire ora l’ampia tematica degli smart contracts, o contratti intelligenti e l’ampia letteratura che, ormai, si è formata sull’argomento, soprattutto all’estero, da parte di studiosi, analisti e imprenditori, è sufficiente sottolineare che essi implementano i termini di un accordo o di un contratto tramite codice software programmato ed auto-eseguibile. Gli smart contracts hanno tre elementi fondamentali: una frequenza per testare le condizioni, un insieme di condizioni e, infine, un’azione che viene attivata da tali condizioni. Quando sono incorporati in una Blockchain, i contratti intelligenti diventano pezzi di codice immutabili e auto-eseguibili che si trovano su un libro mastro condiviso trasparente e verificabile. Il codice si auto-eseguirà rispondendo solo a determinati trigger (o oracoli) per la transizione da uno stato contrattuale a quello successivo. Una volta codificati, i contratti intelligenti non sono controllati da un’autorità centrale, e, nel caso dell’assicurazione, nemmeno dal sottoscrittore. Tra gli altri attributi, questi prodotti implicano che esiste un impegno inderogabile che si auto-esegue.
  18. V. BUTERIN, Ethereum: A Next-Generation Cryptocurrency and Decentralized Application Platform, in Bitcoin Magazine, 23 gennaio 2014.
  19. Il primo smart contract venne ideato e concepito da un programmatore crittografico, Nick Szabo, come una tipologia di un distributore automatico digitale, in cui il software e l’hardware della macchina gestiscono la vendita di un certo bene, verificando che quando sia depositata dall’acquirente una cifra predeterminata, venga consegnato il prodotto. Negli anni ‘94-’96, Zsabo definì uno smart contract come un «…insieme di promesse, specificatamente sotto forma digitale, che, attraverso un protocollo tra un numero non determinante di parti, esegue esattamente quanto richiesto in partenza». Da quando, nel 2013, è stata lanciata la Blockchain di Ethereum, l’argomento dei contratti intelligenti ha conquistato un’ampia base di studio e molteplici definizioni si sono susseguite: «…I contratti intelligenti sono istruzioni elettroniche auto- eseguibili redatte in codice computerizzato» (Reggie O’Shields); «Un contratto intelligente è un codice informatico che è in grado di monitorare, eseguire e applicare un accordo» (Tom Hingley); Uno smart contract è «un software, che il codice del computer collega a due, o a una moltitudine di parti in vista dell’esecuzione di effetti predefiniti, e che è memorizzata su un libro mastro distribuito».L’importanza degli smart contract è divenuta tale che essi sono divenuti oggetto anche di attenzione dei legislatori e numerosi sono gli esempi di definizione e riconoscimento normativo. Si ricordi al riguardo, il provvedimento dell’Arizona, House Bill 2417, 2017-03-29, che ha definito gli smart contracts come «un programma basato su eventi, eseguito su un registro contabile distribuito, decentralizzato, condiviso e replicato, che può prendere in custodia e istruire il trasferimento di attività su tale registro Ad un contratto relativo a una transazione non può essere negato effetto giuridico, validità o esecutività solo perché tale contratto contiene una clausola contrattuale intelligente»; o anche il provvedimento del Tennessee, Senate Bill 1662, 2018-03-08.
  20. I protocolli Blockchain basati su algoritmi di consenso c.d. Proof of Work (PoW) sono open source e non autorizzati. Chiunque può partecipare, senza permesso. Chiunque può scaricare il codice e avviare l’esecuzione di un nodo pubblico sul proprio dispositivo locale, convalidare le transazioni, partecipando così al processo di consenso – il processo per determinare quali blocchi vengono aggiunti alla catena. Chiunque può leggere la transazione sul blocco pubblico. Le Blockchain private, invece, sono un modo per sfruttare la tecnologia impostando gruppi e partecipanti che possono verificare le transazioni internamente.
  21. Il concetto di DAO (Organizzazioni Autonome Decentralizzate) deriva dal campo dell’intelligenza artificiale, però, applicato al campo della Blockchain, il concetto è stato coniato da Vitalik Buterin nel 2014, il fondatore di Ethereum, nell’ormai celebre scritto: Daos, dacs, das and more: An incomplete terminology guide, https://blog.ethereum.org/2014/05/06/daos-dacs-das-and-more-an-incomplete-terminology-guide/. In congruenza con l’intelligenza artificiale, Buterin descrive l’essenza di un DAO in un modo astratto, cioè come: “un’entità che vive su internet ed esiste autonomamente, ma che si affida anche pesantemente all’impiego di individui per eseguire determinati compiti che l’automazione stessa non può fare“. In un modo meno astratto, un DAO è un’organizzazione decentrata schierata su una Blockchain, una entità organizzativa formalizza e automatizza nelle regole di governance usando software e gli smart contracts (così F. GLASER – L. BEZZENBERGER, Beyond Cryptocurrencies, A Taxonomy of Decentralized Consensus Systems, 2015, in 23rd European Conference on Information Systems (ECIS), Münster, Germany, https://balsa.man.poznan.pl/indico/event/44/material/paper/0?contribId=237). Un DAO si intende schierato su Blockchain in quanto il processo decisionale decentralizzato in essere nell’organizzazione e la funzione di gestione sono direttamente codificati nel software, risolvendo con ciò i due problemi principali che storicamente sono esistiti a causa della natura di organizzazioni e il fatto che le persone abbiano un ruolo centrale (C. JENTZCH, 2016, Decentralized autonomous organization to automate governance. Slock Whitepaper, https://download.slock.it/public/DAO/WhitePaper.pdf). Il primo il problema è che le persone all’interno delle aziende non seguono necessariamente le regole prescritte. Il secondo problema è che le persone all’interno delle aziende non sono necessariamente d’accordo su cosa dovrebbe essere fatto secondo tali regole. E, in questo modo, i DAO possono eliminare l’opportunismo attraverso la Blockchain (T.J. MAC DONALD, D. ALLEN, J. POTTS, 2016, Blockchains and the Boundaries of Self Organized Economies: Predictions for the Future of Banking, SSRN 2749514).
  22. Cfr L. MACEDO, Blockchain for trade facilitation: Ethereum, eWTP, COs and regulatory issues, in World Customs Journal, Volume 12, Number 2, September 2018.
  23. Per un riscontro di tale paragone, cfr. pag. 16 P. ORTOLANI, Self- Enforcing online Dispute resolution: Lessons from Bitcoin, 2016, in Oxford Journal of Legal Studies, Vol. 36, No. 3 (2016), pp. 595–629, doi:10.1093/ojls/gqv036. Peraltro, tale equiparazione convince perché riecheggia le teorie sul carattere normativo implicito negli ecosistemi digitali concettualizzate da Lawrence Lessig nella “code-is- law theory”.
  24. Polemiche sulle dimensioni dei blocchi a parte, si veda D. DINKINS, “Satoshi’s Best Kept Secret: Why is There a 1 MB Limit to Bitcoin Block Size”, Cointelegraph.com 19 Set,’17
  25. Il termine autopoiesi è stato coniato nel 1980 da Humberto Maturana a partire dalla parola greca auto, e poiesis, ovverosia creazione. In pratica un sistema autopoietico è un sistema che ridefinisce continuamente sé stesso e si sostiene e riproduce dal proprio interno.
  26. Si pensi a quanto scritto nel 2014 da V. BUTERIN, Daos, dacs, das and more: An incomplete terminology guide, , op. cit, riferendosi alla mera possibilità, utilizzabile o meno, di sfruttare il sistema legale per avere una qualche forma ulteriore di protezione: “…. may or may not make use of the legal system for some protection of its physical property, but even there such usage is secondary”.
  27. P. DE FILIPPI-A. WRIGHT, 2015, Decentralized blockchain technology and the rise of lex cryptographia, in https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2580664. Scrivevano gli AA che, in un future non troppo lontano, ci sarà il dominio di “self-enforcing contracts, walled gardens or trusted systems, owned and managed by a sophisticated network of decentralized organizations that dictate what people can or cannot do”. In modo particolare, la stessa autrice, P. DE FILIPPI, 2014, Ethereum: Freenet or Skynet?, in Guerrilla Translation, http://www.guerrillatranslation.org/2014/11/20/ethereum-freenet-or-skynet/, non è estranea alle preoccupazioni di trovare soluzioni di compromesso tra i timori della diffusione, con la Blockchain, di una sorta di “Skynet”, o rete di super-computer in stile Terminator, e le speranze utopistiche dell’avvento di una società autonoma decentralizzata (c.d. DAS), in cui gli umani vengono liberati da istituzioni di potere centralizzate e forme di controllo esterno.
  28. P. DE FILIPPI-A. WRIGHT, 2015, op. cit.
  29. Il rapporto di PwC rileva che l’84% dei 600 dirigenti industriali intervistati ha indicato come le loro aziende siano attivamente coinvolte con la Blockchain: il 20% è in fase di ricerca, il 32% è in modalità sviluppo, il 10% è in pilotaggio e il 15% sta eseguendo registri Blockchain in fase di produzione. Il sondaggio di Deloitte, di pari passo, ha evidenziato, inoltre, che il 74% degli intervistati hanno riferito che le loro organizzazioni vedono l’uso della Blockchain come un “caso aziendale molto appetibile”, e che il 34% ha indicato che la propria azienda ha già un sistema di Blockchain in produzione, mentre un altro 41% si aspetta che la propria azienda implementi un’applicazione Blockchain entro i prossimi 12 mesi.

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